Proseguono le interviste a cura di Francesco Ciuffoli dedicate alla poesia e all’insegnamento. Oggi tocca ad Anna Papa.
Se fino al secolo scorso, come dicevamo, l’individuo letterario, produttore di versi e/o di prosa, risultava investito di una certa aura sacrale, mistica, quasi divinatoria – in quanto membro di quella società superiore, intellettuale –, oggi ci appare sempre più evidente – salvo casi eccezionali – come questa figura, in particolar modo quella poetica, sia quasi-scomparsa dall’immaginario della persona comune. Persino per i più romantici, questa fantasmatica e nostalgica presenza nel mondo del poeta, non rappresenta che un puro e semplice anacronismo, uno oramai quasi del tutto scaricato anche del suo più antico e regale fascino. È a tal proposito che abbiamo deciso quindi di intervistarti, per ridare corpo e forse speranza alla figura dello scrittore di testi poetici.
CAPITOLO I. lavoro e privato
FC: Innanzitutto, in questi ultimi, ultimissimi anni, spulciando varie biografie di giovan* poet* italian*, si nota come sempre più scrittori e scrittrici si trovino a svolgere il ruolo dell’insegnante. Facendo anche tu parte di questo folto gruppo di persone, a cosa attribuisci questa similitudine lavorativa in chi scrive? È un bene o un male? Come mai sembra che i poeti non possano fare altro?
AP: Innanzitutto, grazie per aver pescato anche me da questo folto gruppo di persone che si occupa di due cose che trovo estremamente problematiche: la scuola e la scrittura (ma che ha ancora il privilegio di scrivere e andare a scuola mentre tutto ciò viene negato a studentx e insegnantx palestinesi).
Lavorare è un bene o un male? Direi un male.
Provo a ripercorrere le mie scelte e a restituirvi il mio perché: occuparmi di scrittura per lavoro è stata ed è per me un’impossibilità di fatto, sono cresciuta e cresco col bisogno di un reddito certo e questo ha senz’altro condizionato e condiziona i miei sogni, le mie prospettive e i miei desideri.
L’insegnamento ha rappresentato per me un lavoro preferibile agli altri “lavoretti” provati o che ho visto fare, mi sembrava un giusto compresso tra lavoro, cose che mi interessano e altre varianti. Quando ho imboccato questa strada, però, non avevo chiarissima la condizione di precarietà a cui attualmente costringe e i lunghi mesi in cui il bisogno di un reddito certo è disatteso a causa di continui ritardi sui pagamenti, il pendolarismo, i soldi per i percorsi abilitanti, i tanti mesi di disoccupazione, la femminilizzazione dell’insegnamento, il tempo sottratto e le energie prosciugate in un posto che non è pensato per le necessità di ognunx, ma solo per una piccola parte di persone (indovinate quali). Insegno tendenzialmente negli istituti tecnici e professionali.
Insomma, credevo di riuscire a leggere, scrivere, creare molto di più rispetto a quello che in effetti riesco a fare in queste condizioni – che è quasi niente. Fate un po’ voi.
FC: Potrebbe secondo te essere problematico per la produzione letteraria, in particolar modo per quanto concerne quella poetica, che la maggior parte di chi scrive e pubblica in Italia si trovi più o meno sfacciatamente dentro quelle stesse istituzioni demandate a produrre la critica della produzione letteraria e/o a giudicarne la cosiddetta qualità, decidendo persino – anche in base a una certa rete di contatti – ciò che merita maggiore esposizione sugli scaffali delle librerie?
AP: Per quanto concerne la produzione poetica trovo tutto estremamente problematico, compreso quello che la domanda giustamente mette in luce. L’ambiente poetico italiano è, a mio avviso, l’ennesima bolla intrisa di dinamiche di potere, amichettismo, giochi di visibilità, lavoro non pagato, compromessi, maschilismo e … la lista è lunga e lamentosa.
FC: Passando invece a altre questione, riflettendo sulla tua posizione sociale di professore nelle scuole. Come ti vivi il lavoro in rapporto ciò che fai al di fuori delle mura scolastiche?
AP: Provo a non dimenticare che in quelle mura ci sono persone, me compresa, e cerco di sottrarmi come posso a qualcosa che mi vorrebbe tendenzialmente: guardiana della norma, maestra della cultura dominate, dell’ordine, della sopraffazione. Lavoro, chissà come, alla mia personalissima riforma scolastica nell’attesa di un cambiamento radicale.
FC: Al di là dello stipendio, cosa è importante per te nel lavoro che fai? Reputi che il tuo lavoro sia in qualche modo utile a qualcosa o a qualcuno?
AP: Mi ricollego alla risposta precedente per sottolineare che la scuola è una questione politica (dato che, per esempio, sottostà a discutibili indicazioni nazionali) e credo sia utile, sia per me che per le persone che incontro in questo ambiente, ragionare insieme sui suoi rapporti di potere e su quelli che stanno fuori, provando a ridurre la distanza tra dentro e fuori.
Provo a ragionare in termini di scambio e di condivisione ma, non credendo nella retorica della vocazione, tenderei a ribadire che il fattore “stipendio” resta una questione centrale.

