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Stanza con sconosciuti – Intervista a Valentina Maini

Giulia SarlidiGiulia Sarli
11 Maggio 2026
in Interviste, Letterature
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Stanza con sconosciuti – Intervista a Valentina Maini

A febbraio di quest’anno è uscito Alaska (Bollati Boringhieri, 2026), secondo romanzo di Valentina Maini che nel 2020 ha esordito con La Mischia, edito sempre per Bollati, e che precedentemente ha pubblicato per Arcipelago Itaca l’opera in versi Casa rotta (2016), storia del passaggio di una bambina all’età adulta, che si chiude con dei versi che ci fanno intendere come in questa autrice ci sia una circolarità di temi che vengono indagati e che si conglomerano in poetica.

Continua a nascere non arresta il flusso
delle gemme, si riempie è tutta
luce germinata senza condizioni necessarie
gli esperti allargano la bocca – lei cresce che continua a
crescere, senza ossigeno, temperatura sfavorevole
contro ogni previsione evolutiva
che il seme quasi non si vede

Maia, la protagonista di Alaska, è una ragazza di vent’anni. La sua complessità interiore si riverbera nell’acqua della laguna. La immagino camminare dentro una fiamma per Venezia. Il suo inconscio è tante cose ma soprattutto una pianta che le cresce dentro. Alaska cambia passo rispetto a La mischia. È una storia in cui la trama è fatta di pochi segni stilizzati e astratti. L’epoca è indefinita, c’è uno scarto dalla Storia che invece contestualizzava fortemente il primo romanzo. Venezia è una città astratta, a tratti magica, caleidoscopica. È la città vista e vissuta da Maia. C’è un triangolo, anzi due (o forse tre): quello tra Maia, Sergio, l’amante che anagraficamente potrebbe essere suo padre, e Louis; quello tra Maia, Sergio e la moglie di lui, Maria, la cui presenza inizialmente marginale si fa sempre più ingombrante con l’avanzare del racconto. C’è una lingua che esplode sulla pagina. Quella che già ne La mischia aveva lanciato la sua rete catturando molti lettori. Ma se La mischia era un romanzo veloce, sia per sintassi che per colpi di scena, Alaska si prende tutto il tempo, e noi con lui. Ci sono libri che sono fatti per essere letti e riletti. Alaska è proprio uno di questi.

Nel romanzo Alaska, così come nel tuo esordio, La mischia, mi sembra che abbia un peso molto grande il tema del confine, di una zona, materiale o astratta, che esiste ma è sul punto di scomparire. Penso al corpo di Maia che, come quello di Gorane, Jokin e Germana ne La mischia, sono corpi d’ossa, così magri che sembra tendano ad annullarsi. Penso alla città di Venezia, votata a essere sommersa dall’acqua. La stessa installazione di Maia, Stanza con sconosciuti, è precaria, fatta di ghiaccio che dovrà sciogliersi. Come mai è così importante per te questo spazio tra essere e non essere?

Non so se sia importante per me, sicuramente è familiare. Ne La mischia Gorane passava il tempo ad attraversare spazi molto diversi l’uno dall’altro anche dal punto di vista sociale. In Alaska indago più il passaggio di stato, come tu dici a proposito dello sciogliersi, ovvero la trasformazione, quel momento in cui non sei più ciò che eri, ma non sei ancora ciò che sarai. Per citare Rosselli, sei grande e piccola insieme. Può essere interpretato come un interesse per la trasformazione e il movimento, o come un vizio autolesionista – in fondo, sono persone che attaccano sé stesse, profondamente tentate dal non esistere, come dici tu. È un atteggiamento che riconosco, un mio funzionamento, in parte ereditario, quello di non vivere mentre si vive. Che vuol dire? Penso che per non interpretarlo in chiave patologica (che palle!) sia una forma di curiosità, di esperimento, il desiderio di puntare alla sostanza, al nocciolo duro delle personalità che metto in campo: per questo, pur non scrivendo libri che hanno bambini come protagonisti, mi interessa molto la dimensione dell’infanzia, di chi non riesce ad emanciparsi davvero da quel momento della vita. Come l’acqua rimane la stessa, a prescindere dallo stato che assume, così mi pare di chiedermi che cosa resti invariato dentro di noi, che cosa ci accompagna come un tratto genetico che non abbiamo scelto, su cui non abbiamo controllo, per tutta la vita. Nonostante le botte, anzi soprattutto dopo le botte, l’impulso verso l’estinzione. Per compiere questa indagine, è necessario esporsi al mondo, farsi anche male, andare incontro alle intemperie e vedere cosa resta; cosa resiste. Anche nell’arte, come si dice a un certo punto del libro: il tempo agisce sull’uomo come sulla tela e la traccia che resiste all’operato della degradazione forse siamo noi.

