Il ritorno di Andrea Bruno al fumetto è stata una bella notizia. L’illustratore e fumettista catanese aveva lasciato il segno con Cinema Zenit, opera in tre volumi usciti tra il 2014 e il 2017 e pubblicati da Canicola nel suo tipico grande formato (poi raccolti in volume unico in un formato ridotto nel 2022). Un segno simile a un graffito inciso sul muro che una nicchia di lettori visitava con la devozione di un pellegrinaggio: in quelle grandi tavole Andrea Bruno condensava neri materici e racconto, poesia, sogno, critica sociale. Nell’insieme, si aveva l’impressione di leggere le forme sull’acqua di un fiume illuminato dalla luna.
Date queste premesse, quando l’editore indipendente Sputnik Press ha annunciato un suo nuovo fumetto, le aspettative non potevano che essere alte: Punica Fides, questo il titolo, racconta il ritorno di Toni Castiglia alla sua isola natale, Punica, uno stato autonomo conteso tra le forze di sicurezza pubblica e i cittadini comuni. Di questi ultimi, solo la minoranza apolide è costretta a partecipare al conflitto, che prende la forma di una grande partita di baseball svolta sull’intero territorio cittadino, avendo i quartieri come basi da attraversare. Le specifiche dinamiche del gioco, applicato su una scala così vasta, appaiono chiare per gli abitanti, ma rimangono un mistero per lettori e lettrici. D’altra parte, le origini di questo match sono ormai perse nella memoria. Un contesto che a un primo impatto poteva suonare assurdo, forse anche un po’ forzato, sicuramente difficile da gestire.
Trovavo difficile da giustificare soprattutto la scelta del baseball, uno sport così lontano dal nostro immaginario. Ma, per quanto forse difficile da credere, a Catania il baseball si giocava e si gioca ancora e Andrea Bruno ha attinto a questa sua esperienza giovanile. E non è un caso se i colori scuri degli edifici di Punica ricordano quelli di pietra lavica della sua città natale. L’autore gestisce queste premesse in maniera magistrale, con il baseball a fare da sfondo a una storia densa di contenuti e rarefatta nel racconto, e un tratto che lascia a bocca aperta, tanto che gli è valso il premio per il miglior disegno all’ultimo festival Comicon di Napoli.
C’è poi un precedente letterario significativo rispetto al baseball: quell’epopea meravigliosa che è Underworld di Don DeLillo, un cantico della post-modernità che segue i passaggi di mano di una palla da baseball lanciata in tribuna durante una partita. «Parla la tua lingua», queste sono le prime parole del romanzo, riferite al ragazzo che sta per superare la sorveglianza ed entrare allo stadio senza biglietto. Sarà lui a ricevere la palla fortunata e a dare inizio a uno spaccato della società americana tanto vivido quanto complesso. Le prime battute di Punica Fides, d’altra parte, mescolano inglese, italiano e una lingua inventata dai contrabbandieri che navigano tra l’isola e la terraferma: un mix di idiomi introduce Toni Castiglia al paese natio, segnando l’inizio di una ricerca che si concluderà con la lingua del silenzio, del deserto e delle rovine.
Fin dalle prime pagine, il fumetto di Andrea Bruno restituisce un caos linguistico, una difficoltà a raccontare il mondo che si rispecchia nell’impossibilità di sapere cosa succede dentro le mura di Punica. Catherine, la giornalista che parla inglese, è lì per questo: Toni Castiglia deve trovare Petra Lavica, una figura di spicco della resistenza, e farla scappare dall’isola in modo che possa raccontare alla stampa le inumane condizioni in cui versano gli abitanti. Il contrabbandiere è il loro contatto per portarla sulla terraferma.
La decadenza è al centro dei fumetti di Andrea Bruno, ed è diretta conseguenza del suo modo di dare forma al segno: l’autore utilizza un bianco e nero con chiaroscuri netti, ma l’insieme è così sporco da rendere l’usura e la rovina del mondo che dipinge. Punica, infatti, somiglia a una Catania fuori tempo massimo, o a un’isola del Mediterraneo all’interno della quale, per prodigio, è stato trasferito il quartiere ateniese di Exarchia. Più che di sfumature, quel bianco e nero è carico di strati, come se le tonalità e i colori si fossero sedimentati l’uno sull’altro in un tempo incommensurabile, dando vita a una complessità presente, ma difficile da interpretare, sempre sotto traccia.
Rispetto a Cinema Zenit, in Punica Fides c’è una trama più riconoscibile, un movimento con uno sviluppo e dei punti fermi, scanditi dal susseguirsi delle basi del campo di baseball. D’altra parte, però, questo movimento ha una traiettoria circolare: Andrea Bruno lascia che la storia si riavvolga almeno in parte su sé stessa, per poi far deragliare il racconto verso direzioni impreviste. Il motivo dietro il ritorno di Toni Castiglia, infatti, non si limita alla missione per conto della giornalista e la sua strada lo porterà lontano dai quartieri abitati, letteralmente fuoricampo.
L’atmosfera è spesso surreale, sospesa in un tempo scandito da una partita senza fine e che ha lo scontro (e i soprusi annessi) come unico orizzonte di possibilità. Un mondo la cui logica appare lontana, visibile solo in filigrana. Eppure, una rappresentazione grottesca e distopica del contemporaneo è evidente, forse ancora di più in un periodo, come quello attuale, in cui gli scontri tra manifestanti e polizia assurgono spesso agli onori della cronaca. Come a Punica, il presente sembra stretto entro dinamiche sempre più difficili non solo da interpretare, ma anche da giustificare: come siamo arrivati a questo punto? Come può la verità, nella sua complessità e con le sue contraddizioni, essersi allontanata tanto? Perché non c’è un’alternativa? Ce n’è mai stata una? Non bisogna farsi ingannare dalla polarizzazione messa in scena da Andrea Bruno: con la divisione tra controllori e controllati, sfruttatori e sfruttati (e buoni e cattivi), l’autore aggancia la storia al presente, per poi attraversarla con il suo protagonista escluso, respinto da una parte e dall’altra, in uno stato di spaesamento simile alla trance e al sogno.
