Uno dei personaggi immaginati da Perec per il suo condominio, Bartlebooth, è un miliardario che a vent’anni, «di fronte all’inestricabile incoerenza del mondo», si propone di diventare un pittore. Bartlebooth desidera «portare fino in fondo un programma, ristretto, sì, ma intero, intatto, irriducibile», e per questo decide di «organizzare tutta la sua vita intorno a un progetto unico la cui necessità arbitraria non avrebbe avuto uno scopo diverso da sé» (La vita, istruzioni per l’uso, Milano, Rizzoli, 2020, p. 128). Il progetto in questione prevede che Bartlebooth prenda per 10 anni lezioni di acquerello, e che in seguito passi i successivi 20 anni a viaggiare il mondo per dipingere ogni quindici giorni il quadro di una marina. Questo quadro dovrà essere fissato a una tavola di legno e inviato a un collaboratore, che lo lavorerà e ne farà un puzzle di 750 pezzi ciascuno, e passati questi 20 anni a dipingere, Bartlebooth ne dovrà trascorrere altri 20 a ricostruire cronologicamente i puzzle delle diverse marine: sempre al ritmo di uno ogni quindici giorni. Ogni marina, così ricomposta, sarà restaurata e scollata dal supporto in legno, impacchettata e spedita nel luogo esatto in cui era stata dipinta, affinché un secondo collaboratore possa immergerla in una soluzione chimica solvente e distruggerla, lasciando alla fine di tutta l’operazione soltanto il foglio bianco da cui tutto ciò era partito.
Forse può sembrare un’affermazione un po’ eccentrica, ma Cura di Mauro Sambi è, in qualche modo, una stupenda raccolta di “marine”. Si tratta di un libro composto da 44 sonetti e, come dice bene in una recensione Carmelo Princiotta, il sonetto è da intendersi come una «struttura rigorosa ma non rigida: il verso adottato non è sempre l’endecasillabo, l’organizzazione strofica non prevede soltanto la classica scansione in due quartine e in due terzine, le rime non sono obbligatoriamente presenti in tutte le posizioni attese. Resta fisso il numero dei versi: quattordici».[1] La varietà è in tal senso notevole e l’autore non tralascia neanche la variante elisabettiana, includendo all’interno della raccolta una traduzione di 16 sonetti di Shakespeare.
Disegnare marine per tutta la vita non significa far sempre lo stesso disegno: dietro a ogni acquerello ci sono dei motivi comuni, probabilmente gli stessi gesti, ma la pennellata non è mai identica. L’intento è quello di opporre a un’esistenza insensata un gesto totalmente arbitrario, che per definizione è un gesto che sfugge a qualunque legge ricercando la sua giustificazione soltanto nella volontà di chi esercita l’arbitrio; ma la conseguenza di questa incessante attività, portata avanti al costo di una vita, è che a fine libro Bartlebooth per noi è prima di tutto un pittore, non certo un annoiato miliardario. Si potrebbe dire che ogni acquerello non è nient’altro che un telaio di 14 versi dentro a cui racchiudere la vita di una persona, e che la vita di una persona acquisisce senso grazie ai gesti che si sceglie di fare e di rifare. Anche accettando l’eccentrico avvicinamento, però, mi preme sottolineare che non è per sé che “dipinge” i suoi sonetti, Sambi, non è a sé che pensa, e la questione diventa evidente parlando del nucleo tematico del libro.
Come ci suggerisce la quarta di copertina, uno degli autori più amati da Sambi è Giovanni Giudici, e la misura del sonetto è quella che il poeta ha scelto in questo libro per «Mettere in versi la vita» (da La vita in versi, Milano, Mondadori, 2000, p. 115). Dai versi delle poesie apprendiamo che l’autore è «Professore di chimica | all’università» (p. 37, vv. 1-2), che la sua famiglia è originaria di Pola («io | il primo a lasciare la casa, forse per sempre»; p. 19, vv. 12-13), ma scopriamo soprattutto di una malattia che lo affligge, quel “Parkinson” che dà il titolo alla seconda sezione dell’“ipersonettino” in settenari.[2] La raccolta riporta, in esergo, la voce Treccani per il sostantivo cura, di cui viene didascalicamente elencata tutta la profondità semantica, e di questa plurisemanticità il libro è una lucida testimonianza.
