Chiudo il libro Terre che non sono la mia (2025) di Matteo Meschiari e mi resta addosso una sensazione di straniamento nel senso indicato da Carlo Ginzburg, come percezione di osservare l’alterità da un punto di vista ulteriore, in grado di sconvolgere il proprio (Straniamento. Preistoria di un procedimento letterario, in Occhiacci di legno, 1998, p. 25). Mi pare di essermi, cioè, de-posizionata e, nel contempo, de-strutturata. Di aver colto la soglia della percezione del sé, e non essermi mossa di lì. Di abitare il corpo, con il quale abito lo spazio e il tempo, in modalità diverse, dinamiche e indefinibili, di sentire il vuoto sotto di me, ma di abitare questo limite e di abbracciarlo.
Se tante sono le pubblicazioni che colgono e accolgono questo senso di decentramento contemporaneo e lo fanno proprio, il libro di Meschiari appare un condensato delle più recenti e interessanti svolte filosofiche, dall’ontological turn al rovesciamento del prospettivismo antropologico, fino all’antispecismo. Eppure non mi trovo di fronte a un saggio, ma a una scrittura scardinante e ibrida, che accosta immagine e parola costruendo una contro-geografia e una contro-narrazione. Le pagine, infatti, sono un susseguirsi di mappe alternative che prendono le distanze dai consolidati approdi della cartografia tradizionale per inoltrarsi nel terreno antropologico delle contro-mappe, costruzione di immagini cartografiche che cercano di superare il divario esistente tra carta e realtà, mente e corpo. Presentando una dopo l’altra le mappe di popoli non occidentali, a noi lontani nel tempo e/o nello spazio, e aggiungendo a queste le mappe corporee, che riportano il corpo da oggetto a soggetto, Meschiari riesce con levità straordinaria a rovesciare l’immaginario cartografico tradizionale, aprendo l’occhio sulla potenzialità espressiva di una diversa rappresentazione della Terra. L’operazione svolta da Meschiari è sostenuta da una profonda consapevolezza dell’urgenza di stravolgere il nostro sguardo sul mondo:
Ma andando verso quel policollasso che alcuni chiamano Antropocene, dove i sistemi integrati del pianeta (climatico, ecologico, economico, sociale, cognitivo, culturale) stanno subendo una trasformazione drammatica e imprevedibile, l’allargarsi a ciascuno di noi di una condizione di eccezione e di emergenza rende la controgeografia un attrezzo irrinunciabile, non solo perché si ferma a ragionare sulle questioni etniche e di genere, ma perché fornisce idee e modelli per rinegoziare tutte le relazioni tra umani, non-umani e non-viventi (p. 18).
Rinegoziare tutto, stravolgere tutto. Nulla è salvabile nell’antiquato modo occidentale di osservare gli altri, pregno di un sostrato colonialista-razzista. In primis, dunque, va lasciata la percezione che la superficie, ciò che è immediatamente visibile e su cui poggiamo il nostro corpo, sorregga il tutto, e il tutto costituisca. Meschiari inoltra il lettore nelle profondità, parte dal di sotto, per risalire alla luce solo più tardi. La discesa è quasi una catabasi liberatoria, che prelude all’uscita dalla grotta non nel senso indicato da Platone, ma per riemergere con nuovi occhi, ormai abituatisi al buio e al diverso. La stessa idea di questo libro non narrativo e non saggistico è prodotta dalla luce inedita che gli occhi dell’autore incontrano dopo una discesa nella grotta:
Il mondo sotterraneo è una macchina che altera tutto, smonta il tempo, smonta lo spazio, smonta persino la percezione di sé, e forse era proprio questo smontare corpi, strutture e convinzioni che si cercava nei riti di passaggio ma, quando uscii all’aria aperta, nel lampo del giorno, subii un’aggressione ancora più violenta: l’erba, dopo tutto quel nero-bianco-giallo-ocra dei dipinti della grotta, era così verde, così stonata da sembrare un’invasione aliena. […] La mia idea di paesaggio era finita, ne cominciava una nuova. Terre che non sono la mia nasce da lì, in quel momento tra il dentro e il fuori della grotta, nella zona tra due mondi che si nascondono e che a torto crediamo così trasparenti, così antitetici (pp. 12-13).
