Quando il peggio sembrava passato, e la notte trascorsa, si è alzata la nebbia e improvvisamente ci ritroviamo impantanati tra le onde, incapaci di ritrovare la rotta. Sentiamo rumori, voci in lontananza, avvisaglie di una nuova tempesta, ma l’orizzonte è nascosto e non sappiamo dove andare. Qualche consiglio, allora, ci può aiutare: probabilmente non ci trarrà in salvo, di certo non ci guiderà fuori da questa bonaccia, ma magari potrà darci ristoro nella prossima notte senza stelle.
Il natale non è ancora arrivato e già vorremmo essere oltre: dieci consigli di prosa, per un natale senza consolazione.
Vittorio Graziani, Vendere libri è una cosa seria, UTET, Torino 2025 (Claudio Bagnasco)
Tra librerie di catena, strapotere dei marketplace online e dati di lettura sempre più sconfortanti, ha ancora senso oggi aprire una libreria indipendente?
Secondo Vittorio Graziani, eletto nel 2025 libraio dell’anno dalla Scuola per librai Umberto ed Elisabetta Mauri, la risposta è affermativa, ma solo se si agisce con tutte le cautele del caso. Graziani ne parla in Vendere libri è una cosa seria. Guida pratica per librai e incorreggibili sognatori, uscito per UTET nell’ottobre del 2025.
Seguendo gli aspiranti colleghi dalle fasi che precedono l’apertura dell’attività alla gestione del cliente, l’autore dispensa una serie di concretissimi consigli, tutti derivati da una visione disincantata della propria occupazione (un esempio su tutti: “[…]è un errore credere di poter puntare soltanto su una capacità libraria eccelsa, e dietro forse c’è un filo di presunzione nel pensare che questa basti e che non serva investire in comunicazione”, p. 110).
Una libreria indipendente ha buone possibilità di successo a patto che si facciano diverse attente valutazioni, tutte in fondo riassumibili nel titolo dell’opera: vendere libri non è un mestiere romantico, che si può improvvisare. È un mestiere della massima importanza e difficoltà. Ma essere buoni librai, ci suggerisce Vittorio Graziani con grande competenza e passione, è (anche) bellissimo.
Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Bellisario, Lunario di Braccia Rubate. Sentieri, semine, meditazioni e lune, nottetempo, Milano 2025 (Paola Morotti)
Chi proviene da una famiglia contadina sa bene quanto sia sempre stato importante sapere in quale fase lunare ci si trovasse. E per saperlo con maggiore precisione, si consultava un calendario spesso unticcio e scarabocchiato appeso vicino al frigorifero. Le lune piene o le mezzelune scandivano i mesi e indicavano quando era il momento giusto per piantare gli alberi da frutto, quando seminare le zucchine, o quando tagliarsi i capelli. Oggi i ritmi sono cambiati, i nostri mesi si fondano sulle scadenze di lavoro, sulle festività religiose o istituzionali, e, in fondo, non ci sembra più così rilevante tenere a portata di mano un calendario lunare per gestire la nostra quotidianità. Lunario di Braccia Rubate. Sentieri, semine, meditazioni e lune di Barbara Bernardini e Maria Claudia Ferrari Bellisario però ci ricorda che la luna esercita ancora una profonda potenza sulla nostra vita.
«Con il suo ciclo di crescita e decrescita la luna influisce sulle maree, sugli animali e sull’uomo: sul nostro corpo (dal ciclo mestruale alla qualità del sonno), e sulla nostra psiche. Durante un giorno, una settimana e un mese, la nostra energia fisica ed emotiva cambia e le nostre funzioni oscillano in base alla fase lunare in cui ci troviamo» (p.11).
Questo Lunario – insieme libro, agenda lunare e rubrica interattiva – nasce dall’incontro di due sensibilità complementari. Da un lato, l’esperienza di scrittura e attivismo ambientalista della scrittrice e formatrice Bernardini; dall’altro, la competenza editoriale e la pratica yoga di Ferrari Bellisario. Dalla sintesi di queste prospettive emerge uno strumento insieme ludico e profondo, pensato per alimentare la creatività, favorire una riconnessione autentica con noi stessi e riappropriarci di momenti magici.