La prima accezioneè inevitabilmente quella di cura come “rimedio a una malattia”. Uno degli aspetti più dirompenti del libro, in effetti, è dato dalla fiducia riposta nella poesia come possibilità di custodire e salvare le tracce preziose di chi c’è e di chi c’è stato: le poesie registrano un passaggio e uno stare al mondo, salvano qualcosa, e lasciano qualcos’altro a chi resta. Il sentimento della fine è onnipresente («Più nitido il contorno | ormai della mia morte»; p. 46, vv. 1-2), e la parola poetica sembra profilarsi come uno strumento non tanto di guarigione, quanto di avvicinamento al nucleo più crudo e prezioso della realtà («Io non chiedo niente alla poesia, solo il vero sentire | non fama, non pietà, non di guarire»; p. 66, vv. 1-2). Il compito della parola poetica, anche in presenza della malattia, diventa quello di registrare, insieme al dolore, anche e soprattutto l’amore (p. 66, vv. 11-14):
Accogli sempre l’amore che ti è dato
ricordati l’amore che hai avuto
immemore – sempre – di quanto hai perduto
a ogni passo, fino in fondo. Sii grato.
È bene ribadirlo, non c’è davvero traccia di autocommiserazione in questi versi, ed è questo probabilmente a renderli così forti e travolgenti, perché se l’idea era di mettere “la vita in versi”, questi sono versi ricolmi di vita, addirittura luminosi. Non si tratta, come Sambi si immagina di sentir dire da qualche detrattore, di «Sonetti col pretesto che soffre» (p. 39, vv. 13-14), niente di tutto questo, non c’è alcun cortocircuito solipsistico. I sonetti sono un gesto di cura che, per arrivare a una seconda accezione del sostantivo, è da intendersi principalmente come sinonimo di “attenzione, preoccupazione” rivolta a qualcuno. È una raccolta che fa emergere soprattutto una premura profonda per gli altri, per chi rimane, non un libro che cerca attenzione ma che la dà. In Cura il pensiero attento è spesso rivolto ai figli, alla persona amata, agli amici, e dal cerchio stretto che questa attenzione stringe intorno agli affetti più cari il sentimento appare tanto umano da divenire universale e quindi comprensibile a chiunque. Per tutti questi cari trapela anche una traccia di apprensione, di preoccupazione per il dolore che dovranno provare; si veda, ad esempio, una delle più belle poesie dell’ipersonettino:
Che cosa accadrà se
un giorno non saprò
più proteggervi – e
franando perderò
il dominio di me
cui vi affidate? No,
non cerco pietà – è
pietà di voi che ho
nel cuore e in mente. […]
Ci sarebbero moltissime altre cose da dire, ma una terza accezione a cui voglio far riferimento è almeno quella di cura come sinonimo di “impegno”, di un’attività a cui si è destinati. C’è nel sonetto e nella scelta formale una cura dei versi, del ritmo, e un’attenzione per tutto ciò che queste “cure” provocano in un lettore. C’è un’attenzione al dettaglio veramente rara. Si pensi ad esempio alla prima sezione, “Chi non si ricorda del bene”, i cui 12 testi, come nota Claudio Pasi vedono una progressiva diminuzione delle sillabe: da un primo sonetto con versi di diciotto sillabe (p. 17) fino all’ultimo di tutti settenari (p. 28).[3] Ma questa progressiva diminuzione non serve a far altro che a portare il lettore verso la materia più densa, quella che si sviluppa nel già citato ipersonettino.
