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Simpatia e dolore: Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto di Silvia Bortoli

Andrea CirolladiAndrea Cirolla
9 Febbraio 2026
in Letterature
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Simpatia e dolore: Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto di Silvia Bortoli

«Lei fa la simpatica, e questo mi preoccupa molto. Di quelli che fanno i simpatici diffido profondamente».

Diffida da chi fa il simpatico, potrebbe nascondere qualcosa. Non necessariamente qualcosa di pericoloso – come Silvia sospetta possa nascondersi in «Lei», una delle candidate ad assistere E., suo marito malato di Alzheimer. Chi fa il simpatico potrebbe anche semplicemente nascondere qualcosa di personale e inoffensivo. Come un dolore, o il luogo di quel dolore: un lato che, se esposto allo sguardo dell’altro e riconosciuto, susciterebbe il pianto, condurrebbe all’emozione e al rischio del sentimentalismo. È per paradosso proprio il caso dell’autrice, narratrice e coprotagonista di questa storia vera.

«Il momento in cui qualcuno ti chiede come stai TU e senti che stanno per attivarsi le ghiandole lacrimali è il momento in cui devi fare qualcosa, che ne so, estirparle».

Chiuso il doloroso e leggero, solare e struggente libro di Silvia Bortoli[1], Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto, uscito lo scorso anno per Quodlibet Storie, il mio pensiero torna ostinato a quel passaggio sulla Simpatia. Lasciandolo in mezzo alle sue contraddizioni, faccio di proposito dell’aggettivo «solare» un uso oscuro, per così dire. Ambiguo. La narrazione di Bortoli è chiara, illuminata dall’intelligenza – illuminista? – e tra le altre cose divertente, nel senso che di-verte, volge altrove, allontana, distoglie dal dolore che la scrittrice davvero prova e non racconta, ma indica. Come in un quadro di Giovan Battista Moroni c’è una scena dentro la scena, e, mentre la scena più prossima allo spettatore è dinamica, quella sullo sfondo è cristallizzata in una dimensione ineffabile. 

Ineffabile è l’esperienza del decadimento cognitivo del marito, con cui Silvia ancora convive durante il tempo del racconto: un arco di due anni che sono i due capitoli del libro (più prologo e intermezzo), cioè il primo e il secondo anno del cane detto Jack, un Jack Russell che Silvia introduce nella sua nuova quotidianità: un partner, talvolta sparring partner, con cui sceglie di accompagnarsi durante l’ultimo viaggio con E., «aka» Il Principe. 

Il tempo del racconto è costellato dagli incontri con l’umanità varia degli Spazi Cani Liberi tra Largo Marinai d’Italia e Piazza Grandi (siamo a Milano), con Adorata Mammina (la figlia) e Piccolo Faber (il nipote). Tanti nomignoli-sagoma che richiamano un allestimento scenografico, la ricostruzione di un universo insieme reale e fantastico, cioè reso letteratura; un modulo, insomma: simile a quello che fu in Mio Salmone Domestico (Laterza, 2013), opera d’esordio di Emmanuela Carbè molto apprezzata da Bortoli e che, del resto, come questa nacque in Rete (su blog, mentre Bortoli su Facebook) per diventare, solo in seconda istanza, libro. Oltre all’uso dei nomignoli dietro cui celare personaggi reali della vita delle autrici, nelle loro autofiction sui generis, ad avvicinare i due libri è la presenza di un animale guida. Ad avvicinare e ad allontanare. Là un Salmone, qui un Cane. Là un personaggio fantastico e coscientemente simbolico, un po’ dáimon un po’ grillo parlante (scusate il gioco di animali); qui uno reale e simbolico ma inconsciamente, cioè in senso (lato) psicanalitico, sorta di Virgilio che accompagna la padrona oltre l’inferno di malattia e cura. In entrambi i casi, stando sui libri, si tratta di un congegno letterario per mediare la storia di un dolore, affidandosi al potere della lingua e dei suoi strumenti, ironia in primis.

Nello stesso verso vanno gli annunci di vendita del cane («Cedesi bel cane referenziato», «Cedesi Jack Russell bello affettuoso giocherellone testone», «Cedesi cane, eccetera») che scandiscono e fanno da sismografo del rapporto e dell’evoluzione del rapporto col nuovo ospite: il Cane. L’uso di formule spicce, simpatiche come «aka», «just in case», «first of all», è determinato tanto dal linguaggio d’uso nel luogo in cui il testo è nato (un social network) – dunque necessariamente sociale, comunicativo, accattivante, – quanto dalla Simpatia scelta quale abito comunicativo e narrativo.

È da intendersi in questa prospettiva l’aggettivo «solare» e il suo corrispettivo: divertente. Quando la situazione esistenziale si fa insostenibile, di fronte al linguaggio che evapora per così dire oltre le cose, trascendendo la relazione che le parole hanno normalmente con le cose, Silvia volge altrove lo sguardo – non il suo, quello del lettore. Alza e abbassa con maestria le luci sul palcoscenico letterario, sfumandole laddove il dramma personale – e poi coniugale – prende troppo campo per alzarle su altre azioni e situazioni, sempre sorretta dall’«allegria della mente» (l’espressione è da un testo di De Monticelli) e dagli strumenti del linguaggio: un colpo di ironia, una descrizione spiritosa, una sterzata del discorso narrativo.

