Si dice fine del mondo e si pensa alla fantascienza, a rivolte di specie animali, invasioni incontrollabili di piante, congelamenti improvvisi e repentini virus letali. [1] Una visione escatologica figlia da un lato dell’incontro tra idealismo e millenarismo cristiano, dall’altro di un’autoproclamata centralità umana per cui la fine di una specie (la nostra) dovrebbe coincidere con la fine del pianeta che, in prospettiva cosmica, ci ospita da un battito di ciglia. Eppure di mondi reali che periscono ce ne sono tanti, proprio in questo mondo più largo che sembriamo faticare a comprendere nella sua complessità. Ci sono ecosistemi che scompaiono, specie che si estinguono, lingue che perdono i propri ultimi parlanti, tradizioni che muoiono con gli ultimi esponenti di un villaggio non globalizzato. E ci sono anche paesi, case, scuole, intere comunità che, d’ufficio, vengono sacrificati sull’altare dello sviluppo energetico. Di un caso come questo parla La diga, romanzo scritto a quattro mani da Maylis De Kerangal e Joy Sorman. È la storia del lago di Seyvoz: lago di fantasia sotto il quale si nasconde quello reale del Chevril, in Alta Savoia; lago artificiale costruito, come quello vero, ai danni di un villaggio montano (Tignes) sommerso dalle acque convogliate verso una diga idroelettrica.
Prehistorica Editore ha appena pubblicato La diga, grazie alla traduzione di Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella, perché in Italia questa storia non può che incontrare orecchie attente. Come ricorda Luca Scarlini nella postfazione, l’impresa costruttrice della diga del Chevril, la Coyne et Bellier, è la stessa della diga di Malpasset esplosa nel 1959, in un disastro analogo all’italiano Vajont. Così come simile al destino di Tignes, sommerso dalle acque, è stato in Italia quello di Curon, ora sul fondo del lago di Resia, raccontato da Marco Balzano in Resto qui (Einaudi 2018). Uno dei due piani temporali intorno ai quali si dipana La diga – quello più vicino all’oggi, scritto in nero – sfiora il nostro paese quando Tomi, ingegnere incaricato di monitorare la diga, accende la tivù in albergo, esasperato dalla paradossale mancanza di rete internet nella valle dell’elettricità:
Sfilano immagini riprese con una telecamera a spalla, caotiche e quasi incomprensibili: in giornata si è verificato un disastro, uno smottamento o una colata di fango, impossibile stabilirlo con esattezza, quella sembra una strada dopo un attentato, un bombardamento, gente che urla, chiama, grida ordini, estrae vittime seppellite dalle macerie con verricelli di fortuna, i lamenti e le sirene saturano l’audio, la macchina dei soccorsi tarda ad attivarsi mentre monta la polemica – terreni non edificabili venduti ai costruttori, imprese di lavori pubblici gestite dalla mafia, sindaci corrotti, lo Stato senza risorse. Tomi si è avvicinato al piccolo schermo, ascolta, è successo in Italia (pp. 23–24).
Anche l’altro livello cronologico, contemporaneo alla costruzione della diga e all’allagamento del villaggio (stampato in blu e alternato al nero), risuona di echi vajontiani, soprattutto quando ad essere raccontata è l’oltraggiosa dismissione del cimitero storico di Seyvoz, con conseguente «esumazione, trasferimento e inumazione delle salme nel cimitero recentemente inaugurato nella frazione di Ruz […] – una copia di Notre-Dame-des-Neiges che gli abitanti di Seyvoz già detestavano e nella quale avevano giurato di non mettere piede» (pp. 110–1).
Ci si potrebbe chiedere come mai le autrici abbiano deciso di dare un nome fittizio, Seyvoz, alla località descritta nel romanzo. La risposta è da cercare proprio in queste tentacolari connessioni con altri posti, altre storie, altri paesi. Seyvoz è in Francia, ma potrebbe essere appunto in Italia, o anche in Germania, Spagna, Marocco (dove la stessa compagnia Coyne et Bellier ha edificato la diga di Bin el Ouidane), Zambia e Zimbabwe (sui cui confini si iscrive la diga di Kariba, ancora a firma Coyne et Bellier) – ovunque. Ovunque le necessità di uno pseudo-progresso centralizzato siano venute prima del diritto delle comunità umane e più-che-umane di veder preservati i propri ambienti e ritmi.
