La Balena Bianca
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma
No Result
View All Result
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma
No Result
View All Result
La Balena Bianca
No Result
View All Result
Home Interviste

Da Bergamo alla Global Sumud Flotilla: intervista a Dario Crippa, attivista

Niccolò GualandrisdiNiccolò Gualandris
5 Febbraio 2026
in Interviste, Naufragi
0
Da Bergamo alla Global Sumud Flotilla: intervista a Dario Crippa, attivista

Tra settembre e ottobre dello scorso anno le piazze italiane si sono animate in un modo che raramente si era visto negli ultimi vent’anni. La solidarietà per il popolo della Striscia di Gaza aggredito da Israele dopo i fatti del 7 ottobre 2023 si è fatta sentire in un movimento popolare sulle cui conseguenze – ora che le piazze si sono svuotate ma l’oppressione dei palestinesi non si è fermata – resta aperta la riflessione e la possibilità di discutere e costruire. Una delle iniziative internazionali più importanti, per intenti e eco mediatica, è stata sicuramente la Global Sumud Flotilla, flotta civile non violenta, volontaria, operante secondo il diritto internazionale, partita per Gaza con l’obbiettivo di portare aiuti umanitari e fare pressione politica sulle sistematiche violazioni dei diritti umani e internazionali nella Striscia. La flotta è stata intercettata e i volontari rapititi in acque internazionali, sottoposti a violenze fisiche e psicologiche e incarcerati dai militari israeliani. Ciononostante la Flotilla ha annunciato una nuova missione per la primavera del 2026.

Abbiamo voluto intervistare Dario Crippa, attivista a bordo della Flotilla tra agosto e ottobre 2025. Io e Dario ci conosciamo fin da piccoli, veniamo dalla stessa città, dallo stesso quartiere e abbiamo condiviso più di dieci anni nel movimento scout. Durante gli anni dell’università le nostre strade si sono separate, per poi ricongiungersi inaspettatamente attraverso la causa palestinese. Ho incontrato Dario a casa mia, poche settimane dopo la sua liberazione dal carcere israeliano di Ketziot.

Ciao Dario! Vorrei tracciare con te un percorso che parta dalle tue origini al momento in cui hai deciso di imbarcarti sulla Global Sumud Flotilla, parlando anche di ciò che è successo dopo, fino al rientro. Vorrei dipingere un ritratto di un attivista della nostra generazione, la cosiddetta generazione Z, non necessariamente esemplare, perché penso che non esistano dei percorsi prestabiliti per diventare attivista o per sviluppare una coscienza politica. Però penso che la tua storia possa essere interessante sia per la nostra generazione sia per quelle che sono venute prima, e che sicuramente hanno avuto un modo diverso di relazionarsi con il politico e i temi che ci riguardano. Ti chiederei quindi di presentarti e di parlare un po’ di cosa ti ha portato ad essere la persona che sei.

Sono Dario, ho venticinque anni, studio Neuroscienze e Filosofia, sto finendo quest’anno la mia doppia laurea magistrale e vivo da cinque anni ad Amsterdam. Sono nato in un quartiere periferico di Bergamo, in una casa popolare riscattata a Monterosso, e la mia famiglia mi ha dato una grande impronta dal punto di vista dell’attivismo. Mia madre fa attivismo a livello macro, cercando di cambiare le cose nella politica cittadina ma anche con una tendenza nazionale. Invece mio padre mi ha fatto capire che l’attivismo nasce dall’applicazione di quello che si pensa e delle proprie idee nel micro, nel nostro quartiere. Questi sono stati i miei due esempi.

Penso a mio padre che va in quartiere cercando di dare uno spazio a chiunque ne faccia parte, tenendo unite le diverse comunità, le diverse anime del quartiere stesso, italiani (cristiani e non) e immigrati di seconda generazione, musulmani – che a loro volta si dividono tra coloro che vengono dall’Africa Nord-Sahariana e dall’Africa Sub-Sahariana e hanno delle ulteriori divisioni interne. Lui, da esterno, ha sempre cercato di far sì che all’Iftar (il momento di rottura serale del digiuno durante il Ramadan), aperto a tutti, a cui partecipa anche l’oratorio, si vada tutti insieme. Sempre su questa idea di apertura penso al parco del Quintino, che era zona di spaccio. Invece di metterci le telecamere, le persone del quartiere lo hanno reso più sicuro creando al suo interno degli orti sociali che vengono vissuti quotidianamente. Con delle staccionate di mezzo metro in cui chiunque, se vuole, può entrare a rubare gli ortaggi – e succede. Ma più il quartiere è vissuto, più la gente capisce che non bisogna stare in centro per avere una vita buona, anzi. Se c’è una comunità – e questo è un po’ il senso anche di tutta l’azione dei miei genitori – la comunità si fa attivista da sé, cambia i comportamenti di coloro che ne fanno parte o che, anche se non ne fanno parte, possono partecipare alla vita comune in spazi gratuiti e aperti.

Questo senso di comunità, di incontro, lo hai poi ritrovato nello scoutismo laico, che entrambi abbiamo frequentato dagli otto anni fino all’università, e nello sport, nella tua squadra di calcio. Questi sono luoghi importanti in cui si sviluppa una sensibilità pre-politica e che, insieme alla scuola, sono stati gli ambienti che più hai frequentato.
È stato il passaggio all’università o il trasferimento dall’Italia ai Paesi Bassi a segnare una svolta attiva nella tua coscienza politica? Cosa ti ha fatto scattare la scintilla e ti ha portato a credere nelle cause a cui ti sei appassionato?

