Dopo Sick of Myself e Dream Scenario, Kristoffer Borgli torna a muoversi sullo stesso trope su cui aveva già riflettuto nei film precedenti: quello di personaggi che desiderano avere il controllo della propria immagine, oppure che si ritrovano vessati a causa di essa. In Sick of Myself, la protagonista Signe (Kristine Kujath Thorp) bramava lo sguardo altrui a tal punto da autolesionarsi pur di guadagnare notorietà, non rendendosi conto che non tutte le attenzioni hanno lo stesso valore: un conto è spiccare per il proprio talento o per comportamenti virtuosi, un altro è l’essere notati a causa del senso di pietà o di disgusto generato negli altri. In Dream Scenario invece il protagonista Paul (Nicolas Cage) diventa famoso suo malgrado. Tutti, per motivazioni sconosciute, iniziano a sognarlo, e sebbene all’inizio Paul tenti di sfruttare questo evento a suo vantaggio, ben presto tutto il suo mondo gli crollerà addosso.
In The Drama, invece, Emma (Zendaya) si ritrova, a pochi giorni dal suo matrimonio, con il futuro marito Charlie (Robert Pattinson) e i suoi testimoni di nozze per provare il menù della cerimonia, e decidono di fare un gioco, in cui viene posta una domanda: “Qual è la cosa peggiore che hai mai fatto?”. Sia i testimoni Rachel (Alana Haim) e Mike (Mamoudou Athie), sia il fidanzato vuotano il sacco, rivelando aneddoti gravi della loro vita, ed Emma, convinta che avrebbero sospeso il giudizio anche su di lei, dice la verità. Quanto rivelato, però, è troppo da sopportare per loro, che rimangono scioccati, sebbene Emma, a differenza loro, non abbia effettivamente commesso un atto orribile, ma solo pianificato. La scena, oltre venti pagine di sceneggiatura di dialogo, scorre alla perfezione, sia per la padronanza di Borgli per la sceneggiatura, già dimostrata nei vecchi film, sia per la bravura degli attori.
Che cosa racconta davvero The Drama? Più che parlare di colpe, il film di Kristoffer Borgli sembra avventurarsi su un terreno più scivoloso e, in realtà, più vicino al nostro presente: il modo in cui gli altri ci vedono, ci percepiscono, ci giudicano. C’è sempre uno scarto tra la versione di noi che gli altri costruiscono nella loro testa, e quello che siamo in realtà. Nessuno può sapere davvero tutto di noi. Spesso però ci ritroviamo a valutare le altre persone, anche quelle più vicine, in maniera superficiale, e non ci aspettiamo che possano avere un lato oscuro. Quando quel lato oscuro viene a galla, e ci accorgiamo della realtà, diventa difficile scrollarsela di dosso. In questo senso il film lavora meno sull’azione (compiuta o solo pensata) in sé, e più sulla sua eco. Borgli si sofferma sul modo in cui la nostra immagine pubblica può mutare repentinamente quando qualcosa che nessuno sapeva viene a galla, e sul modo in cui la percezione esterna di ciò che siamo finisce per contare più di chi siamo realmente. Quando un errore cancella, agli occhi degli altri, tutto ciò che siamo oltre quell’errore, diventiamo noi stessi l’errore. Chi siamo davvero, quindi? Siamo ciò che scegliamo di essere, oppure ciò che gli altri credono che siamo? Borgli sembra dare una risposta: è il gruppo, il contesto sociale, a decidere di volta in volta chi siamo, attraverso la scelta di cosa sia accettabile, cosa sia ridicolo, cosa possa essere facilmente dimenticato e cosa, invece, sia imperdonabile. Interessante in questo contesto il fatto che il film si ambienti negli Stati Uniti, dove ciò che racconta Emma tocca un nervo scoperto della società americana, e che sia il personaggio di Charlie che il regista siano invece europei. Borgli lavora quindi non solo sul percepito, ma anche sulla differenza nel percepito in diversi contesti sociali: i tabù statunitensi sono diversi da quelli europei.
