Ho visto La voce di Hind Rajab a Milano il 14 ottobre del 2025. Questa informazione, che in casi normali sarebbe irrilevante – se non del tutto fuori luogo –, è invece essenziale in riferimento all’ultimo lungometraggio di Kaouther Ben Hania: l’urgenza con cui la regista tunisina ci interroga sul presente rende il “quando” un elemento cruciale e parte costitutiva della fruizione stessa. Questo perché il film è arrivato nelle sale italiane a fine settembre, poco dopo aver vinto il Leone d’Argento – Premio della Giuria all’ottantaduesima mostra del cinema di Venezia, a quasi due anni dalla strage commessa da Hamas – di cui ricorreva l’anniversario – e dall’inizio del genocidio di Gaza, del quale ci racconta uno degli episodi forse più emblematici e noti ai media occidentali.
È arrivato nei giorni in cui gli occhi del mondo erano puntati sugli equipaggi della Global Sumud Flotilla abbordati e arrestati da Israele in acque internazionali; in cui gli scioperi e le grandi mobilitazioni di piazza scuotevano quella che solitamente è una svogliata opinione pubblica nazionale dal suo malcelato torpore; in cui in Qatar si imbastiva una trattativa di tregua – chiamata già troppo frettolosamente «pace» – che riuniva intorno al tavolo una moltitudine di soggetti internazionali eccetto il popolo gazawo; in cui nuove e più vivide immagini di devastazione riempivano in poco tempo gli schermi dei cellulari e delle televisioni.
I fatti reali che il film racconta avevano catturato l’attenzione della stampa occidentale più un anno addietro. Si tratta della tragedia vissuta da Hind, una bimba palestinese di sei anni che nel gennaio del 2024, mentre fugge con gli zii e i cugini dall’area ovest di Gaza in seguito a un ennesimo ordine di evacuazione, finisce in mezzo al fuoco dell’esercito israeliano nei pressi di Tel al-Hawa. La macchina su cui viaggia, in pochi minuti, viene crivellata da oltre trecento colpi. Hind rimane l’unica superstite, intrappolata nel veicolo, insieme ai cadaveri dei suoi familiari. Usando il telefono della cugina, la bimba riesce a mettersi in contatto con gli operatori della Mezzaluna Rossa, i quali cercano di rincuorarla e tenerle compagnia fino a che l’esercito non autorizza l’invio di un’ambulanza. I soccorritori però, anche dopo aver ottenuto il via libera, non arriveranno mai a destinazione. I corpi degli ambulanzieri, di Hind e della sua famiglia saranno recuperati solo dodici giorni dopo, quando l’esercito dichiarerà l’area di nuovo accessibile.
A rendere la vicenda straordinaria però – e quindi ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica – non è stata l’assurdità e gratuità della violenza, che da due anni a Gaza sono cifra assolutamente ordinaria del vivere quotidiano, quanto che le registrazioni delle telefonate tra Hind e gli operatori sono circolate sui social e su altri canali di informazione. Dopo l’uscita del film, la regista Ben Hania, ha dichiarato di aver sentito da subito in quella bambina «la voce stessa di Gaza che chiedeva aiuto e nessuno poteva entrare». Sentendosi quindi obbligata a rispondere a quell’invocazione, la cineasta tunisina ha deciso di abbandonare gli altri progetti a cui stava lavorando e provare a dialogare con quella voce, trovando un modo per sottrarla al flusso frenetico e smemorato della nostra comunicazione quotidiana.
Come è proprio del suo modo di fare cinema però, l’iniziale motivazione sociale non scavalca mai la dimensione artistica e viene declinata in una messa in scena solida e sperimentale. In sintonia con il resto della sua produzione, che da sempre oscilla tra realismo documentario e finzione narrativa, anche in questo caso Ben Hania usa il cinema per ri-mediare e ri-semantizzare la realtà, ricodificandola dentro un linguaggio nuovo e destabilizzante. Già nel suo ultimo docu-drama Quattro figlie (Le filles d’Olfa il titolo originale francese, 2023) la regista racconta la storia della radicalizzazione di due ragazze tunisine che si uniscono all’ISIS rinunciando a un approccio tradizionale, fatto di interviste e testimonianze dirette, e preferendone uno più ibrido: attori professionisti e personaggi reali – nel ruolo di se stessi – recitano fianco a fianco, indagando le cause che hanno portato Rhama e Ghofrane a diventare combattenti del jihād, ma anche gli effetti che questa scelta ha avuto nella madre Olaf e nelle sorelline minori e rielaborando il trauma di una famiglia e della sua comunità.
A nostro avviso, in Hind Rajab questo tipo di contaminazione si spinge oltre: il fulcro della narrazione sono le registrazioni autentiche delle chiamate fatte da Hind ai soccorsi durante la sua lenta agonia. A interagire al telefono con la voce della bambina sono però degli attori professionisti (Saja Kiliani, Amer Hlehel, Clara Khoury e Motaz Malhees), che impersonano i volontari della Mezzaluna Rossa e portano in scena tutta l’ansia e la sofferenza psicologica di quella giornata, insieme alla frustrazione per il contorto e sadico procedimento kafkiano, fatto di rimpalli tra enti diversi, con cui le autorità militari generano una via sicura per l’invio degli aiuti. Tramite questo originale espediente stilistico che mischia documenti ufficiali e finzione narrativa, Ben Hania polverizza i confini del vero e del falso, rendendo la loro separazione di fatto inutile e innecessaria.
