Storia di chi fugge e di chi resta. È il titolo del terzo volume della tetralogia di Elena Ferrante, ma anche una definizione che può essere usato per descrivere tanta narrativa contemporanea: racconti di giovinezze metropolitane insoddisfatte, costantemente alla ricerca del sé e dell’altro di cui è così scarna la provincia. Ma le storie di chi torna sono le storie di chi fugge da realtà che sente strette dietro alle promesse di un eccezionalismo che spesso rimane disatteso.
Quella di Mina, protagonista di Tangerinn di Emanuela Anechoum (Edizioni E/O, 256 pp., 18 euro), è la storia di un ritorno a casa coatto e improvviso, che squarcia una vita apparentemente progressista e mondana, fatta però di fastidiose e stridenti incoerenze.
Tra le pagine di questo romanzo d’esordio il lettore ideale può facilmente riconoscersi nel desiderio di fuggire di Mina, la protagonista, che dalla Calabria decide di emigrare a Londra. O nel suo voler tagliare i ponti con un microcosmo che non le appartiene, con le difficoltà del rapporto con sua madre, e con il fastidio per la rettitudine e il rigore della sorella Aisha, profondamente religiosa. Ma la giovane donna è anche figlia dell’emigrazione e di una storia di una fuga: il padre, marocchino, sperando di rincorrere il suo sogno sportivo, è costretto ad aprire un bar (il Tangerinn del titolo) in Calabria. Mina si sente risucchiata e respinta dal fascino dello Ionio, in cui si mescola il tedio di un microhabitat in cui non sei più un volto come tanti, ma sei tu, una persona che con il solo viso dice tanto. La ragazza è costretta a tornare a casa per la morte improvvisa del padre: qui scoprirà un patchwork al posto del quadro monocromo che si era sempre immaginata.
Mina, del resto, è una ragazza come tante: non si sente brillante né particolarmente speciale, e il desiderio di mimetizzarsi si traduce nella sua scelta di trasferirsi a Londra, non tanto per studio, ma per scappare e non guardarsi più indietro. La ragazza però, desiderosa di sentirsi meno spaesata nel nuovo contesto, diviene tappezzeria delle persone che incontra, assorbe i loro tratti caratteriali senza però mai identificarsi con una serie di storture che emergono dalle amiche, che sono, di fatto, attiviste/attrici performative di una vita che sembra essere sempre il palcoscenico per chi è più brava, chi è più sana, chi è più bella, chi ha più etica… Viaggi in India, ritiri spirituali, scelte alimentari e partecipazioni a manifestazioni appaiono finte e orchestrate, con il fine ultimo di mostrarsi.
Ad esempio Liz, l’amica-nemica di Mina, è una ragazza bianca che incarna appieno lo spirito del privilegio, ma che, subdolamente, se ne discosta per accumulare capitale sociale (e economico) sposando cause politiche o civili. L’atteggiamento woke di Liz e delle sue amiche è solo una posa, un costume che le rende socialmente accettabili, ma simultaneamente meschine e insopportabili.
Con una formula che ricorda molto Sally Rooney, le interferenze dei dialogati nella narrazione esprimono al meglio le sfumature dello spaesamento della giovane. Il discorso diretto si mescola senza soluzione di continuità con la prima persona impiegata dalla narratrice: i confini tra pensieri ed enunciazioni non esistono, in un romanzo fortemente improntato all’introspezione e all’autoanalisi.
Anechoum si inserisce perfettamente in quel filone di giovani scrittrici che, in qualche modo, si sono ispirate al successo di Parlarne tra amici e di Persone Normali, i romanzi che hanno consacrato Sally Rooney. Si scrive di storie di ragazze che se ne vanno, ma che ritornano dopo essersi confrontate scomodamente con vite più grandi delle loro: pensiamo a Tempi Eccitanti di Naoise Dolan, in cui la protagonista Ava lascia l’Irlanda per trasferirsi a Hong Kong; L’idiota di Elif Batuman, dove Selin, giovane di origini turche e matricola di Harvard, si sente completamente spaesata; o a Ragazze perbene di Olga Campofreda, che racconta la storia di Clara, casertana che emigra a Londra, e della cugina Rossella, che non si allontana dalla città d’origine. A ben vedere, in tutte queste storie c’è chi fugge e c’è chi resta: spesso è l’alter ego e il what if della protagonista, colei (in Tangerinn rappresentata dalla sorella Aisha) che apparentemente ha avuto meno coraggio e ha preferito una vita più comoda. A conti fatti, però, c’è coraggio anche nel restare e radicarsi in territori sempre meno fruttiferi e abitabili, in un’invidia specchiata per le esistenze che non si sono mai vissute.
Ma Tangerinn si differenzia in maniera molto chiara da questi romanzi: sono i capitoli in cui Mina si rivolge direttamente al padre deceduto l’elemento che dona un’ulteriore stratificazione. La giovane donna racconta una storia di emigrazione, di promesse disattese e di diseguaglianze di classe che si intersecano con la questione razziale in un Marocco fortemente segnato dal periodo postcoloniale. La figura del padre di Mina è quasi magica, certamente idealizzata e venerata: è una sorta di talismano che allontana da sé per potersi dimenticare delle sue origini, nel tentativo di omologarsi con una città ostile e performativa. Un talismano che, però, torna a stringere e che le permette di accogliere un futuro non ancora definito, ma più allineato alla sua persona.
Emanuela Anechoum racconta un pezzo di Italia (e di contemporaneità) con piglio anglosassone, prende una struttura narrativa che si rifà alla creazione della girlhood e la ribalta a suo favore: costruisce una ragazza, sì, ma ne racconta anche la storia generazionale, come forma di identità da cui non si può scappare. Siamo fuggitive, anche dalla metropoli: solo le nostre radici ci fanno sentire meno disancorate.

Emanuela Anechoum, Tangerinn, Edizioni E/O, Roma 2024, 256 pp. 18,00€