Non è il passaggio all’università che mi ha fatto sviluppare la coscienza su alcune cause, ma non sarebbe giusto neanche dire di averle sempre avute in me, intrinseche; mi ci sono avvicinato col tempo, ma già alle superiori sentivo di avere capito qualcosa. I miei genitori hanno compreso fin da quando eravamo molto piccoli che esisteva un altro modo per educarci, oltre alla scuola, oltre allo scoutismo: attraverso i viaggi. Tutti gli anni ci facevano fare viaggi zaino in spalla, davvero low budget, in varie parti del mondo, non necessariamente vicino casa. Nel 2016 avevo sedici anni e saremmo dovuti andare in Giordania.

Arrivati al confine, in Isreale, mio padre si è messo a parlare con una suora bergamasca che stava andando in Palestina, e che ci ha detto che avremmo potuto farlo anche noi, senza documenti. Quindi l’abbiamo fatto. Invece di andare a Petra come la maggior parte dei turisti abbiamo deciso di andare in Cisgiordania. Lì ho visto due cose. La prima erano queste mura altissime che circondavano gli insediamenti coloniali israeliani nel mezzo della cosiddetta West Bank. In mezzo agli uliveti, dove si trovavano insediamenti palestinesi precedenti, ora c’erano queste strutture distopiche, le case perfette visibili solo da sopra le colline perché circondate da mura bianche alte tre metri. E poi padri di famiglia con sette-otto figli che camminavano armati: civili, non soldati. Israeliani, ovviamente.

Questa cosa chiaramente mi è rimasta molto impressa, ma poi mi ha colpito anche il fatto che, passando dalla Cisgiordania a Gerusalemme, nel checkpoint in cui ci sono – o c’erano – i murales di Banksy, la disparità di trattamento per noi e per i palestinesi provenienti dallo stesso autobus è stata evidente. Noi in due minuti siamo scesi, ci hanno controllato i documenti e siamo risaliti; i palestinesi sono rimasti col mitra puntato per due o tre ore. Non c’era un motivo, non era un momento di particolare tensione, era un controllo di routine in cui per ore una fila di persone scese da un autobus è rimasta sotto il sole con le armi puntate. Quando sono risaliti, io ho lasciato il mio posto a un anziano, lui si è seduto vicino a mio fratello, io ero in piedi accanto a loro. Ci ha detto: «per favore raccontate in Europa quello che ci stanno facendo». Era disperato e lo stava dicendo a noi, un sedicenne e un ventenne europei.

Direi che quello è stato l’inizio della mia coscienza sulla Palestina. Nel mio liceo poi ho partecipato a degli incontri pomeridiani organizzati dai professori di Storia in cui si parlava di eventi di attualità di cui non si poteva discutere in orario scolastico per mancanza tempo. Si è parlato di Palestina, del conflitto, del suo inizio e delle sue varie componenti. Si parlava molto anche di migrazioni… nel 2015-2016 si parlava solo di immigrazione e terrorismo, c’era appena stato il Bataclan. Mi ricordo che ci hanno fatto vedere L’odio [La Haine, Mathieu Kassovitz, 1995], che è diventato il mio film preferito; poi l’ho portato anche agli scout in un cineforum.

L’odio dà un’interpretazione della realtà della periferia e di come quello che vivi da giovane condizioni poi il tuo percorso e le tue scelte, perché ti spinge a cercare un’identità al di fuori di quella in cui ti trovi, altrimenti sei perso e non hai alternative. È quello che succede in tutte le periferie del mondo, anche in Israele e in Palestina. Non ho fatto altro che portare con me e coltivare tutto questo una volta che mi sono trasferito nei Paesi Bassi, un paese in cui è molto più facile trovare un lavoro ben pagato ma in cui la coscienza politica, anche rispetto all’Italia, non è così sviluppata. La grande differenza con la mia vita, rispetto a quando stavo in Italia, è stata che lì ho potuto avere una sicurezza economica.

Un grande azzardo penso sia stato quello di decidere di partire per la Cina in bici da Amsterdam… è una storia pazzesca, ancora di più perché posso sentirla direttamente da te. Visto che questa avventura è stata il pretesto per inaugurare il tuo canale YouTube, Monterojo Hoodboy, volevo capire perché hai deciso di fare questo viaggio, come è andato e come ti ha cambiato. Penso che una cosa simile sia il culmine di tutte le esperienze di cui abbiamo parlato finora: incontrare nuove culture, viaggiare, fare esperienze low budget, arrangiarsi e vivere con l’essenziale coltivando allo stesso tempo la propria coscienza sociale e politica.

Sono partito dopo aver letto Il grande gioco di Hopkirk [trad. G. Petrini, Adelphi, 2004], un libro bellissimo sul tentativo dell’Impero britannico e della Russia di colonizzare l’Asia Centrale. Mi ha fatto appassionare a questa parte dell’Asia come zona geopolitica e ha contribuito alla mia crescente voglia di esplorare zone fuori dalle rotte turistiche, che non fossero ancora state esposte a un cambiamento così drastico come invece lo sono altri luoghi in cui di solito si va a fare un viaggio alla fine dell’università. Anche a me piace l’idea di andare a ballare in Sudamerica, ma in questo caso avevo un fine diverso, volevo esplorare nel modo più lento e vero possibile, a piedi o in bici, anche se non avevo mai fatto un viaggio del genere. In realtà alla fine non sono stato in Asia centrale, ho preso un’altra rotta. Ma devo dire che è stata un’ottima scelta. Sono partito da Amsterdam e, chilometro dopo chilometro, mi sono guadagnato quello che stavo andando a cercare, che è cambiato lungo il viaggio… nella lentezza ho avuto il tempo di capire il cambiamento. Se tu vieni trapiantato da Bergamo a Dubai non capirai mai perché sei arrivato a Dubai: vieni, vai e basta. Il viaggio lento ti permette di capire molto meglio i luoghi dal punto di vista sociale, politico, avere una chiave molto più reale nell’interpretazione della realtà che poi magari puoi raccontare successivamente.