C’è un passaggio in Alaska che sembra un manifesto di poetica: «Fare arte era osservare la superficie di un lago senza distogliere mai lo sguardo fino al momento in cui il cadavere sarebbe emerso in superficie; immergersi nel lago; riportare il cadavere a riva. La fatica consisteva solo nell’attesa, nell’abbandono a ogni possibilità di scelta e nel peso del cadavere sulle proprie spalle. Non seguire la legge della corte, ma sottomettersi al cielo. L’arte, nel suo infinito tergiversare, era uno spreco della vita» (p. 34). Che cosa accomuna l’arte alla morte, al lutto?

L’arte è in un certo senso un’esperienza di morte, se con morte si intende la sospensione di ciò che si è, il cessare la propria vita per come la si conosce, mettere in pericolo la propria identità. Mi pare che molti scrivano per affermare sé stessi, la loro differenza, per dare anche un senso alla propria traiettoria personale e rivendicare un’unicità, mentre quando scrivo io preferisco dissolvere quella che conosco come Valentina Maini, dimenticare cosa mi è successo nella vita, perché ho sofferto, di chi mi sono innamorata, chi mi ha abbandonata, come è stata o non è stata la mia vita. Darmi tregua. Non lo faccio ancora abbastanza, ma il punto a cui miro è quello e quando ci riesco è bellissimo.

Riprendo l’ultima frase del passaggio precedente: L’arte era uno spreco della vita. Ancora mi fa pensare al tema dei confini. In Alaska ci sono diversi riferimenti a una vocazione dei personaggi alla precarietà. Maia a me sembra una mistica, che vive ai margini e che ha lasciato ogni forma di stabilità per fare l’artista. Proprio nella prima pagina del libro, Sergio le dice «sembri una mendicante». C’è poi questo personaggio stranissimo, suo vicino di casa quando lei era piccola e viveva con la madre, abbandonata da un padre di cui non si ricorda. È un punkabbestia che la cerca sempre e le dice di essere lui suo padre. E c’è la storia di Cesco Pizzigani (p. 97), che Louis, giovane amico e amante di Maia, le racconta: era uno scalpellino del Cinquecento che aveva partecipato all’edificazione della facciata della Scuola Grande di San Marco e che, dopo aver speso tutti i suoi averi per curare la madre, alla sua morte, avendo perso tutto, aveva trascorso il resto della sua vita da mendicante. Da dove viene questa attrazione a lasciare andare tutto e è mai stata una prospettiva di vita per te?

Ne I quaderni di Malte, Rilke parla di una mendicante che lo indica, gesto che lui interpreta come segnale di riconoscimento tra simili. Me lo ha ricordato di recente una persona a cui stavo raccontando alcuni strani episodi che, nel corso degli anni, mi sono capitati con i senza tetto, e lei ha nobilitato la mia esperienza citando Rilke. Una volta, a Brighton, un punkabbestia mi ha sorriso e mi ha steso una specie di tappeto rosso davanti. Ci ho camminato sopra, guardandolo. Continuava a sorridere. Quel giorno ero anche vestita bene. Questa è una delle tante esperienze, forse la più clamorosa, che mi è capitata con quelli che vengono spesso chiamati i relitti della società. Che significa? Mi riconoscono? La percezione del mio randagismo è reale? Per tornare alla tua domanda, lasciare andare tutto è una tentazione che ho in generale, più come spinta verso il rilassamento, la mancanza di controllo che come concreta prospettiva di vita. Insomma, non ho mai pensato, per esempio, di mollare tutto per, come si dice, inseguire il mio sogno. Anzi sono molto determinata dalle condizioni materiali, dai soldi, cerco di averne sempre un gruzzoletto da parte. Il lasciare andare che intendo io ha a che fare con l’incapacità di vivere le mezze misure, stare in una posizione di equilibrio. Lo sbilanciamento è più semplice dell’equilibrio. Cadere è più semplice di stare in piedi. Corrisponde sempre alla tentazione di sparire o di non essere più una persona, come accade a Maia che piano piano si allontana dalla sua umanità, assumendo le sembianze di un vegetale, quasi. Ma non è un intervento programmatico: semplicemente, lei – posta al centro del quadro (da me) – piano piano si dirige verso i bordi, scavalca la cornice. In una parola: non è granché interessata a sé stessa, un sentimento che condivido.

