Si potrebbe cominciare da una domanda tanto semplice quanto vertiginosa: siamo soli o esistiamo soltanto in relazione agli altri? È a partire da questo interrogativo che si apre Senza gli altri. Esperienza assoluta e solitudine (Solferino, 2025), il nuovo libro di Tommaso Tuppini, professore di filosofia teoretica all’Università di Verona e tra i più acuti interpreti contemporanei di Kant, Heidegger e del pensiero francese della «differenza». Il volume mette in questione una delle convinzioni più radicate del nostro tempo: che la relazione sia la condizione di ogni esperienza e che senza gli altri non vi sia un “noi”.
Tuppini intende invece capovolgere questo presupposto, restituendo alla solitudine un significato diverso, più profondo e positivo: non mancanza, ma forma originaria dell’esperienza. Prima ancora che si tracci la linea tra io e mondo, tra soggetto e oggetto, esiste infatti un piano in cui tutto accade insieme, dove l’esperienza non è ancora divisa ma intera, viva, immediata.
La forza del libro risiede proprio in questo gesto teorico: riportare l’esperienza al suo punto zero. Tuppini non nega la relazione, ma ne ridimensiona il primato, sottraendola al suo ruolo di fondamento; come tale, l’esperienza precede l’io e l’altro, li genera entrambi come effetti secondari. Da questo punto di vista, Senza gli altri si propone di mettere in discussione una retorica oggi dominante – quella dell’interconnessione come valore assoluto – e invita a ripensare la solitudine non come isolamento, ma come condizione originaria dell’esistenza, come spazio in cui l’esperienza può accadere senza dover essere continuamente condivisa o giustificata. A sostenere questa operazione è una scrittura limpida e ironica, colta ma mai chiusa, che riesce a tenere insieme il rigore del pensiero e la leggerezza del racconto, rendendo accessibile una riflessione profonda senza rinunciare alla precisione filosofica.
Proprio da questa prospettiva prende avvio la prima parte del libro, che ricostruisce la storia di quello che Tuppini chiama l’“Impero degli Altri”: il lungo processo attraverso cui, nel Novecento, l’Altro è diventato un imperativo culturale, trasformandosi da figura inquieta e perturbante in principio etico universale. Dalla teologia del “numinoso” di Rudolf Otto alle esperienze del Collegio di sociologia di Georges Bataille, fino al pensiero francese dell’alterità, il tema della relazione si è imposto come chiave etica universale. Oggi, questo culto dell’Altro si traduce in un nuovo moralismo della partecipazione, in cui il silenzio è sospetto e la solitudine quasi una colpa. Relazione, condivisione, partecipazione diventano parole d’ordine di un’epoca che diffida del silenzio e stigmatizza la solitudine, convertendo la socialità in obbligo e la visibilità in misura del valore.
Tuttavia, come osserva l’autore, quando la relazione si trasforma in un dovere, perde la sua forza generativa e degenera in conformismo. L’ansia di essere riconosciuti e condivisi alimenta una socialità burocratica, fatta di esposizione costante e di controllo reciproco. In questa cornice, la solitudine acquista, nella prospettiva di Tuppini, un valore politico: la possibilità di sottrarsi al rumore di fondo, di abitare un tempo e uno spazio non colonizzati dagli altri, restituendo all’esperienza la sua densità silenziosa e irriducibile.
A emergere è così una critica del nostro immaginario etico-politico, dominato da ciò che l’autore definisce con ironia “benecomunismo di maniera”: la convinzione, sempre più diffusa, che il numero, la connessione e la moltitudine siano di per sé garanzie di verità o di libertà. Tuppini mostra invece come il “tutto insieme” non generi necessariamente senso, ma possa anzi tradursi in conformismo e gregarismo. Da qui nasce una distinzione decisiva, che attraversa il libro: non tra isolamento e comunità, ma tra individuo e aggregato.
