A volte la letteratura sa dire l’indicibile senza alzare la voce. Ci sono libri che, in poche pagine, riescono a racchiudere una profondità emotiva e una ricchezza di sfumature tali da restare impressi a lungo nella memoria del lettore. Il giorno in cui Nils Vik morì del norvegese Frode Grytten, vincitore del Premio Brage 2023 – uno dei massimi riconoscimenti letterari in Norvegia – appartiene a questa categoria: è un romanzo breve, silenzioso ed essenziale, ma capace di lasciare un segno duraturo. Il titolo – prolettico, come direbbe Genette – svela sin da subito l’epilogo: eppure non è la morte il fulcro della narrazione, bensì tutto ciò che la precede. A essere protagonista è la vita, nel suo intreccio quotidiano e universale, e la bellezza di saperne accettare la fine.
Nils Vik è un traghettatore di fiordo, un uomo semplice, avanti con l’età e vedovo. Una mattina di novembre comprende che è arrivato il momento. Si alza, si rade, si veste con cura: sta per compiere il suo ultimo viaggio attraverso il fiordo, lo stesso che ha percorso per tutta la vita trasportando persone, storie ed esistenze. Oggi, però, sarà l’ultima volta, oggi non tornerà indietro. Quel tragitto geografico si trasforma in un cammino interiore ed esistenziale, e la barca diventa il teatro mobile di una meditazione sulla memoria, sull’amore, sull’addio. Con lui c’è Luna, il cane morto anni prima e ora ritornato per accompagnarlo. Incontrerà uno dopo l’altro i passeggeri del passato: «emergono dal diario di bordo, trasudano dalla sua grafia, fuoriescono dalla memoria, se ne stanno lungo il fiordo, sono insieme a lui, si sporgono in avanti nella speranza di essere riconosciuti. Guardaci. Toccaci. Parlaci» (p. 22).
Sono figure care, volti noti, presenze che hanno segnato la sua vita: l’ostetrica che brindava a ogni nuova nascita, il ragazzo difficile diventato aiuto barcaiolo, la maestra rigida e infelice, le coppie in perenne conflitto e quelle apparentemente pacificate, poliziotti, pastori, politici. Tutti riaffiorano come se il tempo non fosse trascorso, come se la linea tra i vivi e i morti fosse solo una sottile sfumatura. Con pochi tratti, Grytten rende questi incontri credibili e toccanti, evitando di indugiare in descrizioni ridondanti o dialoghi superflui: è la forza emotiva delle scene a guidare la narrazione e a creare un’intimità intensa tra il protagonista e il lettore.
Lo stile, che richiama la poesia narrativa e il racconto breve – generi in cui Grytten ha già dato prova di sé – è una prosa misurata e lirica, dove ogni parola pesa e ogni frase avvicina all’anima di Nils, alla sua serena malinconia. Non sorprende: l’autore è noto in patria tanto per i romanzi corali (Bikubesong – Canzone dell’alveare, che anche nel 1999 gli valse il Premio Brage) quanto per i racconti brevi (Rom ved havet, rom i byen – Stanze sul mare, stanze in città), in cui riesce a fondere intimità individuale e coralità sociale. In questo libro la coralità assume una forma raccolta, quasi musicale. Non a caso, Grytten ha spesso collaborato con musicisti e anche qui si percepisce una struttura armonica: la sequenza degli incontri compone una ballata del commiato, una melodia lieve fatta di memorie e silenzi.
E poi il paesaggio, che non è semplice sfondo. I fiordi norvegesi diventano personaggi vivi e mutevoli: la luce che cambia ogni giorno e a ogni ora, il vento che increspa l’acqua, i gabbiani che seguono la barca, partecipano anch’essi al rito dell’addio. Nils li osserva con gratitudine, pur nella consapevolezza che nel corso degli anni i suoi paesaggi si sono trasformati in scenari da cartolina per turisti. Eppure, nonostante la nostalgia di un passato diverso, c’è in lui un senso di gratitudine, anche nei confronti della città. Persino il ponte, che ha reso inutile il traghetto e il suo lavoro, più che simbolo di decadenza gli appare come un «luogo straordinario» (p. 83).
La figura del traghettatore richiama un archetipo antico: da Caronte in poi è il simbolo del passaggio. Ma Nils è insieme Caronte e Ulisse: traghetta sé stesso verso l’ultima riva, con la consapevolezza di aver vissuto, amato, osservato. Al centro di questa vita apparentemente modesta, eppure universale, c’è Marta, la moglie morta da tempo, che ora lo attende dall’altra parte come un tempo lo aspettava al molo. Insieme hanno cresciuto due figlie e costruito un’esistenza di gesti semplici eppure irripetibili.
La forza del libro sta nel tono: lieve, empatico, mai patetico. Raccontare amore e morte senza cadere nella retorica è impresa ardua, ma Grytten ci riesce con naturalezza. Il merito va anche al traduttore Andrea Romanzi, che ha saputo restituire in italiano la densità asciutta e lirica della prosa originale e le sottili sfumature di malinconica ironia. La scelta editoriale di Carbonio Editore si rivela preziosa: la casa milanese, che da anni propone voci internazionali raffinate e spesso inedite in Italia, porta così nel nostro panorama un autore centrale della narrativa norvegese contemporanea, come porta in traduzione italiana classici delle letterature nordiche, spesso ancora inediti.
Come ha notato un critico norvegese, è quasi scandaloso che un romanzo così commovente e denso possa essere scritto in così poche pagine. Ma è proprio questa essenzialità a renderlo potente: Grytten dimostra come si possa raccontare un’intera vita – anzi, molte vite – nello spazio ridotto di un breve romanzo, creando una coralità senza dispersione. Ogni personaggio è un’eco, ogni incontro una risonanza.
Il giorno in cui Nils Vik morì consola, non perché addolcisce la morte, ma perché restituisce valore alla vita ordinaria che la precede. Ricorda al lettore che ogni gesto ha un peso, ogni parola un senso, ogni persona è parte di una rete invisibile di legami. A un certo punto del romanzo riecheggia un canto, Portami una barca. È una richiesta semplice, quasi infantile: portami dove devo andare. Con dolcezza e misura, Frode Grytten esaudisce questo desiderio e regala ai lettori un viaggio che, pur conoscendone la meta sin dal titolo, vale ogni singola riga del tragitto.

Frode Grytten, Il giorno in cui Nils Vik morì, traduzione di Andrea Romanzi, Milano, Carbonio Editore, 2025, pp. 150, € 18.







