Come la guerra di Troia e i poemi cavallereschi favoleggiano del nostro passato, anche il mito del vecchio West testimonia l’origine di un popolo. Ma cos’è, davvero, il mito del West? Quando Larry McMurtry si ritrovò a scegliere l’esergo per Lonesome Dove – tra i capostipiti della narrativa western – un concetto in particolare dovette sembrargli raffigurativo per illuminare, in poche parole, quell’epica americana: «Tutta l’America si trova in fondo a una strada selvaggia, e il nostro passato non è morto ma vive ancora in noi. I nostri avi avevano la civiltà dentro; fuori, la natura selvaggia. Noi viviamo nella civiltà che loro hanno creato, ma in cuor nostro quel mondo selvaggio perdura. Viviamo ciò che sognarono e ciò che loro vissero, noi lo sogniamo» (da Study Out the Land di Thomas K. Whipple). Ma il West è tante cose – cowboy, contadini, nativi; cercatori d’oro, avidi di terre, sterminatori di popoli –, una gamma di colori che sfuma a ogni indagine. Se, invece, provassimo ad applicare una lente più sfocata, osservando da una distanza maggiore per non rischiare di impantanarsi, potremmo dire che il vecchio West appare, in sostanza, come una testimonianza di disgraziati.
Con il suo nuovo romanzo, La fine della frontiera, edito a marzo 2026 da NN, Daniele Pasquini testimonia proprio questo. I personaggi che muove non indossano le vesti degli eroi, sono persone normali. Sono sciagurati che cercano una promessa alla fine della frontiera. Anche il titolo, invero, è una promessa che gioca con la semantica: la frontiera è, prima di tutto, una linea di confine, poi, nel mito del vecchio West, assume il significato di espansione. La fine della frontiera, allora, è la fine del mondo. Sono personaggi che cavalcano praterie e deserti, le ombre allungate da un sole morente, verso l’infinito. E forse è questo ciò che ci interessa, ciò che, alla fine, ci affascina: la possibilità, anche per gli ultimi, di sognare. Una promessa.
Pasquini aveva già parlato del mito del West in Selvaggio Ovest, del 2024, uscito sempre per NN: lì aveva portato l’America in Italia, con lo show di Buffalo Bill che sbarcava nella penisola, e aveva narrato le gesta dei butteri, i cowboy della Maremma. Nella Fine della frontiera, invece, porta l’Italia in America.
Siamo a metà Ottocento, nel Nord della Toscana. Il viaggio di Dante Niccolai, un giovane carrettiere rimasto orfano, comincia qui. Ingaggiato per accompagnare la famiglia Ferrini al porto di Genova, decide di imbarcarsi con loro per il Nuovo Mondo, perché l’America promette un futuro sconfinato e, soprattutto, perché spera di coltivare l’amore per Adele. La vastità di quella terra senza limiti, però, divide presto i due ragazzi, e Dante, che non trova alcuna promessa laggiù, finisce per perdersi dentro se stesso: «Era come se tutta la sua vita […] fosse stata un susseguirsi di risposte a domande che non aveva mai fatto. Osservava gli eventi e si faceva trascinare. Si domandò come esprimere quelle cose, ma si limitò a bere un sorso di whisky e a passare la bottiglia all’indiano» (p. 137). Nemmeno Adele trova promesse, e dopo un attacco subito dalla sua carovana, si ritrova a vivere con gli indiani cheyenne e diventa una di loro: Corvo che Vede Lontano. In seguito, Dante capisce che l’unica promessa che ancora tiene viva una fiammella di speranza nella sua vita è andare a cercarla, perché
nell’Ovest, se non ti perdi, trovi sempre ciò che cerchi. Non c’è una spiegazione, ma è così che vanno le cose. È una regola. Se non muori prima, finisci sempre per incontrare chi stai cercando. Vale sia per i desideri che per le paure: c’è talmente tanto spazio, sulla frontiera, che le cose anziché disperdersi finiscono per attrarsi (p. 154).