CAPITOLO II. educazione e crescita
FC: Quali sono le tue paure più grandi? Come le affronti o non le affronti?
AP: Le mie paure più grandi sono purtroppo dati di fatto: classi sovraffollate, scuola per ricchi, nessuna educazione liberatrice, sempre e comunque una questione di classe (e genere e “razza”, come direbbe qualcuna).
FC: Quanto di quello che fai fuori dalla dimensione lavorativa emerge in classe? Hai mai parlato di poesia contemporanea? Del tuo percorso poetico o di quello di altri tuoi amici e colleghi del mondo poetico? Come è andata?
AP: Cerco sempre un contatto col contemporaneo – a prescindere dalla poesia. Mi piace ragionare insieme su quello che si crea adesso, su cosa si può fare, cosa si può sovvertire, sul “con che strumenti”, dove. Provo a rintracciare testi che potrebbero piacere a chi ho di fronte (piacere nel senso di riguardare, avere a che fare con). Spesso leggiamo autorx palestinesi.
FC: Avverti una stranezza, una quasi-ambivalenza nella tua vita personale? Cerchi di tenere il più possibile divisi questi due piani della tua vita o, al contrario, cerchi di unirli quando ce n’è occasione?
AP: La mia vita personale è decisamente ambivalente ma, ahimé, questa ambivalenza non dipende dalla scrittura che, per le motivazioni espresse sopra, non mi scinde (anche questo dipende dalla classe). Mi piacerebbe sentirmi una scrittrice scissa tra quello che vuole e quello che deve? Non saprei, forse sì. Nei fatti mi sento una persona che arranca e che ogni tanto prova a mantenere viva qualche passione (preferirei un altro termine che adesso non ho, quindi ok, p a s s i o n e).

CAPITOLO III. cattivi e buoni maestri
FC: Ti reputi un buon maestro? Che differenze trovi tra fare il professore e fare il maestro, inteso qui nel senso più largo del termine in ambito scolastico?
AP: Spero di essere una buona maestra ignorante che rinuncia alla propria autorità e crede all’emancipazione delle intelligenze.
FC: Esistono invece, secondo te, i maestri in ambito poetico? Ti è capito di incontrarli e/o di porti tu in quest’ottica con qualcun*?
AP: Ho incontrato tante persone con cui ragiono in termini di scambio e arricchimento reciproco.
FC: Per quanto ti riguarda invece ti è capitato più spesso di incontrare buoni o cattivi maestri? E come ha influenzato la tua vita questa cosa?
AP: Ho incontrato tante persone con cui ragiono in termini di scambio e arricchimento reciproco e tante con cui sono in aperto scontro.

CAPITOLO IV. pubblico e politico
FC: Che valore ha per te il politico? Che differenza poni rispetto alla politica? Ritieni di essere trasparente nella tua appartenenza a entrambi questi aspetti in classe come nella vita?
AP: Sono abbastanza trasparente rispetto a questi aspetti in classe e a scuola, è – per esempio – evidente che io non non abbia nulla in comune con il ministro dell’istruzione (e del merito) e con chi l’ha messo lì.
FC: Concludendo, ci tornano ora in mente alcuni versi del Poeta che recitano: «Io non dico il privato è politico / dico anche il privato è politico». Ecco, da questo punto di vista, è mai emerso nel tuo lavoro o in altre sedi un certo indirizzo politico? Senti che il tuo privato sia in qualche modo anche politico?
AP: Con buona pace del poeta dico che il personale (perché il privato non mi piace) ((come non piaceva alle femministe che l’hanno detto)) è politico. Compreso quindi il mio personale e la mia personale scrittura. Non credo però che i miei librini cambieranno il mondo anche perché li legge sollo la bolla che li scrive a sua volta.
FC: Pensi altresì che il privato debba assumere o assume già per te una posizione sul piano politico? Ritieni che l’esposizione politica debba trapelare maggiormente nel pubblico (qui inteso come il poetare e tutto ciò che ne ruota intorno) piuttosto che nel privato (qui inteso come il lavoro di insegnante, poiché mediaticamente meno esposto)?
AP: Mi sono persa, forse ho già risposto, forse no, ma quando mi perdo è finita, tipo che non mi trovo più e il mio cervello non arriverà mai a rispondere perché ormai è andata, fine, kaputt.

CAPITOLO V. sì o no
Ulteriori domande rappresenteranno il 5° e ultimo capitolo di quest’intervista. Riprendendo la struttura proposta da Pasolini in Comizi d’amore, sostituiremo al tema del sesso la tematica della poesia. Ti verrà quindi chiesto di rispondere e/o commentare quanto più brevemente alle seguenti affermazioni. [è gradito anche un semplice SI o NO]:
Schifo o pietà?
la poesia come schifo? Ma sì, lo schifo ci sta sempre
la poesia come pietà? Boh
La vera Letteratura?
la poesia come sesso? In che senso?
la poesia come hobby? Sì, se per hobby si intende quella briciola di tempo che resta tra il lavoro produttivo e riproduttivo e la vita grama.
la poesia come onore? No, dai, brutta parola
la poesia come successo? Per chi?
la poesia come piacere? ‘na vota
la poesia come dovere? Nzzz