Viviamo in un contesto che ci sta portando ad avere sempre più tempo libero perché, soprattutto con l’avvento dell’intelligenza artificiale, saremo liberati da ore di lavoro che non necessariamente sapremo come spendere. Nessuno ci ha mai insegnato che cosa fare nel tempo libero e i social, gli algoritmi, la pubblicità non fanno altro che colonizzarlo e sottrarcelo.

Io credo che il turismo sia qualcosa su cui davvero possiamo intervenire per cambiare il mondo nei prossimi anni. Ci vuole un turismo lento, che ti faccia vivere chilometro per chilometro, e ti faccia vedere la società vera, che non è il centro di Milano, è passare nei paesi più piccoli, nelle province in cui di solito transitiamo solamente e parlare con le persone che li abitano, dormire lì, magari ricevendo un’accoglienza inaspettata. Questo mi è successo viaggiando in bici: per giorni non incontrare nessuno e poi passare dai paesini in cui conoscere la vita per davvero.

Questo è quello che cercavo prima del viaggio, e che ho trovato. Come dicevo, non sono passato dall’Asia centrale e ho dovuto prendere una via diversa. L’Azerbaijan era in guerra con l’Armenia e i confini erano chiusi, quindi non sono potuto andare da lì in Kazakistan via mare come avevo pianificato. Ho attraversato invece Iraq, Iran e Afghanistan, poi Tajikistan, Kyrgyzstan e Cina, dalla Turchia. E qui ho visto con i miei occhi l’umanità del Medio Oriente, o del Vicino Oriente, come si dice in francese, cercando di parlare con tutte le persone con le quali riuscivo a comunicare in inglese, anche se spesso ho portato avanti intere conversazioni solo a gesti. Tutto questo mi ha sicuramente cambiato.

Gli sterminati spazi degli altopiani centroasiatici. ©Dario Crippa 2024

Iraq, Iran e Afghanistan sono tre paesi che spesso vengono mistificati dalla narrazione occidentale. Per gli americani non sono altro che le culle del terrorismo contemporaneo e non c’è curiosità di vedere come vivono davvero questi milioni di persone o come sia la loro società, al di là della retorica, orientalista o islamofoba che sia. Ovviamente il fatto che i popoli non siano il loro governo non vale quando si parla di persone non europee e non bianche.

Visto dall’interno ogni paese è, ovviamente, completamente diverso. Questo vale anche per i diversi trascorsi bellici di questi paesi. Sia in Iraq che in Afghanistan ho vissuto anche io situazioni di guerra. In Iraq ho assistito ai bombardamenti da parte della Turchia sulla regione curda. In Afghanistan i talebani sono da poco tornati al potere e la situazione non è stabile, ci sono ancora sacche di resistenza, piccoli potentati all’interno dello Stato che i talebani stanno cercando di sopprimere. Sempre in Iraq, in mancanza di leggi che prevedano uniformi per i militanti talebani, è pieno di persone vestite da civili ma armate di kalashnikov. Tra stato e stato ci sono molte differenze.

Il paese che soffre della narrazione peggiore in occidente è l’Iran. L’Iran, o Persia, è un paese dalla cultura millenaria alla quale la dissidenza iraniana fa riferimento quando cerca di distinguersi dal governo islamico. Visto che vogliamo parlare anche un po’ di letteratura, l’Iran è un esempio perfetto di come la cultura letteraria sia un enorme patrimonio popolare e anche un’arma di resistenza. È un luogo in cui mi è capitato di incontrare persone in un paesino di montagna che mi hanno recitato a memoria poesie del XIII secolo. La maggior parte degli iraniani si dichiarano non credenti, agnostici o atei. C’è una parte della popolazione che sostiene il governo, perché ogni società esprime i propri leader e non è che siano lì per caso. Però poi c’è una componente di opposizione enorme di cui fanno parte tutte le persone che ho conosciuto. Non è certo detto che chi è contro il governo dell’Ayatollah voglia trasformare il paese in una democrazia liberale occidentale. Chi l’ha detto? Questa è una concezione estremamente coloniale… gli iraniani che ho conosciuto non portano come simbolo contro il governo odierno la Coca-Cola, anzi: sanno benissimo che gli Stati Uniti hanno più responsabilità sulla loro vita rispetto all’Ayatollah. Piuttosto utilizzano i simboli persiani, per esempio dello zoroastrismo. Non perché siano zoroastriani (ne sono rimasti pochissimi e li ho anche conosciuti), ma perché sono simboli persiani non occidentali con cui contestare il governo. La popolazione iraniana sa tutto questo perché in Iran c’è una grande cultura diffusa, a differenza dei paesi limitrofi nei quali, sinceramente, ho riscontrato una forte disparità anche da questo punto di vista.

