Per l’ottava puntata di “comizi dà more”, rubrica a cura di Francesco Ciuffoli, risponde Letizia Polini, insegnante e poeta autrice, tra gli altri, di Pachiderma (Zacinto 2025).
CAPITOLO I. lavoro e privato
FC: Innanzitutto, in questi ultimi, ultimissimi anni, spulciando varie biografie di giovani poeti/e italiani/e, si nota come sempre più scrittori e scrittrici si trovino a svolgere il ruolo dell’insegnante. Facendo anche tu parte di questo folto gruppo di persone, a cosa attribuisci questa similitudine lavorativa in chi scrive? È un bene o un male? Come mai sembra che i/le poeti/e non possano fare altro?
LP: Credo molto onestamente che per come vanno le cose oggi, sia davvero difficile vivere di scrittura, men che meno di poesia. L’insegnamento permette di ritagliarsi uno spazio da dedicare alla scrittura e di passare molto tempo in un territorio di scambio, di riflessione. Permette l’incontro con bambinə e ragazzə con background molto diversi, di diverse età, che stanno crescendo, si stanno formando. Io insegnando in una scuola primaria ho in più il privilegio di lavorare con l’infanzia e questo mi permette di guardare quotidianamente alla parte di me a cui attingo di più quando scrivo.
FC: Potrebbe secondo te essere problematico per la produzione letteraria, in particolar modo per quanto concerne quella poetica, che la maggior parte di chi scrive e pubblica in Italia si trovi più o meno sfacciatamente dentro quelle stesse istituzioni demandate a produrre la critica della produzione letteraria e/o a giudicarne la cosiddetta qualità, decidendo persino – anche in base a una certa rete di contatti – ciò che merita maggiore esposizione sugli scaffali delle librerie?
LP: Sì, forse un po’ lo è, mi sembra che certa poesia più visibile sia tale proprio perché appartenente a una certa rete di contatti. Ma credo anche che sia difficile che le cose cambino perché la maggior parte delle persone,che anche si interessano di letteratura, non legge poesia. Il pubblico della poesia è così ristretto, di conseguenza le case editrici che se ne occupano sono poche e quindi la sua diffusione non può che essere molto limitata.
FC: Passando invece a altre questioni, riflettendo sulla tua posizione sociale di insegnante nelle scuole. Come ti vivi il lavoro in rapporto ciò che fai al di fuori delle mura scolastiche?
LP: Sicuramente insegnare implica partecipare attivamente al processo formativo delle nuove generazioni, questo inevitabilmente mi porta ad avere forse un’attenzione e un interesse maggiore di altrə verso bambinə e ragazzə che incontro fuori dal mondo scolastico, è uno sguardo che nutre il mio stare a scuola e viceversa.
FC: Al di là dello stipendio, cosa è importante per te nel lavoro che fai? Reputi che il tuo lavoro sia in qualche modo utile a qualcosa o a qualcuno?
LP: Sì credo sia molto importante il lavoro dell’insegnante, ma credo siano altresì importanti i pari, il territorio, la gestione dell’istituzione scolastica, le famiglie. È importante che vengano messe a disposizione le risorse per svolgere un’azione educativa efficace. L’insegnante non basta, tanto più perché oggi la maggior parte dellə insegnanti sono precarə e restano a scuola, se va bene, per al massimo un anno e non possono progettare a lungo termine, si deve ricominciare sempre da capo a partire dalla costruzione di una relazione di fiducia, che è alla base dell’azione educativa.

CAPITOLO II. educazione e crescita
FC: Quali sono le tue paure più grandi? Come le affronti o non le affronti?
LP: Diciamo che riflettendo sui temi attuali forse più urgenti, che sia l’emergenza climatica, il rispetto dei diritti e delle libertà di ciascuno e il genocidio in atto, mi sembra che le cose peggiorino di giorno in giorno, questo mi fa paura.
In tutta sincerità mi sento molto impotente, nonostante io cerchi di fare piccoli gesti quotidiani per tentare di partecipare ad un miglioramento delle cose, la visione di questo declino mi spaventa.
FC: Quanto di quello che fai fuori dalla dimensione lavorativa emerge in classe? Hai mai parlato di poesia contemporanea? Del tuo percorso poetico o di quello di altri/e amici o amiche e colleghi/e del mondo poetico? Come è andata?
LP: Credo che occuparsi di poesia determini un modo specifico di stare nel mondo, di guardare alle cose e alle parole. Mi trovo molto spesso davanti a bambinə che non hanno ancora sviluppato un lessico sia per ragioni anagrafiche sia perché non italofonə e trovo sia interessantissimo vedere come si adoperino per cercare la parola giusta più vicina al loro sentire, a quello che vogliono esprimere. Trovo che questo sia un processo molto vicino alla poesia. A partire dagli anni universitari il mio interesse si è rivolto alla poesia come luogo di sviluppo del pensiero, sin dalla scuola dell’infanzia. Quando ne ho la possibilità condivido libri di poesia contemporanea con i bambini e le bambine. Credo sia un dovere dal momento in cui la poesia, se non tramite chi se ne occupa in prima persona, fatica ad entrare a scuola.
FC: Avverti una stranezza, una quasi-ambivalenza nella tua vita personale? Cerchi di tenere il più possibile divisi questi due piani della tua vita o, al contrario, cerchi di unirli quando ce n’è occasione?
LP: Per me scrivere poesia implica uno sguardo diverso nei confronti delle cose, in relazione a qualsiasi piano della mia vita, non credo sia possibile tenere separati i piani.

