Quante foto ho fatto? E quante curve?
Viaggio con una fotocamera di legno sul cavalletto e uno straccio in testa. È una signora un po’ âgée che mi costringe ad una produttività decisamente bassa: una foto ogni venti chilometri. Però sta simpatica a tutti quelli che incontro, che si fermano volentieri a fare due chiacchiere. Se mi è concessa, per ogni foto ci vuole mezz’ora.

Sto volentieri in quello spazio di terra tra la pianura e il mare, tra il Po e il Tigullio. Non a caso il mio primo ricordo di vita è proprio lì, piantato preciso a metà strada tra Piacenza e Genova. Avevo sì e no quattro anni ed ero con mio padre. Di quel giorno assolato conservo solo una piccola foto sbiadita: ho un cappellino in testa, una smorfia in faccia, e sono perfettamente al centro della piazza di Ottone. Alle mie spalle gente in festa e un gran pavese. Non so cosa ci avesse spinti fin lì.
Da bambino passavo lunghi periodi dai nonni in Val Trebbia. Ma molto più a valle di Ottone: più giù, sotto Bobbio. Mio padre arrivava ogni tanto, d’improvviso; o in ritardo di un giorno: «avevo da fare». Lo aspettavo per ore a cavalcioni su una botte di cemento rovesciata di lato, dopo una curva poco lontano da casa. Da lì dominavo la valle, la strada, ma non certi capricci.
Stava sempre il meno possibile. Insofferente mi caricava in macchina e mi portava a bere una gazzosa o una spuma da un lontano parente che aveva una casa-osteria e una moglie gentile. Talvolta ci si spingeva fino a Cassolo. Ottone fu per quegli anni decisamente un’eccezione.

In estate, tra agosto e settembre, andavamo un mese al mare, a Riva Trigoso. Intere giornate a dondolare tra un famigliare entroterra e un mare cupo e straniero, infilato tra le alte gru dei cantieri navali e un borgo di case modeste. Per arrivare in Liguria si percorreva per un lungo tratto l’ampia statale, poi ad un certo punto si tagliava secchi a sinistra, imboccando la Val d’Aveto, scura e selvaggia. Per me, che soffrivo il mal d’auto, era un supplizio di curve e tornanti. Ma pur obbligandolo a continue fermate tra rocce e strapiombi, mio padre non ha mai sentito ragioni: considerava l’autostrada «roba da preti» o da «ragionieri col riporto». La valle era l’unica via.

Lungo il percorso c’erano poi tappe obbligate, sempre sgranate con voce solenne, come un rosario: Salsominore, Ruffinati, Rezzoaglio, Borzonasca… Luoghi d’altro mondo: gli anni ’70 nella loro forma più rude. Ricordo numero 1: l’8 marzo del 2020 sono barricato in casa. Da alcuni giorni la citta è sprofondata nel silenzio spettrale del primo lockdown. Osservo dalla finestra un aereo lasciare pigro una minuscola scia bianca tra i cirri. Dove andrà? Scatto una foto, non so neanche perché. È da poco passato mezzogiorno. Ricordo numero 2: stesso giorno, il mio smartphone registra che alle 16:15 ho scattato una foto: cielo terso, nessun aereo, una porzione di monte, alcuni cumuli bassi.
Sono scappato da casa mosso da angoscia e una strana sensazione di perdita. Non un’anima viva per 70 chilometri. Sono a Salsominore, a sgranare il rosario. In quel silenzio irreale ritrovo il ricordo di un luogo di sosta, la roccia su cui piansi arroccato per un capriccio banale, l’insegna sbiadita di una tappa obbligata, il muretto contro cui la macchina andò a sbattere in un giorno di pioggia. Poi un’eco, una luce. Presenze. Credo che tutto sia partito da lì.

