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Il passato come sangue (masticato)

Manuela MaregadiManuela Marega
12 Dicembre 2025
in Letterature
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Il passato come sangue (masticato)

Una grande sfida è all’origine del romanzo d’esordio di Francesco Aloia, Questo sangue masticato (Nutrimenti, 2025). Aloia fa i conti con il nonno materno morto qualche mese prima della sua nascita, il nonno “lisciato” per poco, non conosciuto per un soffio. Eppure dire questo non basta, perché il nonno in questione – anima portante del narrato – è figura viva, forte, definitoria e “palpabile”, nonostante l’immaterialità dovuta al suo stato. Si tratta di Tanino ‘e Bastimento (contranome di Carlo Gaetano Orlando), uno degli esponenti della camorra pre-cutoliana legata al clan Nuvoletta, noto per aver ucciso il boss – al tempo a capo del mercato ortofrutticolo napoletano – Pasquale Simonetti, meglio conosciuto come Pascalone ‘e Nola. Una figura “mitica” dunque, attraverso cui il giovane Aloia ci pone dinnanzi alla storia di una famiglia (gli Orlando) e di un luogo (Marano di Napoli) parti di un flusso che, come suggerisce il titolo, è sanguigno e narrativo al tempo stesso.

Al tutto si aggiunge uno spontaneo alternarsi di zone di luce e zone d’ombra che offre profondità al racconto. Ci sono gli «anni senza spari», gli «anni della terra», quelli in cui «il mito di Tanino si radica nella memoria collettiva del suo paese» con i suoi tratti connotativi destinati a risaltare sullo sfondo. Carlo Gaetano Orlando sembra infatti animato da una trascinante congiuntura di forza, coraggio e irruenza – ma anche tenacia, come dimostrerà negli anni del carcere – una sorta di disregolazione del vitale che lo porta a esporsi in prima persona:

Bastimento […] prese da libero cittadino la guida di Marano, che cavalcò il boom edilizio di quegli anni e si trasformò in una città vera e propria. I suoi figli nacquero nel benessere all’ombra di un padre che aveva fatto la storia, furono cresciuti con valori difficili da perseguire e ognuno indirizzato verso un percorso stabilito. (p. 163)

Al contempo, le ombre investono la progenie e il sangue è anche il sigillo di un patto educativo, implicito e indelebile, che con il suo scorrere traccia i percorsi di chi lo eredita e con i suoi rivoli ne racconta le derive:

L’educazione napoletana è così, il sangue ha un peso troppo grande, quasi mai richiesto, ma una volta che ce l’hai devi trottare, devi portarlo avanti con tutto quello che ne consegue […] ma qui sono tutti ancorati a un fondale troppo denso, girano in tondo e rischiano di prendere acqua e naufragare, anzi qualcuno l’ha già fatto e nemmeno se n’è accorto, eppure continuano così […] e il sangue va onorato, perché è quanto di più prezioso si ritrovano. (pp. 131–2)

Da queste acque, che ancorano al fondo le vite, ma anche le scorie delle possibilità gettate via come rifiuti, nasce uno stile che risente di tale densità anche quando tocca la superficie delle cose. Si tratta di duecento pagine di narrazione intensa, che cede il passo tipografico a un solo dialogo: il primo incontro di Tanino e la futura moglie Ada. Ciononostante, il romanzo è pieno di voci, poste a intarsio di quelli che potremmo definire i “dialoghi inclusi”, espediente in grado di donare al parlato una forza fuoriuscente e lo spessore dell’altorilievo:

Tanino diede appuntamento al compare alle undici, alla ferrovia, e ripeté più volte sia ‘undici’ che ‘ferrovia’, perché Russo s’era appena svegliato e non capiva niente. Solo un dispetto disse l’altro, un dispetto e ce ne andiamo, Tanì, il braccio o le gambe e niente più, me lo hai promesso. Te l’ho promesso rispose Bastimento, poi attaccò. (p. 56)

Poi ci sono le poesie dal carcere di Tanino, che cadenzano il racconto offrendo al lettore la voce interiore di un protagonista che è, in tutto e per tutto, un uomo di fatti e azioni. L’effetto spaesante è ottenuto attraverso una struttura narrativa ad incastro: le poesie sono infatti tratte da un libro, Anelito tra le sbarre, che, anche se ben nascosto (nello sgabuzzino di casa e nel rudere della Terra), compare più volte nella storia sotto forma di ritrovamento del piccolo Francesco. 

A sigillo troviamo le foto che, disposte alla rinfusa nella seconda e terza di copertina, sembra stiano lì per dirci che è tutto vero, come prove documentali di un processo.