L’individuo, nella prospettiva di Tuppini, è una forma vivente dotata di ritmo e coerenza interna, capace di tenere insieme le proprie parti in un ordine organico. L’aggregato, al contrario, è un insieme informe, un assemblaggio di elementi uniti solo dal bisogno di riconoscimento. Molte delle nostre comunità contemporanee – suggerisce l’autore – rientrano in questa seconda categoria: aggregazioni che scambiano il contatto per relazione, la presenza per partecipazione. In questo contesto, quando la relazione si fa obbligo, essa perde la propria forza creativa e si trasforma in una forma sottile di sorveglianza reciproca, in cui l’esperienza deve essere continuamente esibita per valere.
Da qui nasce l’elogio della sottrazione: la necessità di preservare tempi e luoghi sottratti alla pressione della visibilità, spazi in cui il pensiero e la sensibilità possano dispiegarsi senza l’urgenza di comunicare. In questo quadro, la solitudine non è fuga dalla comunità, ma riserva di libertà: una condizione che restituisce all’esperienza il suo spessore non mediato, la sua capacità di accadere senza testimoni. Leggere un libro dimenticato, accendere un fuoco senza spettatori, pensare senza l’urgenza di dire diventano allora gesti politici minimi ma essenziali, capaci di riaprire alla vita la possibilità di un’esperienza non amministrata e di uno spazio non colonizzato dallo sguardo altrui.
Si comprende allora come la tesi dell’“esperienza assoluta” costituisca il cuore del libro e dia forma all’intera riflessione. Riprendendo autori come William James e Raymond Ruyer, Tuppini mostra come l’esperienza non sia il risultato della coscienza riflessiva, ma ciò che la precede e la fonda. Prima di ogni distinzione tra io e oggetto, tra soggetto e mondo, c’è un campo di esperienza continua, impersonale e pienamente reale. La solitudine, in questa prospettiva, non è isolamento dell’io ma apertura a questo campo. È la condizione in cui l’esperienza si dà senza intermediari, in cui “io” e “tu” non si fronteggiano, ma si ritirano per lasciare spazio al gesto stesso che li unisce. È questo piano originario – né mistico né psicologico, ma ontologico – che l’autore chiama “assoluto”. In esso la solitudine non è isolamento dell’io, ma la forma stessa dell’apertura: il luogo in cui l’esperienza si dà a sé stessa senza intermediari.
Tuppini illustra questa intuizione con immagini di grande forza fenomenologica. Nel duello perfetto, scrive, “io” e “tu” si ritirano, e ciò che resta è il gesto: un unico flusso d’azione, un solo blocco di esperienza senza crepe. Analogamente, nell’esperienza amorosa, per chi la vive non vi sono due corpi ma una sola trama di sensazioni e di movimenti che costituisce il mondo stesso del rapporto: la relazione, quando riesce, sospende la dualità e si fa campo impersonale. Non è dunque negazione della differenza, ma il riconoscimento che la relazione, in senso pieno, nasce solo quando l’esperienza è già data.
Il pensiero dell’esperienza assoluta si estende, nel libro di Tuppini, in una riflessione sul tempo, che ne rappresenta il naturale compimento. Il presente, qui, non è un istante sospeso tra passato e futuro, ma il piano stesso in cui ogni cosa accade. Dire “sì” a ciò che accade significa aderire a questo piano, lasciar fluire l’esperienza; giudicarla, invece, equivale a dividerla e a interromperla. Il presente dell’esperienza, osserva Tuppini, è troppo nudo e crudo per essere sempre accettato: per questo cerchiamo rifugio nella riflessione, nell’interpretazione, nel continuo “dovrebbe” che ci separa dal reale. Ma è proprio da questo eccesso di giudizio che nasce la fatica del vivere. Dire “sì” alla vita significa allora lasciarla accadere senza chiedere garanzie — un’affermazione che riecheggia la lezione nietzscheana, ma priva di eroismi, come una pratica quotidiana di fedeltà all’esperienza.
Senza gli altri si configura così come una filosofia dell’esperienza che unisce chiarezza e profondità, senza indulgere né alla confessione né alla retorica. È un libro che sposta il centro del pensiero: dall’idea che siamo perché gli altri ci riconoscono, all’idea che siamo perché l’esperienza accade – e gli altri compaiono, quando compaiono, dentro questo stesso accadere.

Tommaso Tuppini, Senza gli altri. Esperienza assoluta e solitudine, Solferino, Milano 2025, 320 pp, € 19,90.







