La Balena Bianca
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma
No Result
View All Result
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma
No Result
View All Result
La Balena Bianca
No Result
View All Result
Home Cinema

Le città di pianura

Massimiliano CappellodiMassimiliano Cappello
19 Novembre 2025
in Cinema
0
Le città di pianura

Operazione Fitzcarraldo: titolava così, un articolo del 1994 sull’industria dell’occhiale nel Bellunese. A pubblicarlo, l’allora rivista “DeriveApprodi”. L’allusione al film di Werner Herzog del 1983 era innanzitutto una forma di giudizio sui sogni utopici di un’imprenditoria dolomitica incurante di ogni condizione materiale o natura loci, dietro i quali tende ad annidarsi un vero e proprio incubo. Lo stesso che la troupe aveva avuto modo di esperire sul set del film quando, di fronte alle spericolate richieste del regista, si era trattato di issare una nave da trecento tonnellate in cima a una montagna. 

Herzog non si era limitato a raccontare la storia di questo capitalista visionario: “Herzog era Fitzcarraldo”. Così scrive, vent’anni dopo, Wu Ming 1 in Un viaggio che non promettiamo breve, dove – a proposito di “grande opere” – si parla anche del famigerato “Corridoio 5”, l’asse ferroviario Lisbona-Kiev da cui il progetto della Tav Torino-Lione traeva, secondo la propaganda, la sua aura di ineluttabilità. Un imbroglio ideologico, certo. Ma anche uno dei più fervidi sottoprodotti immaginari della fine del blocco sovietico. Quando, cioè, il “mondo libero” sembrava aver trionfato una volta per tutte, e per tutti sembrava doversi finalmente aprire la cuccagna della “fine della storia”. 

La scenografia essenziale delle Città di pianura di Francesco Sossai (Italia-Germania 2025, selezione “Un certain regard” al Festival di Cannes 2025), è già tutta qui, nel lungo “dopo-dopostoria” che segue la caduta di queste illusioni. Una specie di veglia alcolica diffusa: quella che Venedikt Erofeev nel suo Mosca-Petuškì (1973), aveva chiamato Zapoj, facendone una figura della disperazione sovietica. Ma Le città di pianura non è in alcun modo un film “sociologico”: è, per l’appunto, una meditazione sull’immaginario. Basterebbero gli scrittoni verde fluo che campeggiano già in locandina, metà “Twin Peaks” metà “Padania Classics”, a provarlo. Oppure l’a tratti violento montaggio di televendite da emittenti locali e paraphernalia di un passato marcescente. O, ancora, la totale whiteness dei protagonisti, e una presenza femminile sospesa tra la musa irraggiungibile, l’oggetto del desiderio e l’angelo del focolare.

Tutto rivedibile, certo. Ma tutto ancora (tristemente) operativo. La trama del film, d’altronde, sembra piuttosto semplice. In una terra perturbantemente disabitata, sulla quale alberga come una sentenza il fantasma dell’autostrada Lisbona-Treviso-Budapest ma anche la lancinante permanenza del passato nel presente, Doriano/Dori e Carlobianchi/Charliewhite (interpretati da Pierpaolo Capovilla e Sergio Romano) si aggirano, sopravvissuti a loro stessi, aspettando il loro Godot (Genio, ovvero Andrea Pennacchi).

Questo pròtos anèr della venetità più arcaica – turismo sessuale, prodezze con l’apecar, solenni magnade–be’este – aveva fatto loro il grande regalo dell’amicizia, prima che una truffa finita male ai danni della grande industria dell’occhiale per la quale lavoravano come operai li deprivasse di ogni avere non ancora sperperato. La crisi del 2008 avrebbe completato l’opera, togliendo a Dori e Carlobianchi pure l’avvenire. Lui, Genio, nel dubbio era fuggito in Argentina prima del fattaccio, nascondendo la sua parte nella terra, dentro il borsone della squadra di pallamano aziendale nella quale i tre militavano. La metafora è troppo semplice per essere illustrata. 

Del mondo in cui Charlie, Dori e Genio sono stati felici, spensierati o immortali – e di cui resta traccia, forse, nei rivestimenti in perlinato delle facciate di certe case di montagna, erosi dall’umidità e dal tempo – resta troppo poco per poterlo ancora attraversare. Ma ancora troppo per non soffrire, ad ogni frame, di diplopia. Forse è per questo (e non per malmostosità o rancore) che i due rimasti non aspettano davvero il revenant, cogliendo al balzo l’occasione per un altro giro, un’altra corsa, un altro appuntamento mancato. Troveranno invece Giulio (Filippo Scotti), uno studente di architettura dedito agli studi, impacciato con le donne, poco incline al bere e al fare tardi, dall’inequivocabile accento meridionale. La vittima perfetta, per questa riproposizione miserabile del Gatto e la Volpe.