Iran, tra gli immigrati afghani. ©Dario Crippa 2024

Penso che questo caso sia simile a quanto accade per la Russia: un paese enorme, dalla storia molto lunga e a volte parallela alla storia occidentale, che vive questo alternarsi di allontanamento e avvicinamento all’Occidente sotto regimi repressivi che schiacciano la popolazione. In entrambi i casi si è sviluppata una coscienza popolare molto diversa che fa spesso affidamento alla cultura, alla letteratura come simboli di resistenza, spesso silenziosa ma attiva contro questi governi. Non siamo solo “noi” occidentali a essere contro le guerre e le dittature, ma non andando lì, non sapendo la lingua, non avendo approfondito queste culture, non ci accorgiamo che la realtà interna è molto più sfaccettata. Qui un punto di incontro spesso è proprio la cultura, la letteratura.

In Iran hanno una letteratura millenaria e una produzione cinematografica incredibile, spesso critica del loro stesso governo nonostante la censura. Gli iraniani che ho incontrato, come il tassista che mi ha portato un giorno a fare il giro della città di Mashadd o le donne persiane che ho avuto anche il privilegio di poter intervistare – e inserire nel documentario Cycling to Sunrise, che ho realizzato a partire da video girati durante il viaggio – mi hanno parlato di cinema e di letteratura, anche se magari non l’hanno studiata all’università, con una proprietà e una conoscenza maggiore anche di alcune persone che studiano cinema in Europa.

L’Iran è sempre rimasto un impero e questa storia costituisce un sostrato importantissimo che lo differenzia da altri paesi vicini. Oltretutto in Iran, fino ai bombardamenti dell’anno scorso, non ci sono state guerre interne dal 1978, e questo ha fatto un’enorme differenza nello sviluppo del paese e della sua società. Il resto del Medio Oriente è devastato dagli Stati Uniti e dalla Russia e ne risente enormemente anche dal punto di vista culturale. A volte ci dimentichiamo quanto la pace permetta lo sviluppo e il mantenimento della cultura.

Ora vorrei che parlassimo della Palestina. Dopo quel viaggio a sedici anni, come è evoluto il tuo attivismo per questa causa e quali sono stati i passaggi che ti hanno portato a unirti alla Flotilla? C’è stato un addestramento prima di partire?

Da quel primo viaggio in Palestina sono sempre stato molto attivo, partecipando a manifestazioni, documentandomi attraverso film, dibattiti, cineforum: mi sono sentito sempre in allerta. Quando è iniziato il genocidio mi è balenato questo pensiero… i miei genitori mi avevano raccontato la storia di un amico di famiglia che durante la guerra in Bosnia ha provato, insieme ad altri italiani, a fare da scudo umano per evitare che i serbi bombardassero. Pensavo: come si fa a fermare il genocidio in Palestina? Questo mi è sembrato l’unico modo. Si è cominciato a parlare di organizzare una marcia per la pace che partisse dall’Egitto verso Rafah a giugno 2025. Sono partito con la mia ragazza e i miei amici Lupo, Marta e Gaia, tutti conosciuti agli scout. La marcia dal Cairo è stata un fallimento, lo possiamo dire: il governo egiziano, connivente con Israele, ci ha impedito di farla. Però è stato anche il momento nel quale tanti attivisti si sono conosciuti. Eravamo in quattromila da tutto il mondo ed erano presenti i vertici delle varie organizzazioni, il Soumoud Convoy, il Global Movement to Gaza, la Freedom Flotilla… tutte realtà che stavano cercando di far arrivare aiuti umanitari e solidarietà a Gaza. Lì si è capito che gli aiuti sarebbero dovuti passare via mare, perché non potevamo contare sul supporto o il nulla osta di un paese terzo come l’Egitto. Sapevo che avrei voluto farne parte: sono rimasto nei gruppi Telegram delle varie organizzazioni, ho compilato la candidatura e fatto due giri di colloqui per vedere se potevo essere effettivamente utile alla causa. Il fatto che io avessi già vissuto zone di guerra come l’Afghanistan e l’Iraq è stato d’aiuto. Lo stesso vale per il mio canale YouTube, dove avrei potuto raccontare quello che sarebbe successo e diffondere notizie. Per due settimane, dal 31 agosto al 13 settembre 2025 abbiamo poi seguito corsi estremamente specifici e molto utili. L’enfasi era sulla non-violenza e c’è stata gente che non ha partecipato alla Flotilla perché era in disaccordo sulla scelta non violenta: durante i corsi eravamo molti più di quelli che poi si sono imbarcati. La comunanza di intenti e modalità di chi ha deciso di partire ha fatto sì che si creasse un gruppo molto coeso. Abbiamo seguito un altro corso riguardo ai vari possibili scenari, quello che sarebbe potuto succedere in base alle esperienze di altre missioni simili. Vittorio Arrigoni aveva fatto parte di una flottiglia che era riuscita a sbarcare a Gaza nel 2008; una turca nel 2010 aveva subito un attacco da parte dell’esercito israeliano e alcuni partecipanti erano stati uccisi; le altre sono state intercettate. Tutte queste cose erano state discusse e preventivate: sapevamo quello che ci avrebbero chiesto i militari una volta saliti sulle barche, i documenti in inglese e in ebraico che ci avrebbero mostrato. Sapevamo che sarebbero saliti a bordo puntandoci le armi e noi saremmo stati con le braccia al cielo senza rispondere quando ci avrebbero chiesto «chi è il capitano, chi è il capitano?». Tutta questa preparazione ci ha dato molta forza perché in una situazione così difficile, senza averla mai vissuta prima, abbiamo tenuto come cardini le indicazioni che ci erano state date. Siamo stati preparati bene e questo ci ha fatto sentire più sicuri. Ha avuto molto valore il training legale che abbiamo seguito per capire la totale legalità dell’azione della Flotilla; abbiamo studiato anche i possibili nostri scenari al ritorno, poi abbiamo fatto un allenamento alla gestione delle emozioni e siamo passati ad attrezzare le barche. C’è stato tanto lavoro di gruppo, sia tra chi aveva esperienza marittima sia tra chi non l’aveva. Ho conosciuto persone incredibili. Il capitano della mia barca, l’Otaria, partecipa al progetto Rescue Migrants in mezzo al Mediterraneo e ha settantuno anni, ha vissuto in barca per tutta la vita.

