Un fiume non conserva nulla, trascina via incessantemente. Le uniche tracce dell’acqua che scorre sul letto di terra vanno cercate nelle geometrie delle rocce, scandagliando avvallamenti e storture. Una città, allo stesso modo, tende a cancellare pian piano la propria storia: basta il cambio del nome di una via, la cessata attività di una taverna, e, col tempo, poco o nulla dei luoghi resterà riconoscibile.
L’essere umano, per sua natura, agisce in maniera diametralmente opposta. Tende alla conservazione, a limitare l’entropia degli ambienti e, conseguentemente, la propria.
Oggi a Rijeka sono in pochi a sapere chi è stato Gabriele D’Annunzio. Lo sbattere dell’Adriatico sugli scogli della città ha eroso il ricordo degli anni successivi alla Prima guerra mondiale – di certo aiutato dai tragici avvenimenti per l’indipendenza nei primi anni Novanta. Per chi, invece, ha speso i propri anni di scuola tra le pagine dei libri di letteratura italiana, il nome di D’Annunzio sarà ben più familiare, e con lui quello della città croata di Fiume o, in lingua locale, Rijeka.
A interrogarsi su questa rimozione silenziosa è proprio Fiume o Morte!, contemporaneamente film in costume e documentario impegnato, il lavoro del regista croato Igor Bezinović – nato e cresciuto a Rijeka – è un unicum nel panorama documentaristico recente, nonché il vincitore del Tiger Award all’IFF di Rotterdam e del premio come miglior documentario agli EFA. Il progetto, una coproduzione tra Italia, Slovenia e Croazia, è lontano dalla ligia ricostruzione storica a cui anni di produzioni e finanziamenti statali hanno abituato il pubblico, nonostante vanti una grandissima ricerca archivistica che va dalla raccolta di foto d’epoca – impresa non particolarmente ardua data la vivace curiosità di D’Annunzio per la, al tempo, giovane arte video-fotografica – fino all’ingaggio di un esperto d’armi di inizio Novecento.
Il film si immerge non tanto nell’evento in sé, già “ultra-narrato” e documentato, quanto nel tema del ricordo collettivo come mezzo di ricostruzione storica. Se la successione degli eventi è inevitabilmente una – ed è proprio sulla linearità cronologica che la pellicola si muove – le narrazioni e le memorie sono strabordanti, in evoluzione, dinamiche. Il primo modo in cui entriamo in contatto con questo racconto è uno dei risultati più evidenti di come la storia cambi forma: la rimozione. Interrogati per le strade, cittadini e cittadine hanno l’aria di non aver mai sentito parlare del poeta italiano; chi ne sa qualcosa, soprattutto i più anziani, lo incasella come un «fascista e storia chiusa».
Nel film la rimozione diventa allora una scusa per il gioco, per la recita “parrocchiale” che, attraverso una chiamata aperta tra giornali e radio, invita i fiumani a rivivere e riscrivere quel periodo della propria storia con cui non erano mai entrati personalmente in contatto.
Il primo aspetto è proprio questo: la ricostruzione è collettiva, con i personaggi storici che riprendono vita nei cittadini-attori non professionisti, curiosi, pronti a mettersi in gioco. Bezinović riesce così a inserire, di sbieco, anche una riflessione sul dispositivo attoriale: durante la classica intervista fronte camera, il regista domanda a una serie di ragazzi scelti per interpretare gli arditi di D’Annunzio «fareste mai i soldati?» e la risposta unanime è negativa, con anche qualche punta di malcelato disprezzo. Il cerchio si chiude soltanto nelle battute finali del film, quando i ragazzi-soldati posano in uniformi novecentesche tra i mercatini natalizi; una signora incuriosita inizia a discutere su quanto quel ruolo sia sbagliato, mettendo in crisi la posizione dell’attore, confondendo realtà e finzione e ponendo in difficoltà il giovane interpellato, che non riesce a svincolarsi dal paternalismo della passante.
