il filosofo Roland Barthes ne Il sistema della moda, sostiene che il vestito non descrive mai soltanto un corpo: definisce un sistema di significati, una mitologia collettiva, un modo di stare nel mondo che precede qualsiasi intenzione individuale. Il vestito parla prima che la persona apra bocca. Questa intuizione – che l’abito sia un linguaggio, e che chi lo indossa ne sia al tempo stesso autore e prigioniero – trova nel cinema un terreno particolarmente fertile. Da American Gigolo e i suoi morbidi completi Armani, fino al maglione ceruleo di Il Diavolo Veste Prada, pochi oggetti di scena come un capo d’abbigliamento, condensano altrettanta ambiguità: il vestito è maschera e confessione, armatura e vulnerabilità, identità scelta e identità subita.
È in questo gioco di trame e orditi – sia di tessuto che narrativi – che si inserisce Mother Mary, il nuovo film di David Lowery distribuito da A24, giunto cinque anni dopo The Green Knight (2021) e che rappresenta il capitolo forse più ambizioso di una filmografia costruita sull’ostinazione di dare forma concreta a ciò che per definizione non ce l’ha: il fantasma.
La sartoria come spazio sacro
Il film segue Mary (Anne Hathaway), pop star planetaria che, nel mezzo di una crisi spirituale e professionale, si presenta alla porta di Sam Anselm (Michaela Coel), importante stilista e sua ex migliore amica, ritiratasi in uno studio isolato in campagna. Dopo anni di assenza dalla scena, Mary sta per debuttare con un nuovo show e ha bisogno di un vestito, ma non uno qualsiasi: ha bisogno di qualcosa che la faccia sentire sé stessa, una formula che i suoi attuali collaboratori sembrano incapaci di eseguire. La richiesta suona vagamente assurda e insieme perfettamente comprensibile a chiunque abbia mai cercato nell’abbigliamento qualcosa che andasse oltre la copertura del corpo.
Il set in cui si svolge l’intero film è un fienile accanto alla villa di Sam, adibito a laboratorio per l’occasione. In questo luogo arcaico e scarsamente illuminato le due donne ingaggiano una sorta di duello: entrambe feritesi vicendevolmente in passato, ora si studiano, testano le reciproche difese, affondano e parano, seguendo un copione estremamente teatrale. Persino gesti di routine sartoriale, come la presa delle misure per l’abito, diventano insospettabili aggressioni, con l’approcciarsi dei corpi e degli sguardi.
Si può leggere un riferimento a Phantom Thread di Paul Thomas Anderson: anche lì uno stilista – in quel caso ossessionato dalla perfezione – trasforma l’atelier in un luogo di potere e nevrosi e anche lì la creazione di un abito diventa un atto che trascende la sartoria per diventare esercizio di controllo sull’altro. Ma dove Anderson costruiva un sadico balletto di dominazione tra il couturier e la sua musa, Lowery sposta l’asse: qui è la musa che viene a reclamare la propria forma, e la stilista che deve decidere se concedergliela.
Qui la creazione del costume di scena diventa una seduta psicoanalitica/spiritica, in cui Mary e Sam ripercorrono insieme il passato in cerca dei loro demoni, per estrarre dai loro incubi il tessuto perfetto in grado di salvare la star.
La star come icona religiosa
C’è un’idea che attraversa il film e che Lowery non enuncia mai esplicitamente, lasciandola invece sedimentare nell’accumulo di immagini e situazioni: le star del pop contemporaneo funzionano secondo una logica antica e quasi liturgica. Si tratta di figure che incanalano e proiettano, attraverso la loro effige, i miliardi di speranze dei fan che le seguono da un punto all’altro del mondo, in pellegrinaggio. Come nel colossale Eras Tour di Taylor Swift – l’evento di maggior successo nella storia della musica – i concerti sono riti collettivi, in cui i credenti-fan si scambiano braccialetti e analizzano nel dettaglio ogni aspetto dello show, a partire dai costumi-paramenti.
Mary – il nome non è casuale – è anch’essa una figura ieratica, una presenza che per esistere ha bisogno di una materializzazione, di un’incarnazione visibile. I suoi costumi non la vestono: la producono. Senza di essi non c’è Mary, ma soltanto una donna in crisi. Con essi, c’è un’icona, un simulacro, qualcosa che somiglia a una reliquia in movimento: il vestito ha una funzione salvifica, sia per i credenti che per la divinità.
«Quando indossiamo un vestito riuscito, il nostro corpo e una porzione di mondo si congiungono e si trasformano reciprocamente in apparizione della bellezza», afferma il filosofo Emanuele Coccia nella sua “conversazione” con il celebre stilista Alessandro Michele, in cui i due riflettono sul senso della moda e, come dice il titolo dell’opera, su La vita delle forme: «che non solo permettono di esprimere una libertà personale, ma anche di magnificarla, di intensificarla, di renderla più radicale e comunicabile».
C’è qualcosa di sciamanico in tutto questo, e Mother Mary lo riconosce con una certa lucidità. Come il manto del sacerdote o l’armatura del cavaliere medievale, il costume della pop star è un oggetto di protezione contro forze che non si vedono ma si sentono: il giudizio del pubblico, la propria inadeguatezza, il vuoto che si apre quando l’immagine non regge più il peso dell’aspettativa. Mary ha perso il suo amuleto, e senza di esso è esposta.
Fantasmi con abiti diversi
Lowery è tornato, in fondo, al territorio che gli appartiene. Già in A Ghost Story (2017) aveva dato corpo all’impalpabile con un dispositivo visivo ai limiti del ridicolo – un lenzuolo bianco con due buchi al posto degli occhi – eppure quella scelta volutamente parodistica finiva per reificare l’emozione con una precisione quasi brutale: l’abbandono aveva una forma, e quella forma era un costume. Nel caso di Mother Mary il fantasma è ancora una volta niente più che un tessuto: un lembo rosso che popola i sogni della protagonista, come un trauma da sciogliere.
Mother Mary è un film irregolare, forse deliberatamente – e qui sta sia la sua forza che il suo rischio più evidente. Lowery tende la corda tra pretesa concettuale e melodramma senza mantenere un equilibrio, e ci sono momenti in cui la costruzione cede sotto il peso delle proprie ambizioni. Una prima parte del film estremamente verbosa viene salvata solo in parte dal talento delle due interpreti, ma di certo non trova l’elemento dinamico nella colonna sonora tanto promossa prima dell’uscita in sala. A realizzare le musiche – comprese le canzoni cantate da Mary ai concerti – sono infatti nomi altisonanti del pop elettronico contemporaneo come Charlie XCX e FKA Twigs – quest’ultima presente anche come attrice – ma il risultato è debole e, a tratti, posticcio. A sostenere tutto ci pensa una sontuosa fotografia realizzata dal duo Rina Yang e Andrew Droz Palermo, capaci di caricare di bellezza e mistero ogni fotogramma, passando da atmosfere folk horror a quelle glamour del palcoscenico.
La domanda che il film porta con sé rimane, e non è banale: quando un’artista perde la forma – il vestito, la maschera, l’armatura – cosa resta? Un fantasma in cerca di un lenzuolo, o finalmente una persona?