Il passaggio tra il dentro e il fuori, tra il profondo e il superficiale, è chiamato più volte ‘soglia’, non ingresso, non uscita. Meschiari riprende il concetto di “soglia” come già utilizzato da Laura Pugno («Sulla soglia di questo mondo percorso da lingue umane e non umane che si moltiplicano, da forme di comunicazione elettriche che sono linguaggio e ci avvolgono come una rete, si ferma questo libro, all’inizio di una lingua che – almeno in poesia, ma anche in prosa – riesca a tenere a mente, a tenere insieme tutto questo» (Noi senza mondo, 2024, p. 114)), ma lo rovescia: sulla soglia il libro non termina, bensì inizia da questo limite ibrido in cui tutto sembra confuso. La confusione è paragonata ad un’aggressione violenta, perché violento è ogni cambiamento sostanziale, ogni stravolgimento di un paradigma consolidato. Da questa soglia, il corpo e la mente di chi scrive e di chi legge si inoltrano in carte e mappe impreviste e inconsiderate, che investono l’occhio nella luce nuova che segue l’uscita dalla grotta.
L’indagine, che si snoda attraverso centoundici tavole, prende avvio da quelle che sembrano carte geografiche, ma che, tolto l’errore prospettico apofenico (cioè di attribuzione di significati successivi e noti ad eventi precedenti e ignoti), sono soltanto «ciottoli graffiti» di cui il più antico risale a un periodo compreso tra 10.700 e 9.700 anni fa (p. 25). L’analisi di mappe, o presunte tali, attraverso il tempo permette all’autore di inoltrarsi in situazionalità sempre diverse: come afferma a proposito della Mappa di Seradina, ascrivibile all’Età del Ferro,
[i]l contesto soprannaturale e forse rituale dei pannelli ornati, così come molti esempi etnografici, ci ricordano che una mappa non è solo e necessariamente una “rappresentazione del territorio” ma può essere un’azione performativa su di esso, un gesto magico per trasformarlo, un vero e proprio atto di terraforming o worldbuilding (p. 43).
Contro ogni presupposto di oggettività dato per scontato nella cartografia tradizionale, Meschiari àncora l’argomentazione al passato, situando l’essere umano nella sua storia per svelare l’inconsistenza della pretesa oggettivante. Il corpo si situa, così come la carta, che risulta legata strettamente al mondo mentale e corporeo di cui è espressione. Il Papiro delle Miniere, ad esempio, databile al 1156-1150 a.C. circa in Egitto, nonostante rappresenti «il potere dell’uomo sulla Terra e del Faraone sull’uomo, dissemina dettagli anomali: non solo strade, templi e blocchi di basalto con relative misurazioni, ma anche alberi, cespugli, depositi alluvionali, come qualcosa di irriducibile e dissidente che sussurra tra potere e profitto» (p. 51). Il non-umano è onnipresente, non riducibile, ed emerge anche quando la volontà umana lo tiene apparentemente lontano da ogni rappresentazione. A loro volta, le mappa antropomorfe di Opicino de Canistris, databili al XIV secolo d.C., nonostante adottino uno sguardo apofenico nel vedere «figure umane e mostruose» nelle linee geografiche, sono «sempre aperte a un riordinamento gestaltico, sono oggetti multistabili generatori di immaginario, sono apparecchi di cattura dell’invisibile» (p. 65). Cos’è la soglia, se non questo? La controgeografia coglie l’apparentemente invisibile, eppure ben presente – ciò che pare addomesticabile, ma sfugge.
Se l’uomo occidentale moderno pensava di aver addomesticato l’orientamento, rendendolo piena acquisizione umana, l’uomo contemporaneo ha perso i suoi punti di riferimento: come il lettore di questo libro, si sente sospeso su un mondo nuovo, non più saldamente ancorato a terra, ma in bilico tra ciò che era e non può più essere, e ciò che è e va accolto. È proprio l’invisibile, il non addomesticabile, a rendere queste mappe inedite «contemporanee a Homo anthropocenicus e al suo bisogno di riorientarsi» (p. 65). L’atto del riorientarsi non riguarda solo il senso della vista, ma la totalità corporea dell’uomo, nel suo rapporto che deve costruirsi con il finora non considerato. A tal proposito, le mappe tattili di Ammassalik, scolpite nel legno da un cacciatore groenlandese (1885), «sono un’invenzione cartografica ingegnosa consultabile in punta di dita, magari anche di notte, come una specie di rosario. Idealmente rappresentano un ponte tra mano e legno, tra corpo e paesaggio, tra percezione di sé e rappresentazione del mondo» (p. 69). Questo legame è espresso con forza ancora maggiore in una cultura animista come quella dei Ciukci della Siberia nord-orientale, dove «tutto è legame: terra e mare, cacciatore e cacciato, animale e habitat, oggetto e materia, immagine e supporto. Una geografia che è sistema di ecosistemi» (p. 75). L’ecosistema diviene chiave interpretativa del presente, costruendo un’assenza di centrismo di qualsiasi essere particolare, compreso l’umano: ogni antropocentrismo appare superato, il tutto è interconnesso e le mappe contemporanee devono rifarsi a questa visione decentrata che già molti altri, lontani spazialmente e temporalmente, fecero propria.