L’espediente più notevole del gioco attoriale – riprendendo l’idea di play o jouer, assente nel verbo italiano – sono indubbiamente i sette D’Annunzio, divisi scherzosamente in D’Annunzio estivi, invernali, febbricitanti, ecc. Il protagonista della storia è infatti mutilato, frammentato in numerose interpretazioni di uomini fiumani, il cui requisito è solamente uno: essere pelati – sono anni di rivalsa per i calvi al cinema, come ha già testimoniato la proiezione in anteprima per soli pelati di Bugonia (Yorgos Lanthimos, 2025) al Culver Theater di Los Angeles. La presenza dei vari Gabrieli non è però solo stilistica o decostruttiva, ma soprattutto simbolica; mostra infatti una storia fatta di passaggi di testimone, a volte di sovrapposizioni – all’ingresso trionfante nella città tutti i Vati in divisa sono compresenti nella scena –, in cui la voce narrante di uno può accompagnare l’interpretazione di un altro, dando l’impressione di racconti e memorie differenti, non necessariamente incompatibili, che accalcandosi l’una all’altra generano una pluralità di realtà compresenti. Le narrazioni della vicenda fiumana in Italia e in Croazia sono certamente diverse ma, ribadisce un signore intervistato nel film, «non si può dire che ve ne sia una sola giusta».
Fiume o Morte! non agisce solo sulla ricostruzione, ma integra un consistente uso archivistico, fatto di istantanee grottesche e grandi ritratti monumentali, di filmati e documentazione bellica, fino addirittura all’unica registrazione audiovisiva in cui si sente la voce del poeta-soldato. Tutto il materiale fa parte di una gigantesca narrazione messa in piedi da D’Annunzio stesso; l’azione bellica doveva essere testimoniata al mondo, ricordata in eterno da immagini magistralmente orchestrate che il regista croato, con un sarcasmo pulsante, smonta attraverso un re-enactment carnevalesco. Gli attori in costume posti nella città completamente mutata di Rijeka sembrano una burletta, una demistificazione radicale delle immagini originali, ma agiscono soprattutto come personificazioni dei detriti che si depositano per creare la materia del presente – una cartografia degli spostamenti generati dal flusso della storia, quegli strati non gerarchici di reti, connessioni e processi in continua trasformazione rappresentati come “mille piani” di complessità da Deleuze e Guattari[1]. Il miscelarsi di presente e passato archivistico è anche la dimostrazione di come gli oggetti siano in continuità con la vita dell’uomo, diventando memorie estese che ci permettono di ricordare, catalogare e dare senso a quello che viviamo o abbiamo vissuto.
La città fa insomma da ancora, da ciottolo a cui aggrapparsi per non scordare mai dove ci troviamo e in che ottica ci viene mostrato quello che passa sullo schermo, senza lasciarci ammaliare dalla distanza storica che rischia spesso di renderci indifferenti: non è solo successo, ma sta succedendo tuttora; «i fascisti sono ancora in mezzo a noi, anche se non riusciamo più a distinguerli», dice un’intervistata, e i temi del colonialismo e della militarizzazione non ci sono poi così lontani.
Più che un documentario, Fiume o Morte! è un esperimento, un laboratorio democratico – che ricorda da vicino i metodi pedagogici partecipativi delle scuole sperimentali degli anni ’70 – in cui il popolo e la città di Fiume sono rimessi al centro della narrazione, smontando e rimontando la grande performance poetica di D’Annunzio – il governo di Londra descrisse l’azione come «un colpo di Stato letterario» – collocando la materia storica nel presente e mettendo in dubbio ogni parola, “impresa” o “occupazione”, “poeta” o “fascista”, colpevole di non possedere una verità intrinseca ma legittimata solo dal dispositivo che la produce.
La messa in scena lunga 16 mesi, dal settembre 1919 al dicembre 1920, è stata allo stesso tempo una tragica invasione e un carnevale, degna di una ciacola – ‘chiacchiera’ in dialetto fiumano (lingua utilizzata per quasi tutta la durata del film) – da bar. La memoria deve necessariamente essere drammatizzata per diventare raccontabile; nello strabordamento dei racconti, nel terraformare continuo delle acque che scorrono, «nel mondo folle e vile», per citare il primo discorso del Comandante della Reggenza del Carnaro, «esiste una sola verità, e questa è Fiume!».
[1]Deleuze, G., Guattari, F. (1980). Mille plateaux: Capitalisme et schizophrénie 2. Les Éditions de Minuit.