All’inizio mi trovavo su una barca che poi non è più partita e sono rimasto a terra. Mi sono detto «che peccato», perché ormai ero pronto, ma sentivo comunque di aver dato il mio contributo. Mi sono imbarcato all’ultimo momento il 13 settembre al porto di Augusta per poi raggiungere la Flotilla a Porto Palo il 18; qualcuno si era ritirato e io mi sono offerto… avevo perso il caricatore del telefono, sono corso a comprarne uno nuovo e sono salito in barca quando stava per salpare. Ho conosciuto strada facendo la forza del mio gruppo, tutti avevamo un obbiettivo comune ed eravamo stati selezionati per essere lì: le persone che ho conosciuto hanno fatto la differenza. Una delle mie migliori amiche ora è una ragazza malese di trentacinque anni che ha una sua ONG e due figlie. Lei è tornata subito al lavoro umanitario appena rientrata. Il mio equipaggio era composto da altri cinque italiani; io ero il più giovane e mi sono trovato in questa situazione anche in carcere. E anche lì mi sono potuto fidare completamente dei miei compagni più anziani. Uno tra i ricordi più belli che ho è del carcere: un compagno, un carpentiere romano che dormiva con il pupazzetto di sua figlia. Sua figlia gli aveva chiesto prima di partire se gli avrebbero sparato e lui aveva risposto di no, che non sarebbe successo perché noi stavamo portando solo da mangiare per i bambini che non ne avevano. Allora lei gli aveva dato il suo pupazzo dicendo di portarlo ai bambini palestinesi.

L’orsetto della figlia di M. sull’Otaria. ©Dario Crippa 2025

Come è stata la navigazione? L’esercito israeliano ha attaccato la tua barca con i droni nei giorni prima dell’abbordaggio, avvenuto a mezzanotte del 2 ottobre.

I droni sicuramente sono stati la parte più dura, sono arrivati all’improvviso e non era uno scenario contemplato: non era mai successo che le imbarcazioni fossero bombardate direttamente da droni. L’Otaria, la mia barca, è stata la prima ad essere attaccata in acque internazionali. Ho visto questo drone che si avvicinava mentre ero al telefono con un amico: era una notte stellata incredibile. Il timoniere a un certo punto mi fa: «guarda quanti droni stasera», io metto via il telefono, mi affaccio e vedo questo drone che si avvicina molto velocemente, due secondi dopo una linea rossa dal cielo e poi l’esplosione a prua. Sono subito sceso sottocoperta, ho dato l’allarme al capitano, abbiamo comunicato l’allarme alle altre barche e sicuramente quello è stato il momento più spaventoso. Dopo quello sono avvenuti altri dodici bombardamenti sulle altre barche. Era davvero un momento di tensione. Il governo italiano ha chiamato i miei genitori per farmi tornare a casa invece che proteggermi in quanto cittadino italiano, su una barca battente bandiera italiana – pertanto estensione territoriale italiana – che è stata bombardata. Siamo dovuti rientrare nelle acque territoriali greche e dunque europee per evitare di essere bombardati con i droni. Capisci che connivenza deve esserci se nel cosiddetto «mare nostrum» cittadini italiani possono essere bombardati senza alcuna reazione, con anzi le istituzioni che chiedono alle nostre famiglie di convincerci a rinunciare. Sono stati giorni di tensione anche all’interno della barca; però abbiamo deciso di continuare. Io ho deciso proprio perché l’equipaggio non ha mollato: se avessero rinunciato forse sarei andato insieme a loro, ma questa unità, questa forza che derivava dal gruppo l’abbiamo sentita. Sulla barca c’era anche un giornalista del Fatto Quotidiano, Alessandro, che aveva un sacco di informazioni politiche molto utili, su quello che stava succedendo. Se siamo stati costretti a rifugiarci in acque greche è perché c’era davvero il rischio di essere bombardati, ma a un altro punto le notizie sono cambiate, probabilmente anche grazie a causa della pressione politica creata dalle manifestazioni popolari in tutto il mondo. Rischiavamo comunque l’abbordaggio e di essere messi sotto tiro. Quando è avvenuto, quattro o cinque giorni dopo, sapevamo cosa fare: mi sono sentito molto preparato. Alle nove di sera del primo ottobre hanno cominciato ad abbordare l’ammiraglia, Alma, e poi a mezzanotte sono arrivati a noi. Ci hanno abbordato con tre moto-vedette e sono saliti puntandoci addosso i fucili. Sono riuscito a filmare qualcosa e ho raccontato cosa è successo in un mio video YouTube.