A tal punto il tutto è interconnesso che lo stesso corpo, essendo situato, diviene una mappa: presso i Coriachi, altro popolo della Siberia nord-orientale, erano in uso costumi sciamanici decorati con la mappa delle costellazioni: «Vestendosi con la volta celeste [lo sciamano] diventava volta celeste, infilandosi nella mappa diventava lui stesso mappa» (p. 77). Si tratta, qui, di un atto performativo di embodiment, che in altri contesti diviene ancora più pregnante, uscendo dal performativo e diventando esistenziale sulla base neuroscientifica dell’incorporazione. Il corpo è parte stessa dell’atto, crea una intra-action (Barad, 2007) senza la quale non si darebbe alcuna esperienza e, in tal caso, nessuna possibilità cartografica: il corpo e la mappa appaiono un unico soggetto. Anche presso i Montagnais dell’Ontario l’enorme quantità di dati geografici posseduta non era di natura puramente mnemonica, ma «trovava nella geografia fisica una struttura preesistente in cui innestarsi» (p. 109). Non era quindi la memoria, l’asse mentale puro, a reggere la mole di dati, ma il corpo stesso: così «la massa di conoscenze dei cacciatori-raccoglitori si ancorava allo spazio concreto in base al principio dell’embodiment, la mente che si incarna nel mondo che la circonda» (p. 109). O ancora, se si pensa al Long March Project (2005), il tatuaggio progressivo che l’artista cinese Qin Ga si è fatto tatuare sulla schiena, si può osservare che, «completamente inutili e profonde, le mappe tatuate sono strumenti che servono tanto a perdere il mondo nel corpo quanto a ritrovarsi in un fuori che inizia dalla pelle. Sono soglie, un’effrazione poetica e politica necessaria» (p. 181).
Mi immagino sulla soglia ancora una volta, all’uscita dalla grotta, gli occhi che difficilmente si abituano al nuovo, che poi è lo stesso, ma è diverso il mio sguardo. Niente sarà come prima, come non lo è stato per Meschiari, autore di questa contronarrazione – da lui stesso definita come un atto geografico, poetico e politico insieme. La modalità narrativa inedita investe il nostro essere al mondo come esseri situati geograficamente, ma anche in grado di ripensare il nostro linguaggio e rovesciare il nostro essere parte di una comunità, in un mondo in cui la democrazia pare in seria crisi. Ripensare il noi, ripensare la Terra, significa così uscire da entrambi i limiti consolidati della “nostrità” e della “Territà”:
Oggi per ripensare il nostro posto sulla Terra dobbiamo immaginarci fuori dalla Terra, come se fossimo noi gli alieni “telefono casa”: solo così potremo “riatterrare” non più umani ma “terrestri”, come diceva Bruno Latour. La prima implicazione è quella dell’inclusione non-specista: anche gli animali, le piante e i paesaggi geologici sono terrestri, dunque siamo tutti sulla stessa barca. La seconda implicazione, più verticale, è quella del cosiddetto prospettivismo antropologico: tu sei altro da me, ma forse tu vedi me come io vedo te, dunque devo fare attenzione a come ti guardo e a come penso che mi guardi e mi pensi (pp. 178-179).
Mi accoccolo allora su questa soglia, pianto i miei piedi lì non per fermarmi, ma per sentirla, in questa Terra che non ammette più possessivi. Non sarà mia, se non per poco, e nel contempo sarà di tutti, umani e non-umani, viventi e non-viventi. Forse basterebbe farsi piccoli ancora, ritornare all’infanzia che ci pare perduta, per ristrutturare il noi che allora abbiamo creduto infallibile. Così fa Meschiari, affidando l’ultima pagina ad una scena domestica con sua figlia Lucia, alla ricerca della soglia da cui ripartire per costruire quel prefisso contro- che tanto appare necessario: «Vedersi miniaturizzati, tornare piccoli, è un modo per trasformare lo sguardo, per tornare a un’infanzia perduta, per ritrovare commozione, stupore» (p. 187).

Matteo Meschiari, Terre che non sono la mia: Una controgeografia in 111 mappe, Torino, Bollati Boringhieri 2025, €22, 208 pp.







