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Home Poesia

Ricordando Patrizia Cavalli: Il mio felice niente, che alla fine è tutto

Anna TaravelladiAnna Taravella
24 Giugno 2025
in Poesia
0

Ma per favore con leggerezza
raccontami ogni cosa
anche la tua tristezza. (p. 12).

Trasformare l’ordinario in straordinario, mescolare il quotidiano e l’infinito: Patrizia Cavalli nomina le cose più semplici, che eppure con grande acume ci toccano, come a ricordarci qualcosa che da tempo abbiamo abbandonato. Con la sua penna istintiva e visionaria, la scrittrice scomparsa nel giugno del 2022 rimane uno degli emblemi della poetica contemporanea.

Lo conferma l’antologia di versi con cui Einaudi la ricorda, con il titolo Il mio felice niente (2024), a cura di Emanuele Dattilo. L’intento di questo libro è quello di restituire un ritratto della poesia di Cavalli che sia il più possibile ricco ed esaustivo; sono stati scelti quindi i componimenti che potessero rispecchiare la varietà di registri e di temi che la contraddistingue. Dai brevi e leggeri epigrammi ai poemetti veri e propri, dall’amore, indagato in ogni aspetto, alla filosofia o all’impegno civile. Le poesie sono state ordinate secondo il criterio cronologico, seguendo l’edizione delle raccolte da cui sono state tratte, pubblicate tutte da Einaudi – nella celebre «collana bianca» – tra il 1974 e il 2020: Le mie poesie non cambieranno il mondo, Il cielo, L’io singolare proprio mio, Sempre aperto teatro, Pigre divinità e pigra sorte, Datura e Vita meravigliosa.

Fin dagli esordi della sua produzione poetica, Patrizia Cavalli si è distinta per una chiarezza assoluta – e tuttavia enigmatica. Per descrivere il suo linguaggio, sono stati spesso utilizzati termini come «semplicità», «quotidiano», «diario», con la conseguenza di rischiare di minimizzare e limitare la sua voce. La sua scrittura è nuda, pura. La poetessa si strugge e si fortifica in una spasmodica e paradossalmente allegra ricerca della verità: descrivere la realtà che la circonda così come è, ma allo stesso tempo intuire il gusto dolce-amaro che rivela a chi si mette in ascolto. Nell’Introduzione al volume di Einaudi, Emanuele Dattilo scrive che «l’attributo principale di questa lingua è l’esattezza. Patrizia aveva una lingua esatta, in cui le cose non venivano mai alluse o richiamate con eufemismi o giri di parole, ma sempre dette integralmente, nell’esattezza del loro apparire, a volte abbagliante. Non esistono parole volgari o preziose: esistono solo parole esatte» (p. IX).

Cavalli ritrae il mondo per quello che è: per questo con lei è tutto o niente – o piace, o non piace. Ho iniziato a leggere le sue poesie senza sapere nulla della sua biografia. Dattilo scrive che «la grande tentazione, se si parla della poesia di Patrizia Cavalli, è parlare di Patrizia Cavalli» (p. VII). È vero, una volta che la si conosce. Devo dire, eppure, che credo che la sua vita – e così anche la sua visione della vita – si possano comprendere leggendo i suoi versi. La sua poetica esprime una continua tensione tra gli opposti: tra corpo e spazio, materia e sogno, semplicità e pesantezza, «duro intelligere e morbido sentire […]» (p. 174). Nulla, in questa autrice, è dato per chiaro e certo, per assodato. Lei stessa è comica e tragica, superficiale e oceanica.

Anche quando sembra che la giornata

sia passata come un’ala di rondine,

come una manciata di polvere

gettata e che non è possibile

raccogliere e la descrizione

il racconto non trovano necessità

né ascolto, c’è sempre una parola

una paroletta da dire

magari per dire

che non c’è niente da dire. (p. 11).

