Il mio segreto è una memoria che agisce a volte per terribilità. Isolata, immobile, sul punto di scattare, sto al centro di correnti vorticose che girano a spirali in questa stanza dove i miei cento orologi sgranano battiti diversi in diversi timbri. Se alzo il capo li vedo fiammeggiare, e ad ogni tocco di fuoco corrisponde un’immagine. Sempre sono trascinata fuori di me dalla tempesta di vivere. Che cosa è il tempo, e perché deve considerarsi passato? Fino a quando viviamo esiste un solo tempo, il presente.
Nell’incipit di Rinascimento privato Maria Bellonci affida la costruzione del romanzo a un’immagine destinata a governarne l’intera architettura: la protagonista, Isabella d’Este, è immobile al centro di una stanza, mentre cento orologi scandiscono tempi diversi e ogni rintocco innesca un ricordo diverso. La memoria non ricostruisce il passato secondo una successione lineare, ma lo richiama come una costellazione di tempi simultanei, in cui il presente continua a essere abitato da ciò che è stato. Emblema della rinuncia alla linearità cronologica del tempo, la Stanza degli Orologi non è solo uno spazio fisico dentro il Palazzo Ducale di Mantova ma un dispositivo della coscienza che combina grappoli di passato e futuro nel segno di un eterno presente soggettivo.
È in questa stessa dimensione che prende forma la scrittura di Stefano Petrocchi (Direttore della Fondazione Bellonci e segretario del comitato direttivo del Premio Strega) in Romanzo privato (Mondadori, 2026), racconto della vita e dell’opera di Maria Bellonci che procede per correnti contrarie e inattese spirali cronologiche, muovendosi continuamente avanti e indietro nel passato secondo linee e andature a volte parallele, a volte tangenti, spesso difficili da accordare. La dissonanza che informa il libro interpreta le «due distinte linee temporali» che attraversano la biografia di Bellonci: «una conduce all’autrice di romanzi storici tradotti in tutto il mondo. L’altra segue le tracce della fondatrice del Premio Strega, uno dei più prestigiosi riconoscimenti letterari italiani» (p. 11).
In apparente contraddizione con questa premessa, Petrocchi inizia la sua narrazione da un raro punto di convergenza fra la vita della scrittrice e quella dell’animatrice culturale: «non c’è chiave d’ingresso migliore per entrare nella vita di Maria Bellonci del giorno della sua morte» (p. 11). In una coincidenza quasi romanzesca, il giorno del suo funerale, il 15 maggio 1986, corrisponde alla data di presentazione delle opere in gara alla quarantesima edizione del Premio Strega. Dopo lunghe esitazioni, Bellonci ha deciso di candidare Rinascimento privato (pubblicato nel novembre del 1985) proprio nelle settimane che segnano l’aggravarsi delle sue condizioni di salute:
Ci si dovrebbe astenere in ogni modo dall’interpretare le coincidenze che il caso dissemina nelle nostre vite, è una divinità capricciosa che ama sviarci con falsi indizi. È probabile tuttavia che il caso qui non c’entri nulla e che l’improvvisa accelerazione degli eventi non sia altro che la conseguenza patita nel corpo e nell’anima del fermo proposito di rovesciare un tabù. Quale? Non quello che riguarda il desiderio quasi incestuoso di ricevere il premio letterario da lei stessa creato, anche se il mondo non parla che di questo. Piuttosto c’entra l’ambizione legittima, ma non per questo meno scabrosa, di essere riconosciuta – lei che da alcuni viene considerata un’autrice di narrazioni spurie, al confine tra storiografia e invenzione romanzesca, da guardare con sospetto anche perché “vende” – fra i grandi celebrati dallo Strega come Cesare Pavese, Elsa Morante e Giuseppe Tomasi di Lampedusa. (p. 23)
Partire dalla fine significa partire dal nodo della contraddizione che segna tutta l’esistenza di Bellonci («che sia venuta prima la scrittrice, per vocazione e precoce affermazione, è irrecusabile. Che la notorietà ottenuta dall’animatrice culturale abbia finito con l’eclissare almeno in parte la scrittrice, anche», p. 11) e, allo stesso tempo, che tiene insieme biografia letteraria e impegno culturale, vicende personali e storia collettiva di una classe intellettuale che ha impresso la sua visione del mondo sulla seconda metà del Novecento: «da qualunque punto si tenti di accostarne la personalità emergono frammenti di una storia collettiva, insieme pubblica e privata, che Maria ha scelto consapevolmente di riassumere nella sua persona» (p. 27). Una scelta che porta con sé un carico di contraddizioni e, in un certo senso, un’ironia amara che interessa proprio la natura delle opere.