Scrivevo del Cane come «nuovo ospite», quasi ce ne fosse un altro, precedente. In effetti, il cane entra in scena ponendosi accanto a un altro ospite, quale può essere inteso un marito malato di Alzheimer in casa, negli stessi spazi famigliari cioè che l’hanno visto precedentemente in salute. Incapace di riconoscere i suoi cari, è E. per primo a diventare irriconoscibile, una nuova presenza, un essere che muta nei progressivi resti della persona che fu. Non una questione di memoria, ma di relazione.

«La mia irritazione quando ci si ostina a rappresentare l’Alzheimer essenzialmente come un problema di memoria, mentre tu assisti quotidianamente alla débâcle della corrispondenza tra le parole e le cose».

Per far fronte alla situazione, serve ordine. Una regola: scandire i tempi, fare pulizia, fuori e dentro.

«Ci vorrà molta autodisciplina, non bisognerà tirar tardi la sera e alzarsi tardi la mattina, perché favoriscono la depressione, bisognerà darsi degli orari, come i monaci, bisognerà concentrarsi sulle singole cose che stiamo facendo, senza lasciar correre la mente in avanti, bisognerà chiedersi Cosa dovevo fare in casa, che ho sempre rimandato e che, confinato così nello sgabuzzino della mente, mi ricorda la mia inadeguatezza alla vita pratica?».

La mattina ad esempio è meglio portare fuori il cane presto, prima che arrivino molossoidi e relativi padroni senza controllo e senza coscienza, anche se il cane a quell’ora è riluttante. 

Rieccoci così allo Spazio Cani Liberi, dove è di casa il rischio: di pestare una cacca che sta dove non doveva perché chi di dovere non l’ha raccolta, di veder comunque sbranato il proprio cane di piccola taglia dal molossoide di prima, arrivato a sorpresa, o di perderne il controllo di fronte a una femmina condotta nell’area benché in calore. 

Lo Spazio Cani Liberi è uno spazio sociale particolare, un campo di osservazione a più livelli, dove si intersecano e interrelano le singole relazioni cane-padrone. Per Silvia, Jack è compagno e controcanto, esistenziale e narrativo; è un oggetto di studio comportamentale, spunto di analisi, procedimenti induttivi, rilevazioni e riflessioni; ed è anche la sua nuova lente sulla realtà esterna, esterna anche allo Spazio Cani Liberi, sullo spazio sociale esteso. Attraverso l’osservazione del senso civico particolare dei padroni di cani (o più spesso dell’assenza di senso civico dei padroni di cani italiani) Silvia studia e rileva il comportamento generale dei concittadini, passeggiando in città con Jack. È un altro tema del libro: affrontato per frammenti, lampi e rapidi accenni, configura persino una visione politica, in senso ampio e non agonistico, della società.

«Perciò percorso a ostacoli. Una che si definisce comportamentista ne ha tre, uno dei quali è un husky piuttosto vivace, e con tre il regolamento comunale dice: “Nell’area di sgambamento ogni animale va tenuto d’occhio dal padrone”, equivale a parole al vento. Il suo husky ha aggredito un altro cane, lei voleva squagliarsela e il proprietario dell’altro (i maschi si fanno chiamare papà dei cani, ma si comportano in prevalenza come padroni, condottieri, domatori di cani) ha chiamato i carabinieri e l’ha denunciata.

Io vado lì, butto dentro Jack e gli dico, vedi un po’ tu di cavartela, è l’Italia, caro mio, cosa ci possiamo fare?»

Il libro si chiude mantenendo la promessa del titolo, sfumando le luci sulla scena di quel «noi» e del suo destino. Quel che era il nuovo ospite è infine pienamente promosso a familiare; degli altri ospiti – E., la sua malattia – leggiamo una svolta e intuiamo un peggioramento, per sviluppi che rimangono fuori dal testo eppure in qualche modo presenti, come un’ombra o comunque una proiezione che amplifica l’esperienza e allunga la durata nella memoria dei lettori – ben oltre le centoquarantadue pagine – di questo piccolo e prezioso libro.


[1] Silvia Bortoli è germanista, laureata a Ca’ Foscari con Ladislao Mittner; traduttrice da decenni di letteratura e filosofia tedesca; autrice, con discrezione, di poesia prima e di prosa narrativa poi.


Silvia Bortoli, Come il cane è arrivato tra noi ed è rimasto, Quodlibet, Macerata 2025, 150pp. 14,00€

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Tags: autofictionBortoliCarbèromanzo
Andrea Cirolla

Andrea Cirolla

Andrea Cirolla (Bergamo, 1983) si è occupato per anni di editoria e giornalismo culturale, scrivendo per diverse testate tra cui Corriere della Sera, Nuovi Argomenti e L'Indice dei Libri. Da una decina d'anni fa il pane. Il suo laboratorio è a Galatina (LE) e si chiama Settecroste.

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