Punica Fides tratteggia un mondo in rovina utilizzando richiami, suggestioni e un racconto non lineare. È evidente l’influenza di Antoine Volodine, autore che si è definito fondatore del movimento «post-esotico», alla cui opera Andrea Bruno ha detto in più occasioni di essersi ispirato. Quella dello scrittore francese è una poetica che racconta un futuro al collasso in cui il sogno ha lo stesso valore dell’esperienza e i cui protagonisti vagano alla deriva, tra intuizioni, coincidenze e déjà vu. E, come nelle sue opere, anche in Punica Fides alcuni messaggi arrivano con chiarezza, come figure che emergono tra le macerie, quasi una sfida all’idea che tutto sia effettivamente finito. È la forza di smascherare la realtà dietro quella patina di progresso, razionalismo e funzionalismo che ci viene propinata quotidianamente. La forza del surrealismo.
E proprio di surrealismo come reazioni ai nuovi fascismi parla Naomi Klein in un suo articolo uscito sul periodico “Equator” (in Italia è stato tradotto sull’Internazionale del 6 febbraio): la forza del movimento artistico risiede nella capacità di mostrare la realtà dietro la norma, di mettere a fuoco la banalità di un male protetto da regole la cui vera assurdità sembra ormai dimenticata. Ma il contesto è cambiato, le rovine accumulate dal tempo e dalla storia sono sempre più ingenti (tanto che, guardando le macerie di Punica, è difficile non pensare alle immagini che arrivavano e che continuano ad arrivare dalla Striscia di Gaza), mentre la natura perde progressivamente lo status di rifugio utopico che le veniva attribuito dai surrealisti. E davanti a crisi, macerie e sfruttamento, si spinge verso una rinnovata e illusoria unità, rabbiosa e repressiva, perché spaventata; e che in quanto tale non ammette contraddizioni e quindi nemmeno cambiamenti: solo rimozione e accumulazione.
Siamo dopo il surrealismo, dopo il post-modernismo, probabilmente anche dopo il post-esotismo. Come raccontare questa condizione? Punica Fides finisce ma, dopo l’epilogo, ha un altro capitolo, il più significativo. La prosa di Andrea Bruno qui, spesso contenuta all’interno di didascalie, si fa ancora più poetica e prova a raccontare il deserto, un luogo costellato da relitti di umanità. Un “terzo paesaggio” assoluto, sterminato. Anche le parole sembrano stratificate, dense, vengono da un passato antico e risuonano nei pellegrinaggi di Toni Castiglia. Siamo oltre le rovine del presente, oltre il tempo e oltre il linguaggio, «tra memoria e futuro» (per citare invece le riflessioni di Laura Pugno nel libro L’oltre). Ad essere cantate qui sono «le peripezie della polvere», oggetto di un poema epico ormai dimenticato.
Forse è per muoversi in questa direzione che la lingua di Andrea Bruno passa prima di tutto dal gesto, dalla distribuzione di inchiostro nero che dà forma alle immagini in un modo che pare quasi incidentale. Sembra che l’autore abbia memorizzato quelle macerie accarezzandole con le mani per restituirle su carta allo stesso modo, passando dallo stesso sguardo tattile da cui traspare un amore a tratti insostenibile. Un sentimento del genere trova forma in personaggi giovani, in quell’ardore incosciente, pieno di vita e di rabbia che anima Petra o Anna, la protagonista di Cinema Zenit. Anche loro parlano la nostra lingua, ma, nel frattempo, noi l’abbiamo dimenticata.
Senza retorica, Punica Fides racconta un sentimento di cui ormai mensilmente si riempiono le nostre strade e dal quale nessuno sembra disposto a farsi interrogare: così come nel fumetto, la repressione senza volto e senza ascolto è l’unica risposta. Anche a costo di barare. Forse il vero valore dei fumetti di Andrea Bruno sta nel loro essere una mappa del presente, o almeno di un suo lato nascosto. Ma non ci sono quartieri cyberpunk, enclave antiatomiche, utopie nella foresta, comunità di ribelli luminosi e attraenti, o altre forme che l’immaginario liberista e capitalista ha già masticato, digerito e neutralizzato. Solo una serie di futuri falliti e un tempo, l’unico rimasto, che si dispiega tra le sabbie del deserto e si addensa sotto le tende di chi ne abita i confini.
A questo punto, sarà chiaro che Punica Fides non è quello che si dice “un fumetto per tutti”. Il finale, poi, si potrebbe dire che è poco comprensibile. Eppure, è un fumetto che andrebbe consigliato a chiunque. Ci viene ricordato periodicamente che il fumetto non sta bene, che i libri non stanno bene, che il mercato ristagna; le statistiche e i dati di crescita sono lì a ricordarcelo, nella loro stentorea e fatale freddezza. Ma tra queste rovine c’è sempre qualcosa che si muove. Fumetti così: ragionati, poetici, provocatori, arrabbiati. Vivi. Non è finita, e non finirà finché ci sarà qualcuno a cantare Le peripezie della polvere.

Andrea Bruno, Punica Fides, Pisticci, Sputnik Press, 21 x 29,7cm (bianco e nero), 144 pp., € 22.