Dapprima, Dori e Carlobianchi tenteranno di traviare Giulio come antidoto alla noia. Quindi, come forma di paideia. Cercheranno di plasmarlo a immagine e somiglianza di Genio – riapparso, nel frattempo, come l’ombra di sé stesso –, fino a sovrimprimerlo nelle memorie della loro grande truffa. Con lui si metteranno alla ricerca del tesoro dell’amico, prevedibilmente non trovandolo. Scopriranno che l’autentica scomparsa è quella della terra, che sembrava appartenere loro per intero e adesso, come il passato, si è fatta straniera. E si insegneranno reciprocamente, infine, che per gentilezza non si deve (non si doveva?) perdere la propria vita. 

Il finale alla Tomba Brion – che, come da locandina, “tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude” – chiude la muta interrogazione di questo vero e proprio giallo della psicogeografia, e ne precisa il carattere di cataebasi. D’altronde, questo pare essere il destino delle “città di pianura” dal libro della Genesi fino a Cormac McCarthy. Eppure qui, sulla realtà monumentale della morte di un’epoca e di una possibilità di esistenza, si riaffaccia anche la realtà tout court, con il suo brusio mistificante. Il turismo torna a occultare allo spopolamento, il traffico stradale la disperazione quotidiana… per non parlare della vexata quaestio delle ferrovie dell’alto Veneto.

Delle scorribande picaresche di Dori, Giulio e Carlobianchi è stato già detto molto. C’è chi ci ha visto il road movie tragico nello stile del Sorpasso di Dino Risi – ideato, a quanto pare, anche dal bellunese Rodolfo Sonego –, chi la commedia amara alla Amici miei. Effettivamente, la scena in cui questo improbabile terzetto si insinua in una villa veneta spacciandosi per studio di architettura ricorda da vicino – ma capovolgendola di segno – quella dell’“autostrada della Ginestra” dell’atto secondo di Mario Monicelli. Una farsa, in entrambi i casi, che porge al nobile di turno finte rassicurazioni sull’inviolabilità del proprio immobile almeno quanto era finto (ma era finto?) il panico seminato da Perozzi e soci nei paesetti toscani degli anni Sessanta. 

A ben vedere, il film sembra viaggiare su due linee parallele. Da una parte, il tentativo di sedurre il forestiero cucendogli addosso una volta di più, come un “vestituccio di carta fiorita”, la gloriosa e marcescente mitopoiesi veneta. Dall’altra, l’impossibilità o la riluttanza a fare i conti con gli abissi che storicamente questa mitopoiesi è stata in grado di produrre. Prova ne è che, dietro tutta una serie di topoi un po’ logori – tra cui spicca la fenomenologia dell’“ultima”, con annesse riprese in time-lapse a mimare la prospettiva tipica dell’ubriaco al volante, sempre pronto (perché no?) a bruciare un posto di blocco – il vero tema del film si rivela essere l’ineffabile.

Lo si evince, ad esempio, dalla qualità “lo-fi” dei dialoghi, perfettamente in linea con le musiche di Krano, quasi un Mac DeMarco dialettale. Dalle Rane di Aristofane in avanti, il duo comico che, in tempi di crisi totale, si mette in viaggio verso l’Ade per recuperare uno scampolo anche minimo di verità operativa, dovrebbe essere sostenuto da quel “ricamo fantasioso di dialogo” che Cesare Pavese chiamava “wit”. Molto si potrebbe aggiungere sulle permanenze di Pavese in alto Veneto: qui, basta dire che, concordemente con il genius loci, la maggior parte delle battute del film è consegnato all’inenarrabile, al “balbo parlare” dei protagonisti “insemenii da l’alcol”, al mutismo del sublime deturpato di certe riprese. 

Ci sono poi, i rapporti tra le scene. Al termine dell’ennesima notte nella “bassa”, Dori e Carlobianchi non ricordano (bruciati come sono dalla bibita) una verità essenziale sulla vita. La ricorderanno, al termine del film, gustandosi un gelato a Sedico (BL), sotto il cielo luminoso delle Dolomiti. Ma la verità – lo mostra la ripresa su cui scorrono i titoli di coda – è un cono-gelato troppo fragile, una pallina troppo grande, in ogni caso una poltiglia stretta tra l’asfalto e gli pneumatici al centro della carreggiata.

Parallelamente, in un passato dolomitico non meno luminoso, il Grande Imprenditore Veneto, giunto in elicottero per consegnare un orologio a un operaio in occasione del pensionamento, pronuncia – come Mastroianni nella Dolce vita – una solenne massima, a metà tra ammonimento e augurio, ma resa incomprensibile dal fragore del velivolo sul quale sta per proseguire il proprio viaggio verso il palazzo della Regione, a Venezia. Quell’operaio, di cognome, fa Sossai. L’improbabile trio lo interroga, vent’anni dopo, come la sfinge che nel frattempo è diventato, spettro di una sala slot qualsiasi. 