L’impegno di questa raccolta, mi sembra, è anche quello di avvicinare il lettore al nucleo doloroso del libro, e come si vede dagli esempi fatti fino ad ora la lingua è generalmente piana, la sintassi per lo più lineare. Sono pochissimi i casi in cui vi sia un’increspatura sintattica, e l’effetto, comunque, non è mai straniante. Per fare un esempio, si vedano i primi due versi e mezzo di Linea di costa (p. 59, vv. 1-3):
Da quanti mai decenni ormai soltanto
da terra vedo il mare e non la terra
dal mare […]
A un primo verso che crea enfasi perturbando l’ordine degli elementi, segue un chiasmo un po’ barocco, che alla prima lettura mi ha ricordato (impropriamente, per via del puro accostamento in una stessa figura retorica di superficie marina e spazio celeste) quel riflettersi di cielo e mare di cui ci parla Marino in Tranquillità notturna («Ve’ come van per queste piagge e quelle | con scintille scherzando ardenti e chiare, | vòlte in pesci le stelle, i pesci in stelle»).
Evidentemente ci sarebbe molto altro da dire, il panorama qui descritto è solo parziale. Si dovrebbe parlare diffusamente delle sezioni e della loro specificità,[4] si potrebbe insistere sul fatto che la scelta del sonetto è arbitraria ma non ingiustificata, che quella gabbia è a un tempo protezione e occasione di parola. Si potrebbe riflettere intorno al rapporto tra poesia e chimica, come accenna lo stesso Sambi in due poesie della terza sezione: “Cosa muove i sonetti?” (vedi a pp. 55 e 58 i due componimenti intitolati Formule). Si potrebbe, ancora, ripartire proprio da quest’ultimo titolo di sezione, e cercare di farlo parlare anche mediante le molte tracce lasciate dall’autore in epigrafi, note, didascalie… Il fatto, però, è che non vorrei perdere il punto della questione, e che in fondo spero che il resto lo faccia il lettore.
Nella sua ultima poesia di Cura, Sambi si congeda dal lettore immaginando una «barca | liberata dalla | zavorra» che si allontana. Su una barca immagina il suo personaggio anche Marino nel già citato sonetto. Quel sonetto è un notturno, e come in ogni notturno a convivere sono, nell’animo del soggetto, il sentimento di inquietudine per qualcosa che dovrà avvenire, l’incertezza per il futuro, e il coraggio di attendere il proprio destino e di farsi trovare pronti, di non disperare e di guardare ai segnali di luce. Nei notturni con cui tutti noi conviviamo, in cui il buio sembra pervasivo, è raro trovare un libro che, pur nel dolore, sappia creare tanti e tali effetti di luce da far dire, come esclama il personaggio di Marino nell’ultimo verso di quel sonetto,
– Ecco in ciel cristallin cangiato il mare. –
Non potevo, in fondo, che chiudere con una “marina”.

Mauro Sambi, Cura, Dueville, Ronzani, 2025, pp. 112, € 15.
[1] https://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/recensioni/recensione_771.html (ultima consultazione: 24/06/2025).
[2] È ancora Princiotta, a cui rinvio, a sottolineare come il diminutivo sia «metrico e non solo di modestia», e a rimandare al modello di Raboni dei Sonetti di infermità e convalescenza per una scelta che, come questa, associa un tema profondamente doloroso a un metro lieve e festoso.
[3] C. Pasi, «Cosa muove i sonetti?» Intorno a Cura di Mauro Sambi, in «Ytali», 04/03/2025 (consultabile in: https://about.ronzanieditore.it/uploads/tx_gorillary/2025-03-04-Ytali-Online-pdf_1747403709.pdf; ultima consultazione: 25/06/2025)
[4] Cosa che ha fatto bene per l’appunto Claudio Pasi, al cui articolo rimando nuovamente.