Maia è un’artista che decide di andare a vivere a Venezia perché la ritiene la città in cui potersi migliorare e seguire una ricerca. Frequenta le lezioni all’Accademia di Belle Arti quasi da ladra perché non è iscritta. Scopre che dietro le teorie proposte c’è sempre un fondo di erotismo. E poi accade che da artista diventa “oggetto” di rappresentazione, trovando lavoro come modella del corso di nudo, anche se Sergio non vorrebbe e cerca di farla desistere. Maia, proprio lei che si trova bene nei margini, è al centro della rappresentazione altrui, proprio con il suo corpo votato alla trasparenza. Quale rapporto c’è tra Maia e la rappresentazione del femminile, nel suo essere artista e modella? A pagina 101 scrivi «L’amore per Sergio nutriva l’attrazione di Maia per le ragazze, il loro peso specifico nella sua vita». Il corpo femminile può essere visto solo da un punto di vista maschile ed erotizzato? 

La prima idea del libro è nata per caso, guardando la fotografia di una donna sdraiata a terra, come intenta ad ascoltare il pavimento. Apparentemente un’immagine di totale passività, di resa, di sottomissione. Eppure, io non ci ho visto la rappresentazione di una donna oggettificata, anzi. Era come se il sottosuolo le stesse raccontando un segreto, un segreto che solo lei, in quella posizione distesa e inerme, poteva sentire: come se abbassandosi si acquisisse in realtà potere. Penso che l’ideale, per un artista, non sia trovare sé stesso nell’opera, ma ascoltare che cosa ha da dire lei. Non riconoscersi nemmeno in quello che fa. Essere semplicemente un mezzo o un portale. Ascoltare, per l’appunto, un segreto che può venire sussurrato solo a noi. Dentro di me il passaggio di Maia da artista a opera d’arte non aveva a che fare con lo sguardo maschile – a dipingerla sono sia uomini che donne e il loro sguardo su di lei non è affatto erotizzato, anzi: la devono vedere – ma con il desiderio di andare dall’altra parte, in un certo senso subire invece che eseguire l’arte. Essere scritto invece che scrivere. Maia è affascinata, credo, dall’idea di essere un ricettore più che un creatore, e il gesto di farsi dipingere è più vicino a quello di essere in preda al gesto creativo, invece che controllarlo. Poi, sullo sguardo maschile interiorizzato ci sarebbe sicuramente molto da dire ed è vero che nel rapporto di Maia con le ragazze si inserisce violentemente Sergio: nel chiedersi chi Sergio preferirebbe tra le giovani donne che le capita di incontrare ogni giorno, Maia le vede, si accorge di loro, si interessa a loro. Non credo si tratti di un ragionamento sul male gaze, ma più che altro sull’innamoramento: quando siamo innamorati, le cose anche banali ci appaiono sotto una luce nuova. A perturbare il nostro sguardo è l’oggetto d’amore, forse. Ci appropriamo degli occhi dell’altro? Penso che questo accada anche agli uomini eterosessuali, quando in loro si insinua lo sguardo della donna di cui si sono innamorati. O no? Comunque, per rispondere alla tua domanda in maniera secca: no. Io credo sia possibile smarcarsi dallo sguardo sessualizzante maschile. Quando Maia comincia a posare in Accademia, paradossalmente si allontana dallo sguardo di Sergio che la erotizza. Posare per tutti la libera dal “posare” solo per lui. Essere vista da tutti, la libera dall’essere vista solo da lui. Questa è una forma di emancipazione che l’arte, come il lavoro, la politica, possono dare a una donna: simboleggia, in un certo senso, il suo ingresso nella società, la sua liberazione dalla casa.