La realtà descritta dal film esonda il perimetro specifico dei fatti narrati e si fa metafora di una condizione che li sovrasta: essa è “oscena” sia in quanto moralmente intollerabile, sia perché – nel senso etimologicamente improprio ma filosoficamente rigoroso di Carmelo Bene – ha luogo al di fuori dalla scena e dal nostro campo visivo. Immedesimandosi con gli operatori, lo spettatore partecipa al tormento di una bambina che è presenza materiale e fantasmatica allo stesso tempo, vittima di un male concreto quanto impalpabile: la figura di lei satura lo spazio narrativo con la sua assenza – a rappresentarla visivamente è una linea sonora che vibra su un monitor nero – e ci costringe a riempire i vuoti di un reale inaccessibile in forma diretta perché deformato dall’orrore e dall’insensatezza della guerra.
In generale, molte delle scelte di regia di Ben Hania sembrano tese a plasmare una forma di iper-realismo imperfetto che fonde tra loro elementi oggettivi e immaginari: i piani sequenza che riproducono la concitazione spasmodica di quelle tre lunghissime ore; i continui close-up che schiacciano i volti degli attori dentro primi piani claustrofobici; lo sfondo sfocato che sfuma lo spazio circostante, facendo degli uffici della Mezzaluna Rossa un non-luogo simbolico in cui uomini e donne inermi affrontano una spietatezza che li soverchia e atterrisce.
In questo senso, Hind Rajab non mira a raggiungere alcuna attendibilità giornalistica o giudiziaria, ma piuttosto a creare un re-framing che, inserendo i fatti dentro una cornice diversa da quella originale, li deforma e decostruisce, spingendo il pubblico a un nuovo processo di decodifica in chiave emotiva e intellettiva. Così facendo, esso si pone due obiettivi cruciali. Da un lato, a un livello retorico, quello di strappare – o quantomeno scucire – il velo di indifferenza che avvolge il genocidio nella Striscia e di chiederci senza mezze misure – insieme a Francesca Albanese che ha pronunciato queste parole a ottobre del 2024 all’Assemblea delle Nazioni Unite – come sia possibile che «dopo l’uccisione di quarantamila persone a Gaza ci sia ancora qualcuno che non riesce a empatizzare con i palestinesi?».
Dall’altro, a livello psicologico, il film affronta i nostri bias cognitivi e quello che in campo specialistico viene definito «intorpidimento psichico» (tra gli altri, anche dallo studioso Paul Slovic). Secondo queste teorie, dal momento che gli esseri umani sono portati per natura a reagire agli stimoli più su base emozionale che logica, elementi freddi come le cifre e le statistiche – seppure sproporzionati, come nel caso di Gaza – provocano un collasso della compassione. In altre parole, in modo controintuitivo e per certi versi paradossale, il nostro coinvolgimento empatico diminuisce proprio con l’aumentare del numero di morti. Agendo contro questo meccanismo, il film di Ben Hania prova a smontarlo e suscitare un «Identifiable Victim Effect», ovvero un processo per cui l’immedesimazione con una vittima singola rende la sua sofferenza meno astratta e più toccante. Il supplizio di Hind diventa così il correlativo oggettivo di una tragedia universale che ci riguarda tutti in quanto esseri umani. Con tutta la forza che il film le conferisce, la voce della bimba implora tutti noi di salvarla, lasciandoci allo scoperto; togliendoci gli alibi e costringendoci a una presa di coscienza non più rinviabile.
Operando su tutti questi livelli, La voce di Hind Rajab è un film politico nel senso più proprio del termine perché scava sia dentro temi cruciali che meritano tutto l’interesse possibile – e va detto che nello stimolare quest’ultimo ha contribuito anche il ruolo di testimonial svolto da produttori esecutivi come Brad Pitt, Joaquin Phoenix e Rooney Mara; sia sul singolo spettatore e sul suo senso di responsabilità individuale. Cosicché, insieme al “quando” vanno considerati come fondamentali anche il “dove” e il “come” della visione. Per noi che viviamo, come sostiene Franco «Bifo» Berardi, nell’«epoca dell’impotenza», intrappolati in un tempo che ci sgomenta e spaventa ma su cui sentiamo di non poter esercitare alcuna influenza, la fruizione collettiva del film funziona da antidoto contro l’apatia e il cinismo, in quanto apre uno spazio comune di com-passione e con-divisione.
Tenendo insieme tutti questi aspetti grazie alla sua raffinata arte, Ben Hania ci ricorda infine quanto importante sia riuscire a identificarci nel dolore degli altri; ci ricorda che in un mondo polarizzato, fatto di bolle che non comunicano tra loro, rompere la barriera del virtuale esibendo il proprio corpo, occupare una sedia in una sala cinematografica, partecipare a una manifestazione pacifica, sono modi per riappropriarsi di una voce e rivendicare una presenza; per opporsi all’ingiustizia e offrire un conforto – per quanto minimo e a distanza – a chi rischia, sentendosi solo e accerchiato, di perdere anche l’ultimo briciolo di speranza.






