Se hai pensato almeno una volta nella vita di mettere a fiamme e fuoco il tuo ufficio, di rispondere per le rime al tuo datore di lavoro, di licenziarti sul momento dopo l’ennesimo sopruso, questo romanzo fa per te: la fascetta del libro parla chiaro e mantiene le promesse. Ma questo romanzo è perfetto anche per tutti quelli che continuano a barcamenarsi tra lavori e lavoretti pur di sopravvivere, con la sola speranza che prima o poi l’incubo finirà e finalmente approderanno al lavoro dei sogni, quello per il quale hanno riservato tutte le loro energie e sul quale hanno riposto le loro scintillanti quanto ingenue aspettative.
Supersaurio è il primo romanzo della scrittrice Meryem El Mehdati, classe 1991, nata a Rabat ma arrivata a Puerto Rico, sull’isola di Gran Canaria, quando era ancora neonata. La storia, narrata in prima persona da Meryem stessa, è quella della sua generazione, dove tutti sono laureati, infiocchettati di titoli di studio dai nomi tanto roboanti quanto inutili nel momento in cui si tratta di entrare nel mondo del lavoro. El Mehdati presenta una parodia dell’ambiente corporate, crea un mondo in cui il linguaggio spesso disumano delle Risorse Umane, dei “cordiali saluti”, delle performance reviews semestrali viene distrutto pezzo per pezzo a colpi di sarcasmo e verità.
L’iter professionale e personale di Meryem prevede inevitabili passaggi che fanno pensare a un percorso a ostacoli contro l’esaurimento nervoso e l’alienazione: da stage non retribuito a stage con rimborso spese, da contratto a progetto, a termine, a partita iva all’agognato indeterminato con ferie e contributi pensionistici. Nell’universo di Supersaurio, una catena di 211 supermercati, i dipendenti superano stress e colleghi prevaricatori nascondendosi negli scantinati a piangere e abbracciare la mascotte aziendale, un mastodontico pupazzo celeste a forma di dinosauro, oppure salgono fino all’ultimo piano, sulla terrazza, a fumare una sigaretta dopo l’altra.
Dovrebbe essere un diritto umano universale, piangere in santa pace. Dovrebbero esserci leggi che ci garantiscano laprivacy nei nostri momenti più vulnerabili […] A me piace piangere da sola (p.186).
Il racconto di Meryem parte proprio dal colloquio con l’azienda, da cui esce «spossata, nauseata, con le articolazioni doloranti e la certezza di non valere una cicca» (p. 13), per trascinarci nella sua vita a Gran Canaria, un’isola che assume per lo più i tratti di un caricaturale quanto realistico luogo di lavoro. Nell’estenuante percorso casa – autobus – lavoro – autobus – lavoro – casa, il mare e le spiagge tanto amate dai turisti si intravedono solamente in lontananza quando ormai fuori è calato il buio della sera. «So che è estate, ma io non la percepisco». (p.150) Il clima e le stagioni sembrano alternarsi senza che la protagonista se ne renda conto e anche i titoli dei capitoli, che indicano mese e anno di riferimento imitando il ritmo di un blog («Dicembre 2016», e ancora «Dicembre 2016»), trasmettono la sensazione di ristagno e perdita di senso che Meryem avverte nel lavorare per la grande azienda.
Sei ore lavorative, cinque giorni alla settimana, fanno trenta ore lavorative settimanali. Vale a dire centoventi ore lavorative mensili per le quali percepisco un compenso di cinquecento euro. Ho venticinque anni e vivo ancora con e grazie ai miei genitori, non ho risparmi né nulla di valore che sia mio, acquisito da me, né piani che vadano oltre i tre o i quattro mesi (p. 71).
La precarietà, il senso di inutilità e inadeguatezza di Meryem riflettono argomenti attuali in Spagna come in Italia e hanno molto a che fare con la discriminazione basata sull’età, la razza e il sesso nonché l’origine sociale e la religione professata.
Meryem è giovane, quindi non meritevole di rispetto all’interno delle gerarchie aziendali e, come se ciò non bastasse, porta un nome impronunciabile per la maggior parte dei suoi colleghi:
Mi chiamo Meryem. Sono due sillabe. Mer-yem. Ma la maggior parte del tempo sono Mereym. O Mereyn. Mi hanno chiamata anche Meyren, Mérien, Meyrem, Meyrene, Meyreme, Miriam, Marian, Mariane, Meyremem. Sul cellulare ho una cartella con più di cento screenshot di tutte le varianti, riformulazioni, adattamenti e interpretazioni che hanno fatto del mio nome (p.31).
Chiunque abbia vissuto all’estero è consapevole di quanto la storpiatura del proprio nome nasconda un basso livello di sensibilità e di attenzione nei confronti delle diversità dell’interlocutore. Il razzismo passa anche da questi piccoli gesti e la protagonista di Supersaurio ne paga le conseguenze sulla sua pelle ogni giorno.
Viviamo in un mondo in cui veniamo schiacciati e incoraggiati di continuo a darci da fare, a essere in perpetuo movimento. Fluisci, esci dalla tua zona di confort, affronta nuove sfide. Investi tutti i tuoi risparmi in un’attività, crea un’app, scaricati Tinder. E se non volessi? (p. 259)
L’ironia e la franchezza dissacrante di El Mehdati potrebbero far collocare Supersaurio a metà strada tra le serie tv The Office di Ricky Gervais e Scissione di Ben Stiller, e il romanzo La crociera di Lara Williams (Blackie, 2023). Anche in quest’ultimo libro, la protagonista, impiegata su una nave da viaggio, è alla costante ricerca di qualcosa in cui credere e, pur di ottenere una gratificazione professionale, è disposta a sacrificare tutto fino a farsi amputare parti del corpo per aderire alla sadica filosofia aziendale. In Estremo Oriente, anche la giapponese Tsumura Kikuko con il suo romanzo Un lavoro perfetto (Marsilio, 2021) si confronta con il mondo del lavoro e la questione della realizzazione personale in un sistema economico e culturale che pretende sempre di più. L’autrice, trasportando i lettori in quell’atmosfera lievemente surreale tipica della letteratura nipponica, ci presenta una donna di trentasei anni che non ha più alcuna aspettativa professionale, vuole solamente un lavoro semplice e dagli orari ben definiti, da svolgere vicino a casa, che non offra veramente alcuna prospettiva di carriera. Ma, come Meryem di Supersaurio, in un certo senso anche la protagonista di Kikuko finirà per essere inesorabilmente inglobata nel sistema, a livello fisico ed emotivo. Anche Meryem che con la sua ironia contagiosa ci fa sorridere fino all’ultimissima pagina con un’alzata di spalle esclamerebbe «Che altro potevo fare?» (p.38)
In definitiva Supersaurio restituisce il ritratto di una generazione sfruttata che, vittima delle aspettative imposte dalla società nel suo complesso, finisce per sentirsi sempre più distante dal proprio autentico essere.

Meryem El Mehdati, Supersaurio, trad. E. Tramontin, Blackie, Milano 2024, 288 pp. 21,00€






