Come inserire il romanzo I convitati di pietra (Einaudi 2025) nell’ormai lungo percorso creativo di Michele Mari? L’autore milanese, che ha da poco compiuto settant’anni, è reduce dal decennio più editorialmente produttivo della sua onorata carriera e, al contempo, il più alterno negli esiti: dopo Roderick Duddle, robusto e appagante romanzo di formazione avventurosa, fra le numerose pubblicazioni di Mari del decennio 2015-2025 spicca senz’altro Leggenda privata (2017), almeno stando alla ricezione della critica, che ha consacrato il libro fra le opere di narrativa italiana più importanti del suo decennio. A mio avviso, però, Leggenda privata, pur essendo un’opera esemplare dei modi e dei temi che hanno reso Mari un autore di culto per una nicchia agguerrita di lettori colti, ha qualcosa in meno rispetto ad alcuni dei suoi capolavori degli anni Novanta come Euridice aveva un cane (1993), Tu, sanguinosa infanzia (1997) e Rondini sul filo (1999). Dopo Leggenda privata, completano la sequenza delle recenti uscite einaudiane due opere tutto sommato marginali nella produzione narrativa di Mari, ricevute dalla critica con una certa acquiescenza, come Le maestose rovine di Sferopoli (2021), forse la meno riuscita fra le sue raccolte di prose e racconti, e il breve romanzo ‘collezionistico’ Locus desperatus (2023), nuova variazione sui temi forti dell’autore. Questa generale unanimità di consensi si deve anche al fatto che negli ultimi anni Mari è diventato suo malgrado un autore oggetto di consumo letterario posizionale: la sua opera è al contempo una bandiera dietro cui si arroccano sempre più meccanicamente gli araldi di una Letterarietà vera o presunta, ma anche una patente da esibire per i nuovi entranti nella bolla del pubblico della prosa.
I convitati di pietra è un libro divertente, che penso sia stato divertente anche da scrivere. L’innesco narrativo del romanzo è quello che segue: trenta giovani ex allievi del Liceo Classico Giovanni Berchet di Milano decidono di effettuare una scommessa collettiva e vincolante: a partire dall’anno 1975, il successivo al loro esame di maturità, durante una rimpatriata gli studenti della ex IIIA stabiliscono che ciascuno di loro avrebbe versato annualmente su un conto bancario comune una somma di denaro, che col passare degli anni sarebbe lievitata fino a raggiungere una cifra mirabolante. Vincitori di tale somma sarebbero stati solo gli ultimi tre studenti della III A a rimanere in vita. Inoltre, i partecipanti alla scommessa si sarebbero dati appuntamento a cena ogni estate nello stesso ristorante per fare la conta dei superstiti. Questo meccanismo, per cui letteralmente il tempo è denaro, avvia un inesorabile domino narrativo, raccontato da Mari con una sveltezza cronachistica tanto efficace quanto insolita per i suoi lettori più affezionati, i quali restano infatti piacevolmente sorpresi.
I fili del romanzo sono tirati con maestria dal narratore, che muove le sue marionette lungo uno scacchiere che, man mano che il patto-scommessa entra nel vivo, vede i giocatori avvicinarsi e allontanarsi fra loro, dividersi in fazioni, e, ovviamente, frequentarsi, invidiarsi, maledirsi e persino uccidersi a vicenda. Più di una volta qualcuno fra gli scommettitori tentenna e cerca di ostacolare il patto, di modificarne in corsa i termini o addirittura di interrompere la lotteria della morte con i mezzi a sua disposizione; ma non c’è scrupolo morale o rimorso di coscienza che basti a rallentare il ticchettio dell’ordigno a orologeria assemblato da Mari: le morti, più o meno naturali, più o meno probabili, più o meno violente punteggiano insieme alle cene annuali di ‘rendicontazione superstiti’ la marcia del calendario, rendendo sempre più difficile per i giocatori sottrarsi alla dinamica cruenta che loro stessi hanno avviato decenni addietro. È come se i giocatori perseguissero i propri scopi, essendo al contempo agiti da forze al di là del loro controllo e giocati dal meccanismo stesso.
Ricordo che, durante una presentazione presso la Casa della Cultura di Milano, Mari aveva dichiarato che, per realizzare l’ordito narrativo di un romanzo narrativamente composito come Roderick Duddle, aveva associato dei colori ai personaggi per osservare, cromaticamente e tangibilmente, la presenza o l’assenza di un determinato personaggio nello svolgersi della trama, ripescando all’occorrenza le figure uscite di scena da troppi capitoli. Sospetto che una tecnica del genere possa essere servita anche nella scrittura dei Convitati di pietra. Raccontando i destini degli scommettitori in uno spazio narrativo relativamente contenuto, infatti, Mari si destreggia fra riassunti, riprese ed ellissi per condurre il proprio gioco senza cedimenti di ritmo e senza lasciare nessun conto in sospeso.
