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Elizabeth Strout: racconti del quotidiano

Manuela MaregadiManuela Marega
19 Febbraio 2026
in Letterature
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Elizabeth Strout: racconti del quotidiano

In Raccontami tutto (Einaudi 2025) Elizabeth Strout comincia dalla fine, nel senso che i personaggi principali sono già tutti lì. E comincia col foliage, con il grande acero accanto alla chiesa che ha iniziato a cambiare colore perché, nonostante si tratti della seconda metà di agosto, «l’autunno arriva presto nel Maine».

Siamo a Crosby, cittadina di fantasia della provincia americana, con il suo fiume e il suo mare, che in questo caso è l’oceano Atlantico. Più precisamente, ci troviamo al centro del mondo letterario di Strout, acclamata scrittrice del Maine, vincitrice del premio Pulitzer 2009 con Olive Kitteridge e nota per la sua prosa intensa, capace di andare ben oltre la superficie delle cose. E se ci vuole sempre un certo sforzo a entrare e uscire dalla finzione letteraria di Strout – tanto che quando si finisce un suo libro viene da chiedersi cosa stiano facendo in questo momento questo o quel personaggio – questa volta l’autrice sembra voglia confondere un po’ le acque e, allo stesso tempo, rivelare qualcosa in più sul vero e sul verosimile della genesi dei suoi romanzi. Esiste dunque un piano di scrittura verticale che, nel solco della tradizione minimale americana, sembra scaturire da un’architettura al negativo, capace di trarre profondità da un accurato scavo nella materia dell’esistente. 

Al contempo è presente un piano orizzontale del racconto, nutrito di linguaggio quotidiano e piccole vicende di vita, che conduce a uno snodo cruciale del percorso narrativo dell’autrice: un romanzo corale in cui ritroviamo i personaggi a lei più cari, debitamente invecchiati nel rispetto dello scorrere degli anni e del tempo reale.

E così la novantenne Olive Kitteridge e Lucy Barton – protagoniste dei due omonimi filoni narrativi – fanno la loro reciproca conoscenza sin dalle prime pagine, e l’incontro va a buon fine, nonostante il sofà sia «di quelli rigidi» e aleggi un certo impaccio, che trattiene la timida Lucy dallo sfilarsi il cappotto sin da subito («Olive detestava la gente timida»). Ma il momento è quello giusto. Si direbbe, anzi, che entrambe abbiano una certa impazienza, così quando Lucy si scusa per essere arrivata in anticipo, Olive la rassicura tagliando corto: «non fa niente. Odio i ritardatari. Si sieda».

Verrebbe da chiedersi cosa hanno da dirsi. Beh, si raccontano storie, come del resto suggerisce il titolo: Raccontami tutto. Al principio è Olive che ha una storia da raccontare a Lucy, la scrittrice trasferitasi di recente nella casa sulla scogliera con William, il suo ex-marito; ma ben presto le parti diventano meno definite e lo scopo e il bisogno lasciano il passo l’uno all’altro.

Quindi, se riguardo alla struttura narrativa il tempo avanza cronologicamente e scorre «come fa di solito – spesso lentissimamente e poi d’improvviso ne era passato un bel pezzo» (pag.82), il passato invade il presente sotto forma di storie raccontate, confessioni e ricordi più o meno nitidi. E a parlare tra loro non sono solo Olive e Lucy: ci sono anche Charlene («cinquantacinquenne vissuta a Crosby per tutta la vita»), Bob, avvocato penalista “confidente” della scrittrice, già incontrato in I Ragazzi di Burgess, sua moglie Margaret e suo fratello William. Riguardo a Bob Burgess c’è da dire che, per dichiarazione dell’autrice, tutta questa è la sua storia, la storia di un uomo che «ha un gran cuore ma non sa di averlo […] non si conosce bene come pensa, e non crederebbe che nella sua vita ci sia qualcosa che vale la pena di essere raccontato» (pag. 5). Probabilmente è proprio lui che, con il suo stile sobrio, dà l’impronta al libro creando un’atmosfera a tratti rarefatta, nella quale contano i dialoghi ma ancor di più i silenzi, che sopraggiungono creando delle vere e proprie pause di significato:

«Nel frattempo erano arrivati all’area di parcheggio, e Bob si voltò verso di lei. – Lucy… – Ma non sapeva che altro dire.

– Capisco cosa stai dicendo, – fece lei scostandosi i capelli dalla faccia.

– Non ho detto niente.

– Lo so. Ma ho capito lo stesso, – disse Lucy.» (pag. 169)

Per dirla tutta, «La carrozza del silenzio, quella dove non si ha il permesso di chiacchierare o di stare al telefono» (pag. 107) è anche lo scenario di uno dei racconti, il primo di Lucy a Olive: proprio quello in cui si parla d’amore e che, per una strana coincidenza, farà da fil rouge a tutta la storia.