Ma forse è più giusto parlare di “processi”: quelli “in vita di Tano”, che seguono i due delitti e precedono il carcere, e quello “in morte di Tano” – essenza stessa del libro – che è tale solo nella sua radice, non giuridica ma etimologica, di “avanzamento” e sviluppo. Lo sguardo dell’autore è infatti critico ma non polarizzato nella conflittualità, e ci pone di fronte a un materiale narrativo elaborato, nonostante il portato dei contenuti.

A seconda dei fatti narrati si alternano paragrafi in prima e in terza persona, nei quali il narratore, nonostante conosca bene la storia, sembra avanzare “per scoperta” alla ricerca del perché le cose siano poi andate in questo o in quel modo. Tale prospettiva è facilitata anche dalla biografia dello scrittore che, trasferitosi a Torino subito dopo il liceo, sperimenta precocemente quello “sguardo da lontano” che gli permette di esplorare il proprio vissuto delineandone i contorni. Siamo dunque distanti ma non distaccati, e l’unico sconfinamento dalla realtà avviene nel tempo: l’incontro immaginario tra il nonno e il nipote.

Se tra le pieghe del tempo ci fosse un nodo anomalo, un punto in cui i tempi confluiscono e il presente fosse l’unica grandezza possibile, il nostro incontro sarebbe realizzabile […] (pag.195)

Ti direi che sin da bambino mi hanno insegnato a portarti rispetto, a sorprendermi per le gesta che hai compiuto. Ti hanno raccontato come un eroe […] Ti direi che li hai davvero convinti tutti, tutti tranne me. Perché, se le parole e i sentimenti dei tuoi figli ti restano fedeli, le loro condizioni dicono tutt’altro, raccontano vite sacrificate, esistenze condotte con la testa sempre girata indietro, verso un passato che è dipinto nei loro occhi e non gli fa vedere indietro, la vita che poteva essere e che non è stata. (pp. 199–200)

Col tempo, d’altronde, le cose cambiano e Il passato vitale – e brutale – lascia spazio a un oggi consumato: «anche la terra è in condizioni pietose: l’acquazzone di Ferragosto ha reso il suolo ancora più frastagliato e le erbacce hanno ricoperto quasi tutto. La casarella è piena di ragni, sul pavimento c’è uno strato di polvere alto un dito ed Enza ha staccato l’elettricità, perché le bollette sono quelle che sono, e se sulla Terra non ci va nessuno allora pagare non ha senso» (pp. 151–2).

Così si ritorna a un paesaggio primitivo e desolato, come se Tano, uscendo di scena, avesse portato via con sé anche la vita. Non c’è condanna e non c’è assoluzione – del resto siamo sul piano di un’etica privata che non coincide con la giustizia ufficiale – ma solo una determinazione istintiva, e al tempo stesso riflessa e ponderata, ad aprire una via alla ricerca di un orizzonte di senso:

Non potrei replicare, perché capirei che credi davvero a quello che dici, che non stai cercando di convincermi di nulla se non di ciò di cui sei convinto tu. […] Mi verrebbero in mente le tue parole, quanno se magna se cumbatte cu’ a morte, quando si mangia bisogna stare in silenzio, e mi accorgerei che alla fine ciò che sto facendo anch’io non è altro che masticare questo sangue che portiamo dentro, senza parlarne male; senza più sputare. (pp. 202–3)

Francesco Aloia, giovanissimo scrittore diplomato alla scuola Holden di Torino, ci consegna tra le mani un’opera prima di indubbio interesse, con una ricca tessitura e, se il sangue non mente (anche il nonno come abbiamo visto si dedicava alla scrittura), una “buona stoffa” narrativa. Dissimile dalle “storie di malavita” a cui siamo abituati, scevra di clamori e rumori e al di fuori di ogni sensazionalismo, la scrittura sembra al contrario rispondere alla necessità di fare pace col proprio passato, un primo passo imprescindibile da cui lasciar andare il suo sguardo di scrittore, senz’altro in grado di sperimentare altri e nuovi lidi.


Francesco Aloia, Questo sangue masticato, Roma, Nutrimenti, 2024, € 18, 224 pp.

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Tags: CampaniaFrancesco Aloianarrativa italiana contemporaneaNutrimentipassatoromanzo
Manuela Marega

Manuela Marega

Manuela nasce a Roma nel 1974, più precisamente nel quadrante est della città, dove attualmente vive e lavora come insegnante di sostegno in una scuola media statale. Amante del quotidiano, è coinvolta attivamente nella vita della comunità locale, ma non riesce a fare a meno della letteratura, che rappresenta la base e lo sfondo di ogni suo pensiero. Laureata in italianistica, incontra La Balena Bianca in un piccolo laboratorio artigianale del suo quartiere.

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