Almeno altre due caratteristiche sono degne di nota. La prima è l’abilità di Mari nel rendere tipici i suoi personaggi con una certa economia di tratti: il campionario del baby boomer piccolo-, medio- e altoborghese meneghino con studi presso il più prelibato dei licei classici del centro città è esplorato credibilmente e con una certa ironia, anche nelle sue varianti femminili. Nel descrivere questo campionario umano, Mari dà nuova prova di sapere usare abilmente il registro del comico e del grottesco. Questo ci conduce al secondo punto: I convitati di pietra è anche un romanzo sulla città di Milano, omaggiata con riferimenti toponomastici precisissimi. Tale aspetto è evidente soprattutto quando il narratore individua il reticolo delle abitazioni e dei luoghi di ritrovo abituali dei partecipanti alla lotteria e, beffardamente, delle chiese dove si svolgono i funerali dopo la loro dipartita. Mantenere questo grado di efficacia rappresentativa quando si racconta un arco di tempo così lungo (la scommessa si protrae, infatti, per diversi decenni) con così tanti personaggi da condurre al camposanto è una sfida ardua dal punto di vista tecnico, che potrebbe esporre chi scrive a compiere scelte rischiose, come lasciare la descrizione degli ambienti a una genericità spicciativa, e all’incorrere qui e là in vicoli ciechi di trama. Ribadisco questo punto perché è noto, almeno stando alle sue dichiarazioni pubbliche, che Mari appartiene a quella esigua truppa di narratori che scrive per lasciarsi scrivere, senza cioè pianificare i romanzi a tavolino e senza sapere in anticipo che piega prenderanno le vicende dei suoi personaggi.
I convitati di pietra, insomma, è un romanzo di nobile intrattenimento, che lascia ammirati per la sua costruzione e per la sua conduzione. Tuttavia, è anche un libro innocuo, che diverte ma non muove. Parafrasando un noto incipit di Aldo Busi: cosa resta di tutto il Michele Mari che abbiamo letto da giovani? Se conservo ricordi affidabili di quando negli anni universitari consumavo con devozione un po’ ridicola ogni libro di Mari, questi mi dicono che la serietà del suo gioco letterario imponeva certi dazi al lettore, che veniva trascinato in un mondo poetico al contempo fantastico e quotidiano, personale ed assoluto, inquietante e toccante. Forse il passare degli anni mi ha reso più smaliziato o cinico, ma non mi sembra di ritrovare molto di quel Mari nei suoi ultimi lavori, che allargano la periferia di un universo letterario ormai vasto, il cui cuore pulsante resta ormai sepolto altrove. I convitati di pietra è un gioco riuscito, che incalza con ritmo arrembante il lettore, il quale però dal canto suo osserva il compimento del meccanismo con sereno distacco. Certi chiodi fissi dell’autore, infatti, mi pare che tornino qui sotto forma di estrosità accessoria o di rivisitazione ironica: penso, ad esempio, al personaggio che vive nel culto maniacale dell’attore Gene Hackman. Infine, dopo aver letto questo romanzo, che per ovvie ragioni non può non soffermarsi su alcuni aspetti psicologici dei personaggi – quelli sollecitati dalla stessa partecipazione alla scommessa, ma non solo –, viene il dubbio che Mari abbia dato il meglio anche in veste di narratore psicologista quando si è calato nel mondo infantile-adolescenziale e non in quello adulto-senile, come accade invece in questo libro.
Detto ciò, ho apprezzato la scelta di Mari di scrivere un romanzo meno ombelicale e più sbrigliato rispetto ai suoi ultimi, più in contatto con la sua felice vena fabulatoria. In questo senso, la scommessa ha pagato i suoi dividendi: sull’esito dell’altra scommessa, invece, quella dei personaggi, tacerò rigorosamente. Da ultimo, al ragazzo che in metropolitana si commuoveva leggendo i vecchi racconti di Mari e insieme a tutti i suoi lettori più fedeli, chiedo: non eravamo soliti chiedere altro ai libri del nostro? Forse è una domanda che è sbagliato porre, ed è invece un bene che uno scrittore per non sclerotizzarsi sperimenti sempre, soprattutto quando dispone di una tastiera di possibilità narrative e stilistiche così ampia. Ma i migliori si misurano col loro stesso metro: mi sento, quindi, di porre comunque il quesito.

M. Mari, I convitati di pietra, Torino, Einaudi, 2025, pp. 168, € 17,50.