I protagonisti dei romanzi di Bellonci sono quasi sempre figure alle quali il potere non appartiene come conquista, ma come eredità, uomini e donne chiamati a incarnare un destino dinastico che non hanno scelto. Nelle sue pagine il potere non è mai soltanto un privilegio o un’opportunità di realizzare sé stessi, è soprattutto un vincolo che mortifica le inclinazioni individuali e costringe i personaggi entro una funzione pubblica dalla quale non possono sottrarsi (tanto più gravosa e vincolante per le donne, ma altrettanto emblematica, in questo senso, è anche la figura di Vincenzo I in Segreti dei Gonzaga). È singolare che proprio Bellonci, negli ultimi anni della sua vita, sia stata a sua volta identificata con una forma di potere, quello culturale esercitato attraverso il Premio Strega, fino a essere accusata di averne fatto uno strumento di controllo e di influenza. Come i suoi personaggi, anche la sua figura pubblica è rimasta prigioniera di un ruolo che ne ha ostacolato il vero riconoscimento, impacciata da un’immagine di ambizione e dominio che non riflette la problematicità della sua ricerca umana e letteraria.
Dotata di particolare densità e coesione, quasi un racconto autonomo dentro una narrazione multifocale, la seconda parte del libro di Petrocchi sgrana un tempo completamente diverso, quello della giovinezza che si alimenta e si autocostruisce intorno all’incontro con Goffredo e alla ricerca della scrittura (non scoperta ma, appunto, ricercata attraverso approssimazioni e fallimenti) in un dialogo durato oltre quarant’anni, in cui le due voci ricercano insieme («battiti diversi in diversi timbri») le ragioni dell’amore e della letteratura.
La terza parte segue invece l’andamento frammentario degli appunti diaristici di Bellonci, risalendo, con ulteriori oscillazioni e disallineamenti temporali, gli anni della maturità anagrafica e creativa, concedendo solo negli ultimi tre capitoli l’attesa (e volutamente essenziale) ricostruzione delle circostanze e delle modalità di fondazione del Premio Strega, destinato a deviare profondamente non solo la percezione della sua figura pubblica ma anche il rapporto della stessa scrittrice con la propria opera.
La dorsale che tiene insieme queste cronologie sfasate è una posizione interpretativa fondamentale. Petrocchi costruisce un racconto a tre voci in cui la protagonista si svela attraverso il dialogo con le due figure che aprono e chiudono la sua esperienza di scrittura: Lucrezia Borgia (a cui ha dedicato il romanzo d’esordio, nel 1939) e Isabella d’Este. I due destini, opposti e conflittuali, informano e disturbano l’esperienza e la coscienza di Bellonci, una personalità che non può fare a meno di costruirsi e «percepirsi senza residui sia dentro la realtà, sia dentro l’universo funzionale della letteratura» (p. 63). Non sono, per Bellonci, due fantasmi della storia o della letteratura ma due fattori attivi del proprio destino e del proprio temperamento («Maria lascia prevalere l’innata attitudine a costruire e a conservare quanto costruito, cioè il suo essere da sempre più vicina a Isabella che a Lucrezia – anche se è a Lucrezia che ha sempre voluto assomigliare», p. 134), paradigmi esistenziali che filtrano la costruzione del sé e la ricerca di uno sguardo capace di attraversare le aporie e le opacità della dimensione pubblica e privata.