In quei quattro o cinque giorni prima di essere abbordati, per rilassarci sotto le stelle incredibili del Mediterraneo, io e il comandante della nave leggevamo poesie. In particolare, vorrei ricordare un libro stupendo: Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza [Fazi 2025]. Lo leggevo ad alta voce mentre il mio comandante timonava: sono stati momenti davvero meravigliosi mentre facevamo i turni notturni ancora più serrati sapendo che avremmo potuto essere intercettati da un momento all’altro; praticamente non si dormiva più. Ovviamente questa continua tensione e la privazione sistematica del sonno fanno parte di una strategia delle forze israeliane che è all’ordine del giorno nei territori occupati: in Cisgiordania gli israeliani bombardano con bombe sonore o lacrimogeni durante la notte. Noi abbiamo vissuto sulla nostra pelle per poco queste vere e proprie torture in carcere, quando i soldati entravano nelle celle di notte puntandoci contro le armi, non facendoci dormire, cambiandoci di cella ogni notte e mantenendo una tensione costantemente alta. Questa però è la realtà di tutti i giorni non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania: una situazione che ti fa sempre sentire in pericolo di vita anche se magari non lo sei.

Un tramonto di settembre sul Mediterraneo. ©Dario Crippa 2025

Riassumo io quello che hai già raccontato più volte altrove: i soldati israeliani vi hanno fatto scendere sottocoperta, hanno requisito le barche e le hanno condotte al porto di Ashdod, in Israele. Le imbarcazioni e il loro contenuto, effetti personali e aiuti umanitari sono stati sequestrati e i più restituiti. Dopodiché vi hanno fatto aspettare per ore in ginocchio ammanettati con i vostri passaporti in vista, vi hanno insultati e derisi per poi farvi salire su pulmini con l’aria condizionata gelata e, dopo un’altra attesa, vi hanno trasportato nel carcere di Ketziot, dove siete arrivati all’alba del 3 ottobre. Come avete vissuto il carcere tu e i tuoi compagni?

Ci sarebbero le storie di privazioni che hanno raccontato tutti ma ci tengo a dire che i giorni in carcere sono stati molto gestibili per me, un po’ per tutte le esperienze pregresse, anche se non paragonabili, ma soprattutto perché mi trovavo insieme agli altri attivisti. Un esempio: un attivista romano di cinquant’anni con cui ho condiviso tutte le celle che abbiamo cambiato, giorno per giorno. Lui è stato la mia guida. È stato davvero d’aiuto avere accanto una persona con molta esperienza, di cui mi potevo fidare. La vicinanza degli altri attivisti, anche solo sapere di essere nello stesso luogo, mi faceva sentire più sicuro.

Vorrei anche dire una cosa che non ho mai raccontato finora. A un certo punto ci hanno permesso di incontrare una persona del consolato italiano. L’abbiamo incontrata solo in un secondo momento: quella mattina c’è stato l’interrogatorio con il Mossad, poi con un giudice senza avvocato che ci chiedeva di riconoscere di essere entrati illegalmente in territorio israeliano. La prima cosa che questa persona del consolato italiano ha detto a me e ai miei connazionali è stata: «vedo che state bene, che siete in forma, sorridenti». Noi ci siamo guardati esterrefatti e le abbiamo risposto: «ma come è possibile che lei ci dica che stiamo bene?». Lì ha cambiato un po’ tono, però è arrivata con il sorriso, capito?

Le abbiamo riportato quello che stava accadendo: mancanza di medicine, requisite anche a malati cronici, mancanza di acqua, di cibo… fino a quel momento non c’era nulla da mangiare, quando finalmente abbiamo potuto mangiare ce l’hanno servito senza piatti e senza posate. Lei ci ha ascoltato e poi ci ha chiesto di darle dei messaggi da far arrivare ai nostri genitori. Nulla di quello che abbiamo detto è stato riportato. Quando sono tornato ho scoperto che non era stato loro detto niente: i miei genitori non hanno saputo nulla di me finché non sono stato liberato.

Questo colloquio è avvenuto il pomeriggio del 3 ottobre in un cortiletto del carcere, con otto celle da una parte e otto dall’altra, dove noi non abbiamo mai potuto camminare. Non avevamo un’ora d’aria, non abbiamo potuto mandare nostre notizie a casa e abbiamo potuto farci la doccia solo quando stavano per liberarci, perché non potevano farci vedere così sporchi e deprivati. Anche questo membro del consolato voleva farci firmare i documenti in cui ammettevamo l’ingresso illegale in Israele; era lo stesso foglio in inglese che ci era stato sottoposto al porto e io non avevo firmato, sapendo che non sarei stato il solo. Al colloquio ero con il mio compagno di cella italiano; la donna del consolato ci ha mentito, ci ha detto che tutti avevano già firmato quel documento e sarebbero stati liberati entro tre giorni. «Tutti hanno già firmato, rimarrete qua per un mese» ci ha detto, però essendo in due ci siamo fatti forza a vicenda.

Dopo siamo stati per tre giorni in cella in otto e cantavamo facendoci eco con le altre celle. C’era un ragazzo spagnolo che tutte le mattine cantava. Con degli altri abbiamo giocato a indovinare le capitali dei vari paesi e i personaggi famosi: Shakespeare, Alessandro Magno, Frida Kahlo, Greta Thunberg. C’erano anche questi due spagnoli, un madrileno e un barcellonese, che giocavano a scacchi a memoria: una cosa assurda. Un giorno hanno pareggiato e poi il giorno dopo uno si sveglia e fa «guarda che tu hai sbagliato»; l’altro ci mette un po’, pensa e ripensa e poi fa: «Sai che c’hai ragione? hai vinto tu».