Attraverso questo ragionamento, il film si lega molto bene al presente, in particolare alla cultura social, dove generiamo un alterego validato dallo sguardo altrui e, al contempo, un fatto non è avvenuto davvero finché non è stato visto, commentato e condiviso. Ciò ci obbliga a mantenere una coerenza nel tempo, e questo limita la possibilità di evolvere, di crescere, di cambiare e trasformarsi, insieme alla propria immagine. Quello che abbiamo fatto nel passato, che un tempo poteva anche sbiadire insieme ai ricordi, resta lì, archiviato per sempre, e pronto a tornare fuori.
The Drama parla della paura di restare imprigionati in una versione di sé precedente, che non corrisponde più alla realtà, a causa di un errore commesso da quella versione, anche se oggi non lo rifaremmo più. Sebbene sia proprio grazie all’errore che spesso si impara e si evolve, il mondo oggi ci impone di non sbagliare mai, prima ancora di aver potuto imparare.
Il film mette in luce anche come, in un contesto in cui più persone disapprovano qualcosa, è più probabile che anche altre disapprovino, anche solo per seguire la maggioranza o la propria bolla. Questo fenomeno ha un nome scientifico ben preciso: conformismo sociale. Quando non c’è un tribunale a decidere cosa sia giusto o sbagliato, ma solo il senso comune, è l’approvazione o disapprovazione sociale a fare da padrona: ciò che, internamente, magari giustificheremmo, ci appare più o meno grave a seconda di come viene percepito dall’esterno. Nel 1961, Solomon Asch condusse un esperimento per testare questo comportamento. Otto partecipanti, di cui sette complici con lo sperimentatore, dovevano identificare, in un esercizio di discriminazione visiva, quale linea grafica tra quelle disegnate su un foglio corrispondesse ad un’altra. Dopo risposte corrette iniziali, i complici iniziavano a rispondere in modo errato e concorde. Il soggetto sperimentale, rispondendo per ultimo, tendeva a conformarsi agli errori degli altri, nonostante conoscesse la risposta giusta. Solo pochi si opponevano alla pressione del gruppo, dichiarando ciò che osservavano realmente. Esperimenti simili sono stati condotti anche da Muzafer Sharif, che studiò come le opinioni del singolo si modificano in base al parere di un gruppo, e da Stanley Milgram, che studiò come i soggetti si comportano quando sottoposti ad un’autorità superiore. In The Drama, la reazione di forte disapprovazione di Rachel influenza le reazioni di Mike e Charlie, inizialmente più contenute. Charlie, in particolare, dopo la serata, continua a pensare e ripensare a quanto accaduto, ritrovandosi a chiedere a chiunque cosa farebbe al posto suo. Non solo. Borgli ci racconta anche lo spazio psicologico dei personaggi, in un montaggio serratissimo: in questo film, a differenza dei precedenti che ha montato completamente da solo, il montaggio è stato curato insieme a Joshua Raymond Lee, con un risultato degno di nota. Come già visto in particolare in Sick of Myself, col montaggio serrato il regista ci fa sbirciare nella testa dei protagonisti, nelle loro conversazioni immaginarie, mentre rivivono i momenti di tensione, le angosce e i sensi di colpa per ciò che hanno detto o fatto.
Davvero un’omissione sul proprio passato può causare tutto questo trambusto? Eppure Charlie e Emma si sono conosciuti e amati proprio grazie a una bugia. In un caffè dove Emma stava leggendo un libro, Charlie, pur di parlare con lei, le dice di aver letto lo stesso libro, solo per poi rivelarle, durante il successivo appuntamento, di non aver mentito. Tra l’altro, in quell’occasione, Emma spiega a Charlie di non sentire da un orecchio, e questa particolarità non è solo un’escamotage narrativo, ma trasmette una simbologia ben precisa. Il dettaglio “particolare” di Emma in qualche modo “fa comodo” anche a Charlie, che può sussurrare nell’orecchio da cui Emma non sente ciò che ha paura di rivelarle. D’altra parte però il fatto che Charlie non chieda mai a Emma come sia diventata sorda da quell’orecchio, diventa nell’economia del film la nota stonata della loro relazione: a volte è proprio in ciò che abbiamo davanti che si nascondono i più profondi segreti di una persona, eppure non ci facciamo caso. Spesso nelle coppie si danno per scontate troppe cose, o meglio, si idealizza l’altro fino a renderlo l’immagine idilliaca che abbiamo di lui, esattamente come la versione di Emma che Charlie racconta nel discorso di nozze a inizio film.