L’Appennino è il mio atlante emotivo. Solo lì ritrovo tempo, memoria, paesaggio. Una frontiera invisibile costellata di paesi finiti, di facce improbabili, di oggetti scomparsi, di posture e di gesti, di pensieri indicibili. Non metto mai in fila i ricordi. Vago in attesa che mi sorprendano loro, fili invisibili, tracce, incanti, curiosità insoddisfatte. Ora so che in tedesco si dice Eingedenken, l’irruzione improvvisa di un ricordo passato, il tempo perduto di ciascuno di noi.
Il paesaggio alpino è estremamente ordinato: le case di legno coi prati, le palizzate, i balconi, i gerani. L’Appennino è confuso; non è facile capirci qualcosa. Sul finire degli anni Sessanta uno sciame febbrile ha stravolto un paesaggio che durava da secoli. Le tapparelle han soppiantato gli antoni, intonaci grigi sui muri di sasso, l’orrendo graffiato dai colori tremendi, serragli e pollai soppiantati per far posto alle villette dei figli. Per non parlare poi di altri delitti: l’alluminio anodizzato, i tetti di tegole, i piazzali in cemento…
Sulla casa di mia nonna, nella parte di dietro, c’è scritto 1976. È inciso nell’intonaco con grafia incerta e un ‘sei’ svolazzante. Ricordo bene l’impresa: lei con in mano un legnetto di salice e un fare solenne che incideva orgogliosa la data. Aveva coronato il suo sogno: allargare la casa, il vanto del bagno, un nuovo balcone. La miseria era solo un ricordo.

Da bambino, coi miei cuginetti, frequentavo una frana. Sotto il sole del primo pomeriggio, quando non si poteva giocare né fare rumore, andavamo fin là. Ci aggiravamo per ore. La terra argillosa sputava pirite e resti animali – vertebre, teschi – come in un deserto pietroso del West. Trovare una bella pirite riempiva di gioia; le carcasse ci lasciavano sempre un pochino sgomenti.

Ogni anno la frana mangiava la strada, che per un tratto scendeva di decine di metri assumendo la forma di un nervo contratto. L’Appennino è arenaria friabile. Qui c’era il mare. Non è raro trovare ancora conchiglie tra il fango. Niente è sicuro, né eterno. Quasi tutto va a valle come in una lenta risacca. Uomini e terra. Non c’è muro che tenga.

La Marcellina alleva le capre. Vien dalle Alpi inseguendo qualcosa. La prima volta la vidi giù in basso, tra il Penice e il Brallo. Uno sciame di parole per dirmi di amori, speranze, e affari concreti. Un’altra volta più su nella valle nel suo nuovo stallone con centinaia di capre: fatica, speranza, amori infiniti. Passai su un anno dopo. Era inverno e nella neve il deserto. Qualcuno mi disse «è tornata dai suoi». Poi per caso ne ebbi notizia: era ancora più in alto, ai Piani del Lesima. L’ho rivista quest’anno e le ho fatto ancora una foto.

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Le valli di qui sono avare di sé. Lo sguardo sospetto vi regna sovrano. U’ furesto è una sentenza per cui non c’è appello. L’appartenenza si misura dal niente: bastan pochi chilometri per sentirsi straniero. Ma ci son differenze legate al territorio e alla storia: certi son chiusi com’è chiusa la valle; altri han migrato e han meno paura.

«I francesi» per me era un nome preciso. Emilio e Jeannine arrivavano a giugno. Parlavano forte e ridevano sempre. La casa che d’inverno curava mia nonna, d’estate per noi diventava proibita. Parigi era un sogno che risuonava a distanza: «salut, mon ami!». A Parigi era facile fare fortuna. Emilio tappezzava le case da film: la Bardot, Belmondo… Anche oggi i francesi ritornano in valle. Le case dei nonni riprendono vita. Lucie ha poco più di vent’anni; lo stesso Marie. Le radici e il futuro in Val Nure.

Giorgio Caproni è sepolto in Val Trebbia. A Loco di Rovegno, a due passi dal fiume. Lì ha vissuto e insegnato durante la guerra. Il cimitero corre adagiato lungo la strada. Appare improvviso, dopo una curva. Varcato il cancello di ferro si scende di qualche scalino. Lo cerco, lo trovo. Mi aspettavo qualcosa di più: almeno la terra, se non una targa. Invece è in un ‘forno’ modesto, di lato. Accanto a lui sua moglie Rina, della famiglia conosciuta Sartù. Fontanigorda è poco lontano.

Dell’Appennino conservo tutta l’inquietudine dei sentieri interrotti e dei calanchi spezzati. Conservo gli incontri e una lingua che è madre e richiamo e talvolta rifiuto. Ci son certe facce, posture, parole che mi riportano in un attimo indietro negli anni. Mi son famigliari i paesaggi, la terra, le marne che si spaccano al sole. L’Appennino ci nutre, ci offre riparo, ci incanta, così come a volte ci isola, ci adombra e tiene sul margine. Radici profonde che, ovunque noi siamo, ci danno l’illusione di non essere stranieri.