Il paradosso alimenta molte poesie di Patrizia Cavalli. Voler rappresentare una vita, che però sembra sfuggire continuamente di mano, è un paradosso stesso. È come se la sua poetica tendesse alla dissipazione («da scalfittura diventare abisso», p. 13), all’analisi sconfinata del sé fino a non trovarsi più. Dichiarare – in poesia – di essere soprattutto perché si è assenza: «Poco di me ricordo | io che a me ho sempre pensato. | Mi scompaio come l’oggetto | troppo a lungo guardato. | Ritornerò a dire | la mia luminosa scomparsa» (p. 27). Una delle straordinarie capacità di questa autrice è quella di guardare se stessa con grande spirito autocritico, anche e specialmente nelle sue mancanze. Molto spesso queste si manifestano nella digressione, o nella distrazione: in ogni caso, nella perdita del centro di un discorso. Come a dire: io indago su di me, ma tranquilli, in fondo non è importante. Con malinconica ironia resta sul vago, ricordando che alla fine nulla si possiede e non si può essere niente, se non che se stessi: « […] così dimentico sempre | l’idea principale, mi perdo | per strada, mi scompongo | giorno per giorno ed è vano | tentare qualsiasi ritorno» (p. 24).

Anche l’amore, tema ricorrente e indagato a fondo nella poesia di Cavalli, si manifesta spesso come un’assenza. Non è un amore iconico, non è unico, e non è totalizzante. Attraverso questa tematica è ancora più visibile la chiarezza e la precisione con cui la poetessa sceglie le parole, per restituire al lettore un’immagine nitida e folgorante: «Io qui. Tu là. | Tu lì. Io qua» (p. 90). Quattro pronomi e quattro avverbi, disposti a chiasmo, bastano a descrivere la fine di una storia – questi versi non si dimenticano più. In scena c’è sempre una distanza: «Ti odio perché non ti amo più | perché non posso perdonarti | di non riuscire più ad amarti» (p. 33). Si intravede qualcosa a cui, nonostante tutti gli sforzi che si possano immaginare, non si può arrivare. Il sentimento amoroso, nonostante ciò, viene affrontato con ironia, audacia e grande schiettezza, attraverso il riferimento a un «tu» mai precisato, eppure sempre nell’aria: presente-assente.

Te ne vai e mentre te ne vai

mi dici: «Mi dispiace».

Pensi così di darmi un po’ di pace.

Mi prometti un pensiero costante struggente

quando sei sola e anche tra la gente.

Mi dici: «Amore mio mi mancherai.

E in questi giorni tu cosa farai?»

Io ti rispondo: «Ti avrò sempre presente,

avrò il pensiero pieno del tuo niente». (p. 71).

Un altro termine che può aiutare nella comprensione della poetica di Patrizia Cavalli è «esperienza». Le sue sono poesie concrete, di chi va subito al dunque di una questione, e non si perde in ragionamenti ampollosi o abbellimenti pieni di fronzoli. Cavalli resta molto fedele alla realtà, scrive di ciò che conosce, e dimostra una grande consapevolezza del mondo – e del suo essere nel mondo – anche quando non le piace, quando riserva dolore, amarezza, anche se a volte è noioso o banale: «questa esistenza breve addormentata | risvegliata da morti improvvise | fuochi di bengala, | le polvere intorno ai gambi delle sedie | la luce della casa | accesa all’improvviso» (p. 56).

In una poesia della raccolta Sempre aperto teatro si può entrare in contatto con la filosofia più intima dell’autrice: «o amori – veri o falsi | siate amori, muovetevi felici | nel vuoto che vi offro» (p. 107). Patrizia Cavalli offre il suo vuoto: un non-luogo che diventa spazio per nuove occasioni. Essere niente permette di essere tutto. Il vuoto, in realtà, contiene la possibilità di vivere felicemente – o meglio dire, con «leggerezza». Permette di aprirsi, per accogliere ogni sentimento, ogni esperienza umana per come sono, anche se contrastanti, addirittura contraddittori.