Ricapitolando: vite comuni raccontate sul crinale del pettegolezzo, dove però il giudizio lascia spazio alla ricerca dei significati o addirittura alla loro edificazione. E se Olive si rammarica per tutte le vite ignorate intorno a lei – «l’espressione l’aveva usata Lucy Barton al loro primo incontro» (pag. 67) – forse il fine è proprio quello di riandare sulle tracce delle esistenze che non hanno lasciato traccia, e farlo sfruttando al massimo il potenziale performativo del linguaggio, congegno capace di far ridiventare tutto vero, per lo meno nel tempo vivo del narrato.

Con questo non dobbiamo pensare a una trama piana e priva di colpi di scena – tutt’altro. Gli ingredienti narrativi in grado di destare l’attenzione ci sono tutti: la donna scomparsa, il caso da risolvere, un fucile in carica, strani tipi umani. Solo che a prevalere è il quotidiano, la cui routine sembra agire da antidoto normalizzante. Le passeggiate lungo il fiume hanno una cadenza che varia a seconda dei soggetti coinvolti (settimanale per Bob e Lucy e quasi mensile nel caso di Lucy e Charlene), mentre il volontariato di Bob dalla vecchia Mrs Hasselbeck cade di giovedì e i sermoni di Margaret, ministra della chiesa unitaria, auspicabilmente la domenica. Così, se sul piano lineare si va avanti di un anno – questa la durata della storia – il ritmo narrativo è scandito dal tempo ciclico delle lune e delle stagioni, tanto che alla fine sembra di ritrovarsi al punto di partenza, ma poco importa.

«E così quel particolare giorno d’autunno le foglie gialle dell’albero che si vedeva dall’ampia porta a vetri dell’ingresso vibravano cadendo a terra» (pag. 9)

«E dunque, nel Maine ancora una volta era arrivato l’inverno, le giornate brevi. Buio sempre prima e anche quando c’era il sole – che molto spesso non c’era – non ce la faceva a salire in alto nel cielo» (pag. 34)

«Ormai era l’inizio di maggio e cominciavano a spuntare le foglie, piccole foglie di un verde brillante, come ragazzine intimidite dalla loro bellezza» (pag. 193)

Mi sono sempre chiesta l’origine del mio legame con i libri di Elizabeth Strout, malgrado non ami la persistenza autoriale su alcuni personaggi e benché si tratti di una lettura certamente scorrevole, ma non distensiva – insomma non di quelle in grado di ripulire la coscienza e lasciarla a posto così. Infanzie difficili, abusi e percosse sono infatti lo scenario ricorrente del passato dei personaggi, insieme a nodi irrisolti, colpe nascoste e trascinate, povertà estreme, alcolismo. Lo sfondo poi è la rappresentazione di un dissidio esteriore: a un paesaggio naturale suggestivo e potente, vibrante della corrente oceanica che lo lambisce, si sovrappone spesso un paesaggio antropico decadente, invecchiato e socialmente allo sbando, che segna un presente in cui anche chi ha raggiunto una posizione non può non tener conto delle dinamiche circostanti: «quando pensava alle condizioni in cui versava il suo paese, a Bob veniva spesso in mente l’immagine di un enorme autotreno lanciato in autostrada che una alla volta perda le ruote» (pag. 34).

Deve essere dunque per quel suo gusto ad andare a fondo nelle cose e per quella sua capacità di farlo senza nessuno sconto e con estrema naturalezza, anzi ponendo una particolare attenzione ai lati opachi dell’io, soprattutto se piccoli e accidentali. Ma la questione non è la “liberazione da tutti i mali”, per quanto figurino tra i personaggi dei “mangiatori-di-colpe”. Ci si muove piuttosto nel campo di una dignità propria dell’umano, che include contraddizioni e regola l’obiettivo sulle vite “fuori fuoco”. Perché, in fondo, «La gente, ciascuno con la sua vita. È questo il punto» (pag. 192).


Elizabeth Strout, Raccontami tutto, traduzione di Susanna Basso, Torino, Einaudi 2025, €19,50, 288 pp.

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Tags: EinaudiElizabeth Stroutletteratura americanaRaccontami tuttoracconti
Manuela Marega

Manuela Marega

Manuela nasce a Roma nel 1974, più precisamente nel quadrante est della città, dove attualmente vive e lavora come insegnante di sostegno in una scuola media statale. Amante del quotidiano, è coinvolta attivamente nella vita della comunità locale, ma non riesce a fare a meno della letteratura, che rappresenta la base e lo sfondo di ogni suo pensiero. Laureata in italianistica, incontra La Balena Bianca in un piccolo laboratorio artigianale del suo quartiere.

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