La sera in cui ci hanno detto che avremmo potuto fare la doccia abbiamo capito che il giorno dopo, il 6 ottobre, saremmo stati liberati. La mattina siamo rientrati sull’autobus carcerario, lo stesso con il quale eravamo arrivati in carcere: all’andata era gelato, avevamo le fascette ai polsi che stringevano tantissimo, le bende sugli occhi. Eravamo riusciti a toglierci le bende e un compagno ci aveva tolto le fascette alle mani per farci passare il sangue. Io e un portuale ci siamo stretti molto vicini uno accanto all’altro per scaldarci.

Al ritorno la situazione è stata opposta, siamo stati lasciati due o tre ore in un caldo infernale prima di partire, sotto al sole del deserto. Nell’autobus c’erano molti greci e abbiamo parlato di letteratura, di Zorba il Greco – forse il mio libro preferito dopo il Maestro Margherita. Zorba il Greco più di tutti è un libro che mi ha proprio cambiato, quindi è stato interessantissimo poterne parlare con questi greci che avevano una forte cultura. E sapete cosa leggevano loro in barca? Erri De Luca. Tre Greci si sono trovati nella stessa barca e tutti e tre, senza saperlo prima, avevano un libro di Erri De Luca.

Poi abbiamo preso il primo aereo, pagato da noi perché lo Stato italiano si è rifiutato di farlo, e siamo atterrati ad Atene. Eravamo molto felici. All’atterraggio siamo stati accolti da un bagno di folla che sinceramente nessuno si aspettava. Noi italiani eravamo in ritardo per il secondo volo così abbiamo fatto tutto l’aeroporto di corsa cantando cori per la Palestina con addosso i vestiti del carcere. La maglietta, mutande, pantaloni e ciabatte del carcere e il passaporto erano le uniche cose che mi avevano lasciato. Sull’aereo siamo saliti cantando; qualcuno applaudiva. Ho chiesto alla mia vicina di posto, una ragazza cinese, di poter chiamare con il suo telefono i miei genitori ma ha detto no. Quindi ho provato con la persona di fronte a me e sono riuscito a chiamare mio padre. Mi stavano aspettando a Malpensa.

Il rientro è stato bellissimo, prima ad Atene, poi a Malpensa, ma soprattutto a Monterosso, quella sera. In piazza c’erano centinaia di persone che attendevano me, ma non in quanto Dario, ma in quanto partecipante alla Flotilla. Penso sia questo il cuore di tutta questa storia: non è mai stata una cosa personale. Per quanto mi riguarda il mio nome potrebbe anche sparire, non è quella la cosa importante. La cosa importante è stata trovare tutte quelle persone che erano lì per la Flotilla, per la Palestina: è stato molto molto bello. Lì, in piazza Pacati, a Monterosso, a Bergamo, ho trovato gli scout, ho trovato le maestre delle elementari, gli amici del liceo, i ragazzi del quartiere, le comunità musulmane e quella palestinese. Ho trovato anche persone che non mi conoscevano neanche… è stato sicuramente molto d’impatto per me.

Da quel momento il mio impegno è cambiato: ho cominciato e continuo a portare avanti il mio attivismo con interventi nelle scuole e in gruppi e comunità locali; sono incontri che penso possano fare la differenza. Un conto è andare a una manifestazione, a un incontro in cui la gente è già d’accordo con te o comunque ha delle idee già ben formate, e lì è importante portare la propria esperienza in prima persona. Ma una cosa completamente diversa è avere il privilegio di parlare con degli studenti; andare oltre la Flotilla, andare anche oltre la Palestina. Parlare di qualcosa che a scuola per questione di tempo o per scelta non viene raccontato: questo secondo me è il valore aggiunto del tipo di attivismo che sto facendo ora. Ora sento di avere il grande privilegio di avere un pubblico che mi ascolta.

Nei giorni successivi al mio arrivo ho fatto quasi solo questo, oltre che cercare di riposarmi – ma quello è stato molto complicato. Mi sono rilassato solo tornato ad Amsterdam, dopo aver ripreso la mia vera routine, che è sostanzialmente quella dello studio, una cosa che mi piace molto. Ora devo concentrarmi anche a preparare le mie due tesi magistrali, ma l’attivismo non mi pesa, è qualcosa che mi fa stare bene e che sento come dovere anche se quest’ultimo periodo è stato intenso.

C’è qualche ultima cosa che vorresti condividere?

Ho sempre creduto e credo sempre di più nell’importanza dell’informazione. Leggete questa intervista e cercate di andare oltre al semplice «ha ragione» o «ha torto».  Dobbiamo cercare di interpretare le cose in modo critico, interrogarci sulla realtà. Chiaramente per i lettori di una rivista letteraria forse è anche superfluo dirlo, ma per un ragazzo delle scuole superiori questa è davvero la chiave, quello che dovrebbero portarsi dietro nella vita.