In un gioco di specchi sapientemente condotto, Petrocchi riprende la medesima tecnica narrativa della scrittrice: allo scavo fra le lettere e le carte di Lucrezia e Isabella si sostituisce un’inedita ricerca nell’epistolario e nei quaderni di appunti autobiografici di Maria. Il risultato finale contamina le forme della biografia e del saggio con slanci puramente narrativi, espressione di una sensibilità che interpreta anche il silenzio delle fonti, valorizzando quell’entropia di segni che ogni vita si lascia alle spalle. La sintesi critica che riconduce a unità l’opera di Bellonci diventa così anche il manifesto del libro, dei suoi modi e delle sue intenzioni:
Tutta la sua opera, per quasi mezzo secolo, non ha fatto altro che raccontare donne e uomini del passato nella loro intima essenza, portando in piena luce, cioè alla pubblica attenzione, quanto occorreva per comprenderli e comprendere, con loro, noi stessi (p. 112).
In questo sistema di sguardi incrociati Petrocchi riesce a riflettere sulla figura di Bellonci la luce che lei stessa ha proiettato sulle due grandi signore del Rinascimento, accogliendo la sfida della scrittura che si misura con la memoria (ancora una volta, quella privata e quella pubblica), con l’identità e con il rapporto irrisolto fra verità e invenzione. È in questa frattura che conquista il suo posto nella tradizione del Novecento italiano l’esperienza, solo apparentemente defilata, di Maria Bellonci. Con i suoi romanzi l’autrice problematizza lo statuto dell’esercizio narrativo e della conoscenza storica, discutendo la possibilità di distinguere, in linea teorica e sul piano della produzione di senso, l’enunciato letterario dal documento storico. Sebbene non si possa contestare che i suoi personaggi siano realmente vissuti, la scrittura di Bellonci sostituisce l’archeologia storico-biografica con un processo di attribuzione di coscienza che trascende la ricostruzione dei fatti, al punto che le sue figure diventano finzionali e, a dispetto di tutti i documenti presentati per accertarne l’esistenza, conquistano un’autonomia superiore: per essere veri non hanno più bisogno di riferirsi ad una realtà esterna al testo, esistono nella dimensione del racconto e in questa si muovono, tradiscono, uccidono, amano, falliscono, inventano, definiti dalle loro scelte morali. La scelta di ambientare le sue narrazioni nel passato, dimensione in cui tutte le vicende sono concluse, tutti i destini sono immutabili, permette di portare ad evidenza il senso di avventura e di sfida che agita l’esperienza dei personaggi, di illuminare quel margine di azione e di pensiero che, prima di cedere alla forza di condizionamenti e fenomeni secolari, definisce il significato della presenza umana nella Storia.
È in questa invenzione di un romanzo solidamente orientato a individuare una verità morale, a verificare lo scarto di volontà dell’individuo di fronte alle catastrofi del mondo (le guerre, le carestie, le persecuzioni, ma anche la negligenza, l’inettitudine, la crudeltà dei potenti) che Bellonci continua a ripetere e trasformare attraverso il Novecento la dialettica fra memoria e invenzione, rinnovando il senso e la necessità della parola letteraria. Ed è in questa direzione che il grande tema della sua scrittura finisce per coincidere con la domanda profonda che muove la ricostruzione di Petrocchi: il «rapporto impossibile tra letteratura e vita, che tanto più avrebbero bisogno l’una dell’altra quanto più intorno regna il caos, e che si scorgono attraverso un diaframma sottile come un vetro e poi si ritraggono per tornare a desiderarsi» (p. 139).