Il sistema dei personaggi è giocato sul triangolo: quello tra Sergio, Louis e Maia; quello tra Maia, Sergio e la moglie di lui, Maria. C’è poi un terzo triangolo, angosciante, rivelato e velato allo stesso tempo. Sergio anagraficamente potrebbe essere il padre di Maia. Osservando le foto di Maria che Sergio le mostra, Maia vede sua madre, «una madre riportata indietro, le guance ancora rosse e il corpo fibroso di alabastro che nessun abbandono aveva ancora piegato. Ma il martirio sarebbe arrivato, come annunciava l’angelo, forse per mano di Maia» (p. 153). Che cosa si nasconde dietro quest’ombra di incesto? La vita è un atto osceno? Eppure non c’è, mi sembra, nel tuo romanzo, nessun peso “del peccato” e della colpa.

Non so se non ci sia colpa, ma in generale in questo che scrivo non c’è morale e non c’è, spero, nemmeno troppo psicologismo. Quando alle presentazioni mi chiedono “Perché x agisce così?” o “Che cosa cerca y?” o “è una relazione tossica?” io non so mai cosa rispondere, forse perché non mi interessa troppo la profondità psicologica dei personaggi, quanto le situazioni in cui si trovano, in cui li metto. Io sono una situazionista, hai presente? Al massimo preferisco chiedermi: che cos’è questa situazione in cui si trovano? Che succede adesso? Cosa provano? Se mi pongo la domanda sul tema incestuoso in questi termini, mi accorgo che si tratta di una situazione che già era comparsa ne La mischia, sia tra i due gemelli – un incesto, diciamo così, più paritario – sia tra Germana e Luque – un incesto immaginato. Nel caso di Alaska il fatto che dietro a Sergio si celi il fantasma del padre – o la remota possibilità che proprio Sergio sia il padre di Maia – porta in sé una riflessione che un po’ sta al centro di tutto quello che scrivo, ovvero la difficoltà di smarcarsi dalle radici, dal primo sguardo che abbiamo ricevuto nella vita, quello della famiglia. Se l’innamoramento è un movimento verso il mistero, che mira a staccarci dal nucleo originario per magari crearne uno nuovo, l’incesto all’orizzonte svela la trappola di questo andare che sembra emancipazione ma in realtà è ritorno: una specie di elastico che tira indietro e riporta Maia al punto di partenza, proprio mentre cercava di allontanarsene.

Se, come scrivi, l’amore è un indietreggiamento, Maia è in grado di amare?

Ecco il genere di domande a cui non so rispondere! Boh. Tutti siamo in grado di amare, o nessuno. Se intendi l’amore sano inneggiato dagli psicologi ti direi di no. Qualcuno ne è capace? Forse verso gli 80 anni.

La protagonista del tuo romanzo, Maia, ha il soprannome Alaska che dà il titolo al romanzo e che dice tanto sulla sua identità votata alla sparizione. Di lei però si dice anche che emana un calore tale da far temere a Sergio che, lasciata per troppo tempo sola sulla sua barca, potrebbe farle prendere fuoco. E un incendio scoppia davvero, inaspettato, all’ingresso del Gufo, il locale dove lei lavora. Anche Sergio ha in sé due nature, una maschile e una femminile. E nel testo è scritto «Conoscevo il suo volto. Continuavo a dimenticarlo» (p. 83). Ricordo che già avevo notato nella Mischia passaggi simili, come se la contraddizione facesse parte dei personaggi. Si può dire che per loro l’antitesi è un tratto identitario?