Il Lunario infatti non è solamente un testo da leggere per acquisire informazioni pratiche sulle colture di stagione o sulle tradizioni popolari legate al cibo e all’ambiente, ma è anche una guida astrologica e di sviluppo personale per affrontare l’anno nuovo seguendo le meditazioni guidate o cimentarsi negli esercizi di scrittura proposti. Il tutto accompagnato da playlist curate nel minimo dettaglio e letture dedicate a ogni periodo astrologico. Un bellissimo regalo dentro al regalo.
Kogani Oshiro, La stufa in riva al mare e altre storie, Edizioni BD 2025 (Giulia Sarli)
Opera prima di Kogani Oshiro, La stufa in riva al mare è un manga composto di otto racconti brevi in bianco e nero, salvo per il primo, che dà nome alla raccolta, in cui è presente l’aggiunta di un colore ruggine. Sono storie surreali e malinconiche, in cui l’elemento fantastico si inserisce con naturalezza e semplicità: nel primo racconto il narratore è una stufetta, testimone della quotidianità di un ragazzo estremamente introverso, Sumio, che perde la ragazza che ama perché non è in grado di mostrarle il proprio affetto.
Spesso i racconti assumono punti di vista femminili e toccano diversi temi di rilievo come la sofferenza che segue a un lutto, la capacità di sentirsi davvero padroni del proprio corpo e di saper accettare una vita ordinaria, schiacciata dalla ripetitività dei doveri.
Il ritmo piano del racconto e la lente metaforica e straniante con cui vengono presentate vicende comuni fanno sì che queste storie restino impresse in chi le legge anche molto tempo dopo aver chiuso il libro.
Ayşegül Savaş, Gli antropologi, trad. Gioia Guerzoni, Feltrinelli Gramma 2025 (Marzia Beltrami)
Di Asya non sappiamo la nazionalità: sappiamo che è diversa da quella di Manu, il suo compagno, e che entrambi vivono in un Paese diverso da quello d’origine, dove sono arrivati per l’università e in cui hanno deciso di rimanere. In una sorta di auto-etnografia personale e di coppia, seguiamo Asya mentre giorno per giorno esplora e cataloga le regole non dette della società che la circonda, percepita come altra non solo perché straniera, ma anche perché, improvvisamente, adulta. Decifrandone i rituali e costruendone di propri, Asya e Manu cercano la chiave per appropriarsi di questo spazio sociale e materiale, per farne casa. E parte integrante di questa casa allargata è la complessa rete di amicizie che, mentre per chi cresce nello stesso posto in cui è nato può essere frutto spontaneo e irriflesso di una vita, per l’espatriato diventa pratica deliberata e in costante manutenzione. Inserendosi nel filone del racconto expat, Gli antropologi non solo riesce a scampare i luoghi comuni e a raccontare le cose anziché indicarle, ammiccando, al lettore; ma soprattutto, presentandosi anche come una riflessione sul come raccontare la vita quotidiana, si distingue sia dal racconto di sé che tenta di farsi esempio di un’esperienza collettiva ma rimane schiacciato sulla prospettiva personale, sia dalla narrazione distaccata, ora cinica, ora estetizzante, di un modo di vivere che ha segnato buona parte di una generazione. Non da ultimo, contribuisce al piacere della lettura il gioco sottile e mai risolto dell’indovinare quale sia la città in cui si trovano Asya e Manu: nel suo depistaggio deliberato, Savaş obbliga a un costante riassestamento dell’immaginazione, a continui aggiustamenti di aspettative che finiscono per riproporre in maniera performativa quello spaesamento di fondo che al contempo mina e anima la vita dell’espatriato.