Ma Seyvoz è anche un fantasma, un polo di energia negativa che affligge chiunque le si avvicini. E quindi La diga non è, non può essere solo un romanzo realistico: ha anche un andamento onirico (da incubo, più che da sogno), un ritmo segmentato che riflette la scissione arbitrariamente imposta al paesaggio intorno alla diga, e uno sviluppo come in apnea, che restituisce sul piano stilistico il dilagare dei 240 milioni di metri cubi d’acqua che hanno inghiottito Seyvoz:
Susanne Gex sogna il disastro, l’allagamento di Seyvoz. […] È l’ultimo giorno e Susanne Gex si è svegliata alle prime luci dell’alba, sotto un cielo bianco, si è infilata un impermeabile sulla camicia da notte ed è scesa in cantina, attirata da un odore di salnitro e humus, il pavimento era fradicio, coperto da una patina melmosa. È uscita a camminare, sulle prime ha pensato di avere le allucinazioni quando ha visto decine di marmotte scappare per le strade, correvano da tutte le parti, spaventate, disorientate, lanciando grida acute come cinguettii di uccellini, probabilmente messe in fuga dall’innalzamento delle acque che le aveva scacciate dai fianchi delle alture. Susanne deve aver pensato che fossero accomunati, animali e uomini, dal medesimo panico all’approssimarsi della calamità, che l’inondazione finale fosse imminente – adesso aveva l’acqua fino alle caviglie, un’acqua lugubre (pp. 140–1).
L’acqua filtra nelle vite dei protagonisti: Tomi, impiegato dell’azienda Voltang responsabile del funzionamento della diga, e Joaquim, che decenni prima si era trasferito a Seyvoz dal Portogallo per partecipare alla costruzione dell’impianto, finendo «annegato sotto un’onda di cemento» (p. 66) – «Joaquim inghiottito dal cemento come il paese lo sarà a breve dall’acqua non appena terminata la diga, Joaquim vittima sacrificale del futuro disastro, fagocitato dal muro» (pp. 66–7). Soprattutto, l’acqua e il territorio che questa modella guidano l’immaginario di De Kerangal e Sorman, tessendo la rete metaforica che sostiene il romanzo: «Tomi si era dovuto concentrare per seguire il filo del discorso, appoggiandosi alle poche parole udibili come chi attraversa il greto di un fiume saltando di sasso in sasso» (p. 15); «Basta seguire la strada, le foreste di tralicci e il cablaggio del cielo» (p. 53); «il viaggio a Seyvoz, il muro, quell’acqua immota, quell’albergo inquietante e gli strani eventi verificatisi laggiù, tutto ciò si rimpicciolisce progressivamente, si indurisce, si mineralizza fino a divenire una concrezione, un frammento di roccia, quel semplice sasso che Tomi si infila in tasca» (p. 151).
Si compie dunque nel libro uno scambio continuo tra il mondo umano e quello più-che-umano, una comunicazione porosa, correlativo oggettivo diffuso dell’opposizione etica ed estetica, oltre che concettuale, alla diga in quanto simbolo di chiusura, separazione netta, irreggimentazione del fluire. Questo scambio è quello che permette a chi legge di sintonizzarsi su ritmi diversi da quelli esclusivamente umani – ed è anche il motivo per cui la letteratura, attraverso le immagini che evoca, può raggiungere corde emotivo-intellettuali che i nudi dati scientifici talvolta faticano a smuovere: «Tomi non sa niente di uccelli di montagna, non saprebbe distinguere un fagiano di monte da un’aquila reale, ma comincia a sua volta a girare in tondo tra il parapetto della diga e la Passat che si raffredda» (p. 16).
Non manca nel romanzo anche un’attenzione alle cose, agli oggetti. Come a Curon Venosta, di cui è rimasto solo un campanile ormai iconico nel mezzo del lago di Resia, anche a Seyvoz le campane hanno ad esempio un valore simbolico forte:
Nel campanile di Notre-Dame-des-Neiges a Seyvoz ce ne sono tre: una grande e due piccole. […] Là dove giungono le frequenze di Alba, Égalité e France il vallone diventa una sorta di campana rovesciata, un nido, la culla dei suoi abitanti: lì sono a casa.
Il muro, un coperchio di sarcofago, è così alto che ad aprile l’aria è già cambiata. Ristagna, irrespirabile, e la combinazione sonora, così a lungo custodita nella cavità dei timpani, va in frantumi (pp. 36–40).
Le campane sono prodotti umani, come lo è la diga. Ma a differenza di questa, frutto di un cantiere «cacofonico» (p. 62), possono diventare parte integrante della comunità, fattore armonico che la tiene insieme. A dimostrazione che non tutto quel che è costruito, manufatto, è deprecabile. La diga risponde quindi, con l’eleganza delle parole scritte bene, all’attacco capzioso di chi vedrebbe nella critica alla diga (a questa come ad altre) un disfattismo radicale e regressivo. Leggendo questa storia si arriva a capire che le alternative non sono mai binarie: non c’è il “progresso” da un lato e il ritorno alle caverne dall’altro; non c’è un mondo devastato dagli effetti del capitalismo contrapposto a uno del tutto privo di esseri umani e del loro ingegno. La questione è sempre quella dei modi in cui questo ingegno viene impiegato. La scrittura di un romanzo disorientante e sottilmente politico è, tra tutte, una delle modalità più efficaci per dimostrarsi esseri (post)umani, attenti alle dinamiche fragili degli ecosistemi circostanti e responsabili della loro sopravvivenza.
[1] Il titolo di questo articolo omaggia il saggio di Marco Malvestio Raccontare la fine del mondo: Fantascienza e Antropocene (nottetempo, 2021).