Mi piace parlare di persone non risolte, prese in una morsa, quindi è vero che solitamente i caratteri che metto in scena sono combattuti tra istinti opposti e difficilmente conciliabili. Quello che dicevamo prima a proposito del tema incestuoso: voglio liberarmi dai legami familiari, vero, trovo un uomo che potrebbe essere mio padre, vero. Quindi? Come la risolvo? Come descrivo me stessa? Chi sono? L’unica risposta è Non lo so. Mi rendo conto che l’essenza della società in cui viviamo non è affatto tragica, anche se è tutto un drama in giro, lacrime, struggimento, dolore, ostentazione in questo senso. Ma lo spirito tragico, per me, è qualcosa di estremamente diverso, inattuale eppure è l’unico in cui riesco a identificarmi davvero: essere consapevoli dell’esistenza, dentro di sé, di spinte opposte, spesso mostruose, semidivine, basse ma capaci di raggiungere altissime vette, e non propendere per l’una o per l’altra. Convivere invece con questa lotta che non si può spegnere, ma va tenuta in piedi.

L’inconscio di Maia ha il sopravvento nella seconda parte del romanzo e addirittura prende la parola trasformando il narratore in terza persona in una prima persona plurale. La possibilità di interpretare il romanzo con una lente psicanalitica viene però messa subito in scacco dalla fuga di Maia dal suo mondo interiore e dalla natura parodica con cui vengono presentati i tentativi di Louis di interpretare i suoi sogni, specchio delle sue recensioni artistiche alle opere di Maia, volutamente elucubranti e iperboliche: «Maia ci aveva da sempre rifiutato il piacere analitico dello svisceramento, che lei disprezzava, preferendo, come disse un giorno appena quindicenne, “Essere vittima delle mie visioni”, o verso i diciotto anni, e in una variante meno romantica, “Realizzarmi senza conoscermi”».  Questo mi sembra un punto molto centrale nel tuo libro: il cadavere che l’artista trascina a riva è un dolore che deve essere espresso e non indagato? Che rapporto hai con la psicanalisi?

Mi piace molto quello che hai detto, espresso e non indagato. Oggi l’indagine è perenne, un borbottio continuo, incessante, che è sicuramente l’aspetto che più non perdono alla psicanalisi. Questa continua interpretazione del mondo, questa ricerca di senso costante, l’ossessione del trauma originario a cui rimanere abbarbicati per capire chi siamo. Ne Il dono di saper vivere, Tommaso Pincio scrive: “Gli animali non vedono segni, non si interrogano sui casi della vita, non ci costruiscono castelli sopra. Gli basta mettere all’erta in sensi, tendere l’orecchio. Fiutano l’aria e capiscono come butta”. La nostra società impregnata di psicanalismo ha cominciato a interpretare il mondo perché non lo percepisce più. È talmente sorda, ossessionata da sé stessa, che è incapace di vedere, dunque interpreta, cerca segni, coincidenze, significati posticci. Penso che questa ossessione psicanalitica si riversi in maniera preoccupante in letteratura dove ormai ogni microtrauma viene preso come spunto narrativo che legittima, in maniera subdola e ricattatoria, l’esistenza del libro stesso. Non so scrivere, ma è una storia vera. Io soffro, dunque esisto, dunque sono un artista. Lo scrittore ci gioca malignamente perché sa che questa è un’esca e, in mancanza di cose da dire, la usa. Lo trovo scoraggiante perché il fatto non è mai stato quanto soffri, quanto hai sofferto, ma cosa ne fai di quella sofferenza. E, soprattutto, quanto sei in grado di rivolgere il tuo sguardo altrove, non solo al tuo ombelico. Personalmente attribuisco molte responsabilità alla psicanalisi, per quanto io abbia iniziato ad andare in terapia molto giovane e dovrei anche essere grata a questa pratica: ma la fissazione sulla propria storia, su cosa ci hanno fatto da piccoli, l’analisi pedissequa di tutti i motivi per cui ci siamo innamorati di quella persona e non di un’altra, sul perché abbiamo perso il lavoro, l’attenzione continua e ottusa su di sé, sui segnali che ci da il corpo, sul perché ci è venuta una tal malattia, su come ci siamo svegliati la mattina, sui motivi per cui una situazione ci fa sentire a disagio, su quanto siamo disposti a concedere in amore, sul motivo per cui abbiamo perso un treno o ci si è rotta la macchina, quest’illusione di controllo spacciata per consapevolezza ecco, questa per me è l’immagine dell’inferno. È per questo che, nel secondo capitolo, a narrare è l’inconscio, il mondo onirico; ho dato a lui parola e potere; ho smesso di dire la mia, di mettermi lì ad analizzarlo; ho voluto vedere che cosa avesse da dire lui su di noi.