Tony Tulathimutte, Rifiuto, trad. Vincenzo Latronico, Edizioni E/O 2025 (Simona Adinolfi)
Una fitta rete di personaggi si interseca, si incontra, si scontra e si sfiora online, in quest’opera di finzione che sconfina continuamente tra le regole del romanzo e quelle del racconto breve. C’è l’uomo femminista convinto che diventa incel; il maschio tossico che chiede a Reddit «Ditemi cos’ho io che non va»; c’è la donna delusa dall’ennesima serie di appuntamenti andati male che cerca conforto nella sua chat di amiche iper-performative; c’è il ragazzo che decide finalmente di fare coming out alla sua famiglia e di dare libero sfogo alle sue più luride e segrete fantasie sessuali. Rifiuto compone un mosaico ansiogeno, esilarante e deplorevole allo stesso tempo, chiedendoci di smettere di giudicare, per evitare di essere giudicati. La sfida di lettura delle feste di Natale consiste nel portarvelo alle riunioni famigliari lasciandolo in giro per destare scandalo e imbarazzo tra i parenti più perbenisti e suscettibili.
Jacopo Narros, Dieci piccole trasformazioni dell’aula scolastica, Industria & Letteratura 2024 (Michele Farina)
Questo libretto dello studioso e narratore Jacopo Narros meriterebbe uno scaffale tutto suo in un’immaginaria biblioteca della letteratura italiana sulla scuola. Frequentatore della letteratura potenziale di Calvino, Queneau e Perec, l’autore ha amalgamato in questa serie di variazioni il suo gusto combinatorio e la sua attitudine naturalmente estrosa. Parodiando il testo regolativo, le piccole trasformazioni di Narros rivisitano famosi eventi storici e monumentali opere letterarie grazie alla collaborazione degli studenti e agli arredi tipici di un’aula scolastica, luogo al contempo ordinario e sorprendente, fecondo di fantasticherie improduttive. La Rivoluzione francese o la scoperta dell’America, l’Odissea o la Divina Commedia: non esiste evento storico abbastanza incrostato dall’usura scolastica o capolavoro così depresso dalle gabbie manualistiche da sfuggire alle miniaturizzazioni di Narros, che riducono opere e fatti madornali, sottraendoli alle sterili liturgie della lezione frontale e riuscendo nel miracolo di renderli di nuovo maneggevoli e “visibili” agli occhi di lettori, insegnanti e scolari. Oltre che per essere gustate come testi creativi, queste trasformazioni sono adattissime a essere inscenate con rapide incursioni teatrali e anarchici role-playing in vere aule scolastiche: provare per credere.
Werner Herzog, Il futuro della verità, Feltrinelli 2025 (Massimo Cotugno)
Werner Herzog è un gigante del cinema e, probabilmente, il più importante regista tedesco vivente. È noto per la sua inesauribile energia, una brama di conoscenza sconfinata e quell’atteggiamento da esploratore occidentale ottocentesco (con i pro e i contro che questo paragone evoca). Si tratta quindi di un monumento vivente, che ha da poco ricevuto il Leone d’Oro alla carriera, trovando anche il tempo di presentare un nuovo magnifico documentario intitolato Ghost Elephants: la storia di un naturalista alla ricerca di una misteriosa specie di elefante che vivrebbe sugli altipiani dell’Angola. Che queste creature esistano davvero oppure no, non ci è dato saperlo, ma a Herzog questo importa relativamente poco. La verità che il regista cerca è quella estatica: una mescolanza di fatti e menzogne. Tra fake news ai tempi di Ramses, villaggi costruiti esclusivamente per il passaggio di regine e citazioni false che introducono storie autentiche, Herzog descrive l’evoluzione del concetto di verità fino a ipotizzarne il futuro, alla luce dell’intelligenza artificiale e della propensione umana a farsi ingannare.