Paradossalmente, Pasquini inventa per dare realtà al racconto, e testimonia per sorreggere l’invenzione. Perché di fatti veramente accaduti ne sceglie di talmente inverosimili, che senza la finzione narrativa si finirebbe per non crederci. Un episodio sbalorditivo che si racconta nel romanzo è quello di Carlo Di Rudio – i cui capitoli alternano le vicende di Dante e Adele –, che ha realmente combattuto in Italia nelle guerre risorgimentali, ha partecipato all’attentato a Napoleone III, è stato condannato alla ghigliottina, poi scampata, esiliato è evaso su una scialuppa, è emigrato negli Stati Uniti ed è sopravvissuto alla disfatta di Little Bighorn. E questo è solo uno dei tanti che popolano il romanzo e oscillano tra verità e finzione, la cui realtà si realizza solo quando i due concetti finiscono col sovrapporsi. Come gli altri, anche Carlo si ritrova in America perché non ha niente da perdere, perché non ha altra scelta, perché vede nell’Ovest l’unica salvezza dei suoi ideali. I suoi trascorsi guerriglieri gli permettono presto di arruolarsi nell’esercito federale di stanza a Fort Lincoln, ma gli ideali mazziniani che gli ardono il petto negli anni giovanili sono qui sopiti da una guerra agli indiani che non capisce, una brace che si va via via spegnendo. A onor del vero, non è l’unico, nell’esercito, a non raccapezzarsi:
[Una] banda di disgraziati, perlopiù ragazzi che passavano le giornate a discutere di come avrebbero speso la loro misera paga, e che una volta sprecati i pochi dollari di stipendio si radunavano attorno ai fuochi, divisi per paese di origine, a rimpiangere di non aver scelto un’altra maniera per tirare a campare (p. 284).
Le vicende di Carlo, Dante e Adele si allacciano sulle sponde del Bighorn: la famosa, storica disfatta del generale Custer – la più rovinosa degli americani sul proprio suolo; anche se a ben vedere, come dice Pasquini nei ringraziamenti, in realtà «il conflitto si svolse in terra indiana» – culmina nel climax del romanzo. Un climax che, se possibile, si trascina imperterrito anche oltre, perché i tre personaggi devono chiudere il cerchio del loro viaggio, affrontando lo spietato Iron Jack, andando incontro al loro destino.
La fine della frontiera intreccia storia e avventura, invenzione e realtà: è romanzo civile e di formazione. Pasquini ha una penna lucida, una voce che ricorda da una parte i romanzi ottocenteschi, sull’onda di Salgari, dall’altra la grande letteratura western che va da Cormac McCarthy a Larry McMurtry, nei cui paesaggi impolverati si plana come un campo lungo da cinepresa. E la sua prosa lo testimonia, in particolar modo negli stralci onirici che descrivono panorami come estensioni di un mondo interiore:
Salì fino a raggiungere gli speroni di roccia, una manciata di enormi massi che parevano essersi conficcati lì piovendo dal cielo. Si aspettava di trovare gli indiani, ma si ritrovò solo, seduto su un masso, a osservare dall’alto l’accampamento. La luna era piccola, una falce crescente, e alle stelle che splendevano nella cupola nera facevano eco i fuochi che in basso costellavano il campo. Rimase in silenzio finché non sentì nient’altro che il vento e il proprio respiro, e l’aria fredda della notte che gelava il sudore sotto la giacca (p. 302).
La fine della frontiera è anche un romanzo sul tempo, un tempo che si dilata e si restringe, si colma e si ricongiunge. Una volta separatosi da Adele, infatti, Dante si fa insegnare a leggere e scrivere per poter tenere con lei una corrispondenza epistolare e non lasciare che il suo amore svanisca. E le lettere dei due ragazzi rappresentano proprio una sfasatura che impedisce loro di ritrovarsi. È solo il lettore ad avere il potere di spingere l’uno o l’altra nella giusta direzione, ma capirà presto che è un potere vano, la storia fa il suo corso, e non gli resta che rimanere appeso a un tempo che non è di nessuno, né suo né di Dante né di Adele, non è né giusto né sbagliato. È semplicemente il tempo della vita; e ognuno si adegua, lottando per uscire, per quanto possibile, da quella sfasatura.
Ma in fin dei conti, a dispetto di tutto lo sforzo di rimettere ogni cosa al suo posto, nonostante l’incrollabile coraggio dei protagonisti, data la sconfitta cui spesso va incontro l’esistenza, quello che dipinge più nitidamente il romanzo è un affresco tombale del mito del vecchio West. Perché se il titolo, da una parte, si rifà alla linea di confine e, dall’altra, al concetto di espansione, l’unica promessa che mantiene è la decadenza di quell’epopea, il suo inesorabile fallimento: la fine. Si potrebbe allora dire chela fine della frontiera, tolto il male che appartiene a ogni colonizzazione, è meglio pensarla come un commovente concetto filosofico: anche se in cuor tuo sai che non troverai nulla, è un sogno che ti convince che spingerti più in là ti farà conoscere te stesso. Poco importa se si infrangerà. Bastano un cavallo e un cavaliere, al trotto verso l’ultima luce del giorno, un unico essere disegnato alle spalle sul terreno arido, in attesa di un nuovo sole. Una promessa lontana.









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