Mi hai detto che per te è stato un traguardo scrivere un romanzo che non avesse necessità di essere sorretto da grandi temi storici, come è per La mischia. Alaska sembra infatti andare nella direzione opposta, la trama è a tratti stilizzata e senza tempo. Avresti voglia di spiegarmi come mai hai scelto questo cambio di rotta pur sapendo, come mi hai detto tu, che avresti disatteso le aspettative di chi aveva amato La mischia proprio per questo suo anelito ai grandi temi?

Uscita La mischia, mi sono ritrovata in una situazione di imbarazzo perché ne vedevo solo i difetti, come quando ti disinnamori di qualcuno. E questi vizi consistevano soprattutto nell’eccesso – grandi personaggi, emozioni urlate, tematiche enormi. Mi sono detta: beh, così è facile. Spari il fuoco d’artificio e la gente fa “Oooo”. Sei furba. La mischia aveva anche il difetto di essere un libro estremamente nevrotico, perché non dava mai il tempo al lettore di soffermarsi su qualcosa, faceva esplodere incendi di qua e di là e in questo modo distoglieva l’attenzione dai punti deboli: succedeva sempre qualcosa. Anche le grandi tematiche sembravano dargli un motivo di esistere, no? Ho scritto un libro sul terrorismo basco. Non è vero, ma comunque ne parlo, insomma, c’è in ballo la Storia. È un libro importante. Mi sembrava che inconsciamente dicesse anche questo. Era un libro “maschile” o, se vuoi, muscolare, per dirlo con i termini di un lettore al firma copie. Mostrava i muscoli. Ringhiava. Non ti dico che avrei dovuto scrivere un libro diverso, ma diciamo che ho deciso di prendere un’altra strada, a costo di perdere i lettori che avevano amato il libro precedente. Se lo avevano amato per le tematiche, lo avevano amato per i motivi sbagliati. Questo forse ho voluto dire: non sono quella lì. O anche: vediamo se ti piaccio anche così. In ogni caso, e da un punto di vista meno personale e più profondo, volevo affrontare una storia piccola, che fosse tenuta su solo dal linguaggio e dal centro di tutto, l’incontro con il proprio padre. Inteso anche in senso simbolico: ciò che ci contiene, disegna un perimetro di movimento, ci permette di stare al mondo senza che ci sciogliamo, che ci dissolviamo.

Se dovessi dire che cosa mi è piaciuto di più di Alaska subito penserei alla lingua. È un libro complesso, che deve essere letto e, soprattutto mi sembra, riletto. Posso chiederti quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

Io sono una grandissima appassionata della rilettura e la cosa strana è che sembro aver contagiato i lettori di Alaska: quasi tutti mi hanno detto di averlo letto due volte, un signore ad Albano Laziale addirittura quattro, amandolo molto dopo un primo impatto respingente. Viene percepito come un libro ermetico.  È anche un libro insopportabile. A tratti bello, ma sommerso. Irrita anche me. Forse artificioso. L’arco di scrittura è stato di qualche mese, con pause lunghissime all’interno, direi da novembre a maggio.

Perché i tuoi personaggi ridacchiano e non ridono?

Questo non è vero! Il romanzo si apre con una risata aperta di Sergio e anche Maia dice di ridere come sua madre, con la testa buttata all’indietro. Poi sì, ridacchiano anche, se la situazione non è abbastanza divertente, cioè molto spesso. Non ho dato loro molti motivi per essere felici. Ma non ho tolto loro il piacere della grassa risata. Non sono così crudele.


Valentina Maini, Alaska, Bollati Boringhieri 2026, pp. 201, 18,00 euro.

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Tags: AlaskaBollati BoringhieriLetteraturaletteratura italiana contemporanearomanzoValentina Maini
Giulia Sarli

Giulia Sarli

Si è laureata in lettere con una tesi su Daniele Benati all'università di Bergamo, città in cui vive. Per amore dei libri passa il suo tempo tra librerie e biblioteche. Quando può scappa a Marsiglia a guardare il mare.

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