Thomas Brussig, Sonnenallee, trad. Alice Gardoncini, Einaudi 2025 (Giacomo Raccis)
È tutto molto semplice. Einaudi ripubblica con una nuova traduzione e un nuovo titolo un romanzo ormai classico della letteratura tedesca contemporanea. Sonnenallee è infatti un’opera del 1999 e già nel 2001 era uscito in Italia per le Strade Blu Mondadori. Il nuovo titolo, però, sembra intercettare meglio il carattere paradossale e antiepico di questo romanzo che – mi insegna un collega di tedesco – è considerato primo esemplare di quella che da qualche tempo è stata definita la Ostalgie, la nostalgia della vita dell’Est. Brussig racconta infatti una tranche de vie di una famiglia di Berlino est, che abita il breve frammento al di qua del muro di Sonnenalle, una lunga arteria che si snoda per il resto fino al centro di Berlino ovest. Il nome della via (letteralmente “viale del sole”), peraltro, fa buon gioco al romanzo, imponendo con spietata ironia l’immagine di un sole dell’avvenire che illumina le vicende di personaggi degni di un romanzo picaresco. In primis Micha, adolescente che sarebbe pronto a rinnegare tutto pur di conquistare il cuore di Miriam, la ragazza più bella della scuola, che frequenta i giovani dell’Ovest e su cui tutti fantasticano. Tra piccoli contrabbandi che non lo sono nemmeno, esercizi di oratoria filosovietica imposti come punizione per la cattiva condotta scolastica e improvvisati esperimenti di vita bohémienne fuori tempo massimo, Sonnenallee restituisce il ritratto di una società disfunzionale e di una generazione spaesata, che tuttavia trova in quel buffo regime al tramonto un elemento importante, se non decisivo, della propria identità.
Violetta Bellocchio, Studio privato, 66th and 22nd 2025 (Stella Poli)
Studio privato potrebbe essere il racconto di un momento particolarmente basso, particolarmente fondo: una «caduta nel niente», un’infrazione nei meccanismi, con pensieri suicidari tanto frequenti da diventare un promemoria sullo schermo – «oggi decidere se». Potrebbe essere un libro sull’editoria, sui suoi meccanismi, i suoi tempi, i ticchettii delle pressioni, anche quelle zitte, molto urbane – «e intanto il tassametro correva» – o un bildungsroman riluttante, di Jules che «non aveva avuto il tempo di proteggersi». Potrebbe essere il referto di una disperazione corale, spirito angosciatissimo dei tempi, o anche un libro sulle pratiche di cura, mentre la ragazza le cui prescrizioni raddoppiano in brevissimi colloqui fa il salto della scrivania e diventa a sua volta terapeuta, all’incirca. Forse è tutte queste cose insieme, ma è soprattutto un libro straniante nella freddezza con cui analizza, nella distanza che le parentesi-controcanto erodono, quasi corrodendo il testo attorno. La struttura sembra nascere per concrezione, alterna piani e luoghi e tempi, con una serie di rilanci che chiudono il capitolo con un «ad esempio:», con quei due punti che, un po’ sanguinetianamente, continuano a rincorrersi, in una messa a fuoco di fatto precaria, pur in tutto quel nitore.
Claudia Dellacasa, Quando eravamo lupi, Piemme 2025 (Claudia Dellacasa)
La reintroduzione di animali selvatici in ecosistemi da cui sono stati assenti per decine o centinaia di anni è una questione che punta al cuore dell’ecologia. Ecologia come studio dell’ambiente tutto, umano e più che umano, fatto di interazioni tra ecosistemi e individui, di dinamiche complesse tra specie. In Quando eravamo lupi Charlotte McConaghy indaga le ricadute sociali, oltre che biologiche, di un ipotetico ritorno dei lupi nel parco naturale dei Cairngorms in Scozia. Quello che si apre come un romanzo realistico – pur se controfattuale – si tinge presto di rosa, nero e giallo; diventa indagine sociologica e antropologica, storia d’amore e trama di crimine. La colonia di lupi inserita nelle Highlands – più precisamente nella montagna che Nan Shepard definiva vivente – inevitabilmente trasforma le storie individuali della biologa che guida il progetto, dei pastori che lo osteggiano e del poliziotto che si trova a mediare tra i due poli. Un romanzo che prende sul serio l’idea di rewilding, portandola alle conseguenze più concrete ed estreme e indagando il nucleo di selvatichezza che abita ogni essere umano, pronto a essere risvegliato quando anche gli animali siano riportati al loro stato di natura originario. Se l’uomo è lupo tra i lupi, come diceva Hobbes, cosa succederebbe se fossero i lupi ad entrare nel consorzio umano?
L’immagine di copertina è realizzata dal nostro Massimo Cotugno.

