Perfino il vuoto che lascia la fine di un amore diventa strumento per imparare qualcosa. Cavalli è tutt’altro che romantica. Indagatrice sistematica, descrive duramente i sintomi e gli effetti di un’esperienza sentimentale, e lascia a noi il giudizio finale, come una sorta di «morale» da apprendere: «mi ero incagliata dentro un cupo errore | dentro l’odore scuro del tuo corpo | dentro il silenzio del tuo cuore accorto. | Io tutti i giorni l’ho chiamato amore | e non sapevo di chiamare un morto» (p. 245).

Una delle caratteristiche che più mi attrae di Patrizia Cavalli è l’estrema consapevolezza che la porta ad accettarsi. A dare dignità anche alle cadute, anche ai fallimenti: «Rendi comunque onore a ciò che hai amato | anche quando ti sembra di non amarlo più» (p. 223). La poetessa si finge cinica e giocosa, mentre ci pone davanti a una delle sfide più grandi per l’individuo contemporaneo: rendere onore anche ai nostri sbagli.

Hai la tua forma

eppure non ci sei

quasi per troppa forma

ormai troppo te stessa

sei ricaduta dentro

la tua materia spessa

la trucida certezza

di quel che vuoi

che è quello che puoi

felice no,

però non infelice,

niente di più, contenta

dici persino okay,

sei proprio come sei.

Essere se stessi e stare bene con sé porta pace, felicità. Si sente questa pace, seppur condita da malinconia, a volte noia, a volte rabbia, nei componimenti di Cavalli. Soprattutto, chi scrive dei suoi difetti con tanto coraggio e cuore leggero ci fa sentire compresi, meno soli:

Cosa non devo fare

per togliermi di torno

la mia nemica mente:

ostilità perenne

alla felice colpa di esser quello che sono,

il mio felice niente. (p. 237).

I versi di Patrizia Cavalli si possono cantare – lei stessa, insieme a Diana Tejera, ha pubblicato un libro e un cd di canzoni, Al cuore fa bene fare le scale (Voland 2012). Gioca con il ritmo e la musicalità – attraverso rime, assonanze, allitterazioni – e l’effetto è evocativo e coinvolgente. Contribuiscono a questo senso di danza, e alla definizione di «lingua esatta», gli avverbi («ridicolmente», «barbaramente», «superbamente», «stancamente»…). Descrivere esattamente il mondo. Patrizia raccontava solo di ciò che conosceva – che sentiva – direttamente. Così l’«io» poetico è il suo strumento per esprimere questo processo conoscitivo. Mentre la tradizione novecentesca è impegnata ad abolire ogni traccia di «io» e di singolarità nella poesia, la scrittrice umbra lo assume con forza: le permette di differenziarsi, di non aderire a un’identità condivisa, ma allo stesso tempo di universalizzare temi noti, magari solo celati. Si difende da chi la accusa di essere troppo autoreferenziale: «se di me non parlo | e non mi ascolto | mi succede poi | che mi confondo» (p. 14).

Io scientificamente mi domando

come è stato creato il mio cervello,

cosa ci faccio io con questo sbaglio.

Fingo di avere anima e pensieri

per circolare meglio in mezzo agli altri,

qualche volta mi sembra anche di amare

facce e parole di persone, rare;

esser toccata vorrei poter toccare,

ma scopro sempre che ogni mia emozione

dipende da un vicino temporale. (p. 100).

Anche se per la poetessa l’«io» è l’«io singolare proprio mio», questo non è un luogo chiuso, inaccessibile. Al contrario, è una via di fuga, una porta aperta alla possibilità. È l’«io» che si mette in gioco, sente, vive, ride, e può anche sbagliare: è vero, le sue poesie non hanno cambiato il mondo, ma Patrizia Cavalli ci insegna ad abbracciare la «felice colpa» di essere quello che siamo.

Che qualcosa di me

possa valere, dopo di me,

anche solo cinque lire più di me,

mi è insopportabile.

Io voglio quel che valgo

qui con me.

Patrizia Cavalli, Il mio felice niente, a cura di Emanuele Dattilo, Einaudi, Torino 2024, pp. 270, €14,00.

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Tags: Einaudiil mio felice nientepatrizia cavallipoesia contemporanea
Anna Taravella

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