Veniamo bombardati dalle notizie, spesso irrilevanti perché mischiate indistintamente negli algoritmi, si mischiano tutte le testate, lo spettacolo, la televisione con notizie di bambini morti, video di balli in bikini con genocidi e sparatorie. Questo ormai non accade solo sui social ma in tutti i canali di informazione. In questo caos ci si rischia di perdere, io stesso mi perdo. Avere una bussola, il senso critico per interpretare quello che si legge, quello che si vede, capire chi l’ha pubblicato, chi l’ha ripostato, da che fonte sta arrivando una notizia è forse il primo passo per essere attivisti consapevoli. Un attivista non deve per forza arrivare a Gaza, non deve essere per forza sul campo da qualche altra parte del mondo, un attivista è un attivista quotidianamente quando si informa e quando arriva al voto da cittadino cosciente, sapendo quello che sta succedendo oltre le grida della politica.

E poi ricordiamoci che la società, la storia della storia dell’umanità non funziona per volontà di un solo re o imperatore, tantomeno un presidente che viene eletto e decide. Tutti questi leader sono espressioni della società. Noi spesso diciamo «Trump è matto», «Putin è matto», «Netanyahu è matto». Non è così: sono semplicemente espressioni della società. Quando mi chiedono se io abbia mai incontrato un israeliano «buono» o che mi abbia fatto una bella impressione, io devo dire la verità: no. Io ho incontrato solo israeliani in divisa: soldati semplici che si riprendevano a sputare su Greta Thunberg a terra, ventenni in servizio di leva obbligatoria al porto di Ashdot, soldati della marina, forze speciali, polizia, guardie carcerarie. Ovviamente gli israeliani non sono tutti così, ma io ho incontrato loro. Ci sono persone, una componente della società israeliana, che ha idee totalmente diverse. Però ricordiamoci che la politica è l’espressione della società. Così come l’Italia ha espresso Mussolini e così come la Germania ha espresso Hitler, gli israeliani hanno fatto con Netanyahu. Troppo facile pensare «Ma eravamo tutti antifascisti, no?». No, in Italia non erano tutti antifascisti.

Hai dei progetti futuri?

Voglio continuare a raccontare storie di umanità e lo farò, Dopo la laurea vorrei prendermi un anno per viaggiare in bici con la mia ragazza… questo è il piano che sta maturando. Voglio continuare a fare contenuti su YouTube, magari girare un altro documentario e poi mi piacerebbe iniziare a scrivere per qualche testata a cui possano interessare racconti di viaggio, di bici, tenendo anche una componente letteraria; quindi, se sai che rivista suggerirmi…

In bici, Serbia. ©Dario Crippa 2024

Questa intervista è stata condotta il 12 novembre 2025 a Bergamo. La conversazione è stata trascritta ed editata per maggiore chiarezza ed esigenze di sintesi. Ringraziamo Dario per i diritti di utilizzo delle fotografie. Palestina Libera!


Nella foto di copertina, Dario a bordo dell’Otaria alla partenza della Global Sumud Flotilla, Porto Palo, settembre 2025. ©Dario Crippa 2025


Scarica articolo in PDF
Tags: attivismoCrippaGlobal Sumud FlotillaPalestinascoutviaggio
Niccolò Gualandris

Niccolò Gualandris

Niccolò Gualandris (Bergamo, 1999) è attualmente laureando in Lettere moderne presso l'Università degli Studi di Milano. Spera di trasformarsi in laureato quanto prima, almeno per soddisfazione personale.

Post Correlati

comizi dà more #4 • Antonio Francesco Perozzi

comizi dà more #5 • Giuseppe Nibali

diFrancesco Ciuffolie1 altri
13 Febbraio 2026
0

nella quinta puntata della rubrica "Comizi dà more", Francesco Ciuffoli intervista Giuseppe Nibali.

Di terre e mari che non ci appartengono

Di terre e mari che non ci appartengono

diGiulia Roncato
11 Febbraio 2026
0

Chiudo il libro Terre che non sono la mia (2025) di Matteo Meschiari e mi resta addosso una sensazione di straniamento nel senso indicato da Carlo...

Next Post
Contenere il mondo (sommerso) in una pagina: la sfida di Un gioco senza fine di Richard Powers

Contenere il mondo (sommerso) in una pagina: la sfida di Un gioco senza fine di Richard Powers

Simpatia e dolore: Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto di Silvia Bortoli

Simpatia e dolore: Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto di Silvia Bortoli

Di terre e mari che non ci appartengono

Di terre e mari che non ci appartengono

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

CATEGORIE

  • Blastare
  • Cinema
  • Da Zero a Dieci
  • DIDOc
  • Dieci per Dieci
  • Fumetti
  • Fuori dagli schemi
  • Interviste
  • L'occhio della madre
  • La baleRa bianca
  • Le storie
  • Letterature
  • Mappe
  • Naufragi
  • Nella pancia del vino
  • Plancton
  • Poesia
  • Premio Bergamo
  • Senza categoria
  • Senza impegno
  • Visit Palestine

IN EVIDENZA

Apologia del cinepanettone
Cinema

Apologia del cinepanettone

8 Gennaio 2018
comizi dà more #1 • Dimitri Milleri
Interviste

comizi dà more #3 • Marilena Renda

12 Novembre 2025
La Balena Bianca

La Balena Bianca – rivista di cultura militante
è un progetto dell’Associazione culturale La Balena Bianca.

info@labalenabianca.com

Privacy Policy Cookie Policy

© 2026 La Balena Bianca - Rivista di cultura militante

No Result
View All Result
  • Letterature
  • Poesia
  • Cinema
  • Naufragi
  • Mappe
  • Premio Bergamo
  • Sostieni la Balena
  • Ciurma

© 2026 La Balena Bianca - Rivista di cultura militante