Nel film c’è anche spazio per riflettere sulla cancel culture e sul diritto all’oblio, e non è un caso. Borgli stesso abbia uno scheletro nell’armadio che l’ha portato a ricevere molte critiche sul web.
Come riportato da Hollywood Reporter, all’età di ventisette anni frequentò brevemente, per il corso di un’estate, una ragazza minorenne di sedici anni (l’età del consenso in Norvegia, Paese da cui proviene) e si ritrovò ad affrontare un dilemma etico: da un lato si rendeva conto che la differenza di età era troppa, e gli amici gli dicevano che “non era una cosa normale”, dall’altra si trovava a romanticizzare quel tipo di relazione, anche a causa della passione, in comune con la ragazza, per i film di Woody Allen, che normalizzano la differenza di età molto ampia nelle relazioni. Nonostante l’ammissione di Borgli che non fosse una relazione auspicabile, egli afferma anche che: “Non puoi scegliere cosa desidera il cuore”. Questo ovviamente non giustifica l’azione del regista, ma al contempo ci offre una chiave di lettura ulteriore sulle motivazioni che lo hanno spinto a riflettere su questo specifico argomento nel suo ultimo film. Se è vero che grazie ai social siamo riusciti a smascherare molti personaggi pubblici che avevano grossi scheletri nell’armadio, è anche vero che la possibile gogna mediatica per il proprio passato sta diventando un freno per intere generazioni. Gen Z e Gen Alpha sono le prime vittime di una società dove il passato non può venire cancellato, e quindi rimane cristallizzato, tra foto imbarazzanti sui social e vecchi post pubblicati. Siamo nell’epoca del cringe, dove qualsiasi cosa può diventare un meme, e sempre più azioni che, fino a quindici anni fa, erano normalissime vengono considerate imbarazzanti. Tornando a The Drama, e più in generale alla filmografia di Borgli, possiamo vedere come l’archetipo narrativo su cui si fonda lo sguardo autoriale del regista è la riflessione su quanto la società, o anche semplicemente la micro-comunità in cui viviamo, composta da amici e familiari, sia disposta ad abbandonare la lettura individuale dei fatti per adattarsi ad una cornice socialmente accettata, in un mondo in cui apparire socialmente accettati e accettabili sta diventando molto più importante di essere; un mondo in cui conoscersi realmente e profondamente diventa sempre più complesso, mentre è sempre più facile presupporre come l’altra persona sia, viva, cosa provi, in base a come appare. E non è un caso che le stesse generazioni che si ritrovano a non poter vivere liberamente senza rischiare di mettersi pubblicamente in imbarazzo, sono quelle che fanno uso di chirurgia estetica fin dalla giovanissima età rischiando danni permanenti. Per le donne, ad esempio, è addirittura sempre più diffusa l’ossessione per la skin care fin dall’età infantile. Per gli uomini, invece, è dilagante il fenomeno ancor più pericoloso del looksmaxing, che si interseca con quello dell’ideologia blackpill e della manosfera.
Insomma, Borgli con questo film sembra interessato alla psicologia sociale, al mostrare come viviamo in un clima di pressione sociale (e social) diffusa, in cui l’identità è un concetto fragile.
Lo fa con un film che sa essere divertente, che sa intrattenere, e al contempo sa far riflettere su tematiche estremamente attuali. Forse, se proprio gli si vuole trovare un difetto, questo film è in qualche modo più edulcorato, meno affilato dei suoi precedenti. D’altronde è un’opera prodotta da A24, che apre finalmente al grande pubblico la carriera del regista. Quindi ben venga che un maggior numero di spettatori si approcci a un regista come Borgli che, finora, non ha ancora sbagliato un film.
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