CAPITOLO III. cattivi e buoni maestri
FC: Ti reputi un/una buon/a insegnante? Che differenze trovi tra fare l’insegnante e fare il/la maestro/a, inteso qui nel senso più largo del termine in ambito scolastico?
Non amo il termine “maestro”, in un certo senso è come se imponesse una gerarchia e non voglio pormi così quando insegno. Che etimologicamente mi riporti a qualcuno che è di più, il più esperto, colui che padroneggia così tanto qualcosa da poterla trasmettere, mi convince ancora meno. Per me insegnare è davvero lavorare insieme, non credo di poter trasmettere un sapere, piuttosto cerco di creare le condizioni contestuali e relazionali per costruire e arrivare a delle conoscenze insieme.
Se penso al termine in modo esteso non lo trovo inclusivo.
FC: Esistono invece, secondo te, i/le maestri/e in ambito poetico? Ti è capito di incontrarli/le e/o di porti tu in quest’ottica con qualcuno/a?
LP: Più che a maestrə se oggi penso a chi ha lasciato un segno dentro di me, direi l’arte in generale. Ci sono quadri, performance o film che mi hanno insegnato molto, oltre che alcune opere letterarie, non solo di poesia. Ma nel tempo cambiano i miei riferimenti e la mia consapevolezza rispetto a certi insegnamenti. In alcuni periodi mi vengono in mente delle opere, in altri altre, a volte mi capita di rivedere un film dopo anni e di rendermi conto solo in quel momento di quanto mi abbia influenzato e insegnato, anche se non lo ricordavo.
No, non penso che potrò mai pormi in questa ottica con qualcuno.
FC: Per quanto ti riguarda invece ti è capitato più spesso di incontrare buoni o cattivi maestri/e? E come ha influenzato la tua vita questa cosa?
LP: Diciamo che ho più presente cosa vuol dire incontrare cattivə maestrə e credo che si diventi tali quando si vuole insegnare qualcosa senza vedere davvero chi si ha davanti, quando non si è interessatə all’altro, quando non si costruisce prima un rapporto di fiducia reciproca e si vede l’insegnamento come un rapporto di potere.

CAPITOLO IV. pubblico e politico
FC: Che valore ha per te il politico (orientamento)? Che differenza poni rispetto alla politica (posizionamento)? Ritieni di essere trasparente nella tua appartenenza a entrambi questi aspetti in classe come nella vita?
LP: Credo che il politico entri nella nostra quotidianità ogni giorno, in molte scelte che facciamo ed è quindi inevitabile che si percepisca anche nell’azione educativa.
FC: Concludendo, ci tornano ora in mente alcuni versi del poeta che recitano: «Io non dico il privato è politico / dico anche il privato è politico». Ecco, da questo punto di vista, è mai emerso nel tuo lavoro o in altre sedi un certo indirizzo politico? Senti che il tuo privato sia in qualche modo anche politico?
LP: Sì, nel mio lavoro, come dicevo, credo si possa percepire il mio “indirizzo politico”, in quanto ogni scelta viene filtrata da ciò che per me è importante.
Lo stesso nella scrittura, anche se in modo forse più inconsapevole, perché il mio processo quando scrivo è istintivo. Dopo aver costruito la struttura, che è sempre molto solida, ciò che ci metto dentro sono intuizioni, inconscio, suggestioni. Rileggendo quello che ho scritto, anche dopo molto tempo, mi accorgo che trapelano molte cose, anche di ciò che può rientrare nel politico (mi viene detto anche da chi legge).
FC: Pensi altresì che il privato debba assumere o assume già per te una posizione sul piano politico? Ritieni che l’esposizione politica debba trapelare maggiormente nel pubblico (qui inteso come il poetare e tutto ciò che ne ruota intorno) piuttosto che nel privato (qui inteso come il lavoro di insegnante, poiché mediaticamente meno esposto)?
LP: Non credo che il poetare debba per forza far trapelare il politico, credo però che sia facile che accada. Tendo a preferire la poesia quando è un territorio libero, dove emerge anche il dialogo o il conflitto tra ciò che siamo, che ci è stato imposto e che in qualche modo ci ha formato, e ciò che politicamente riteniamo giusto. Possiamo credere in un nostro diritto, lottare per delle idee politiche ma faticare a metterle in pratica nella quotidianità, è interessante che la scrittura sia lo spazio dove poter esprimere questo conflitto. Diversamente accade per l’insegnamento. Per esempio, quest’anno sono state apportate delle modifiche importanti alle Indicazioni Nazionali per il curricolo dell’infanzia e del primo ciclo, documento di riferimento della scuola. Queste modifiche attaccano fortemente la scuola come istituzione democratica e la libertà d’insegnamento. Emerge un ritorno a pratiche didattiche trasmissive, a valutazioni classificatorie, a considerare bambin*e adolescenti come soggetti passivi, rappresentati in funzione del mondo adulto non riconosciuti come soggetti autonomi, portatori di saperi, capaci di contribuire e partecipare alla comprensione della realtà e dei cambiamenti. Per esempio, cercare di non aderire a certe indicazioni è sicuramente un dovere politico per me.

CAPITOLO V. sì o no
Ulteriori domande rappresenteranno il 5° e ultimo capitolo di quest’intervista. Riprendendo la struttura proposta da Pasolini in Comizi d’amore, sostituiremo al tema del sesso la tematica della poesia. Ti verrà quindi chiesto di rispondere e/o commentare quanto più brevemente alle seguenti affermazioni. [è gradito anche un semplice SI o NO]:
Schifo o pietà?
la poesia come schifo? [SI]
la poesia come pietà? [SI]
La vera Letteratura?
la poesia come sesso? [SI]
la poesia come hobby? [SI purtroppo]
la poesia come onore? [NO]
la poesia come successo? [NO]
la poesia come piacere? [SI]
la poesia come dovere? [SI]