Le “Città di pianura” di Sossai sono una macchina mitologica accostata a lato strada, quella della prima scena del film: sempre pronta a riaccendersi, ma come stordita dalla consapevolezza del proprio vuoto. È il Veneto dell’imprenditore a bordo dell’elicottero o, alternativamente, quello del Capriccio paesaggistico afferente alla scuola del Veronese che Giulio legge e interpreta di fronte a due esterrefatti Dori e Carlo. Un tentativo, cioè, di ricongiungere montagna e mare, luoghi della mente e immagini di totalità, cancellando tutto ciò che ci sta in mezzo. Ma ciò che ci sta in mezzo è la sola vera chiave di interpretazione dell’atroce segreto di entrambi. 

Si direbbe che Sossai sia riuscito a esprimere il suo canto d’amore per il Nord-est (e per la sua provincia, quella di Belluno) solo triangolandola – strangolandola? – con ciò che gli è più estraneo e insieme più vicino. Ovvero con ciò che lo perturba. Sossai mostra cioè la natura sostanzialmente ideologica di questo amore, ultimo baluardo a protezione dell’evento traumatico dell’interdizione, dell’impossibilità a esistere compiutamente. E forse neanche a sopravvivere. Un feticcio, in breve, chiamato in forme sempre più logore alla ripetizione di sé stesso, fino all’ossessività. «Castion, Le Roe, Briban, Sargnan»: è il Tango de la Valbeluna dei Belumàt. Sossai ne ha realizzato, con la sua band, i Tarzo, una bellissima cover. Non posso che consigliare di ascoltarla.


Post scriptum. L’autore di Operazione Fitzcarraldo si chiamava Dori Zanon, uno dei protagonisti di quella “anomalia” feltrina degli anni Novanta e Zero su cui molto resta ancora da dire. C’è stato un momento in cui a Feltre, come diceva Dori, “c’era il mare”. Anche se poi se ne sono perse le tracce, Roberto Bui alias Wu Ming 1 ha dato alle stampe i suoi primi testi – tra cui Guy Debord è morto davvero, a firma Luther Blissett – per iniziativa di Dori e delle Autoproduzioni Crash (qui una breve videotestimonianza). È morto in maniera piuttosto improvvisa, il 20 maggio 2020, per una malattia fulminante unita ai postumi del COVID. Il giorno del suo funerale, il 20 giugno 2020, Pierpaolo Capovilla – altro assiduo frequentatore della Cayenna degli anni ‘90 – si è esibito a Feltre per commemorarlo. Mi piace credere porti il suo nome anche per questo.


Scarica articolo in PDF
Tags: Andrea PennacchiFilippo ScottiFrancesco SossaiLe città di pianuraLucky redPierpaolo CapovillaSergio Romano
Massimiliano Cappello

Massimiliano Cappello

Svolge attività di ricerca all’Università di Bologna. Ha scritto il saggio "Poetiche della ragione critica" (Mimesis 2024), e il libro di poesie "Parte lesa" (Arcipelago Itaca 2025). Ha curato la riedizione di "La letteratura verso Hiroshima e altri scritti (1959-1975)" di Giovanni Giudici (Ledizioni 2022).

Post Correlati

the_running_man_recensione

The Running Man di Edgar Wright e il death game che diventa realtà

diMarina Piccolo
4 Dicembre 2025
0

Il nuovo adattamento del romanzo di Stephen King rientra in un trend iniziato con Squid Game, ma che risale a Elio Petri.

after_the_hunt_film_recensione

After the Hunt e le rappresentazioni dello psichico

diLucia Faienza
1 Dicembre 2025
1

L'ultimo film di Guadagnino mette in scena il conflitto tra generazioni attraverso gli strumenti della psicanalisi

Next Post
«Forse non c’è scampo. Ma la lotta non è impossibile». Intervista a Neige Sinno

«Forse non c’è scampo. Ma la lotta non è impossibile». Intervista a Neige Sinno

IT: Welcome to Derry e la topografia del male

IT: Welcome to Derry e la topografia del male

Alta quota, dal basso: Controstoria dell’alpinismo

Alta quota, dal basso: Controstoria dell’alpinismo

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CATEGORIE

  • Blastare
  • Cinema
  • Da Zero a Dieci
  • DIDOc
  • Dieci per Dieci
  • Fumetti
  • Fuori dagli schemi
  • Interviste
  • L'occhio della madre
  • La baleRa bianca
  • Le storie
  • Letterature
  • Mappe
  • Naufragi
  • Nella pancia del vino
  • Plancton
  • Poesia
  • Premio Bergamo
  • Senza categoria
  • Senza impegno
  • Visit Palestine

IN EVIDENZA

Marco Armiero, dalla parte del Vajont
Naufragi

Marco Armiero, dalla parte del Vajont

9 Ottobre 2024
La grande omissione americana: “Huck Finn nel West” di Robert Coover
Letterature

La grande omissione americana: “Huck Finn nel West” di Robert Coover

11 Giugno 2021
La Balena Bianca

La Balena Bianca – rivista di cultura militante
è un progetto dell’Associazione culturale La Balena Bianca.

info@labalenabianca.com

Privacy Policy Cookie Policy

© 2026 La Balena Bianca - Rivista di cultura militante

No Result
View All Result
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma

© 2026 La Balena Bianca - Rivista di cultura militante