All’inizio degli anni duemila, la Microsoft Research avvia il progetto MyLifeBits, sotto la guida di Gordon Bell e Jim Gemmell. Lo scopo dell’iniziativa era creare una memoria digitale totale, registrando ogni aspetto della vita di un individuo, dalle e-mail alle conversazioni, dalle fotografie alle esperienze personali. Si tratta della pratica del lifelogging, per cui gli elementi esistenziali del singolo vanno rilevati e archiviati in modo sistematico, così da ottenere uno schedario esteso dal quale attingere in qualsiasi momento. Nonostante la ricerca non si sia mai tradotta in una piattaforma, anche per evidenti problemi di sicurezza e sovraccarico informativo, è comunque riuscita ad anticipare i principi che stanno alla base di molte tecnologie oggi comuni, come l’archiviazione tramite il cloud, i diari digitali e l’intelligenza artificiale.
Proprio la pretesa di digitalizzare il mondo, compreso l’essere umano, è al centro dell’ultimo libro di Ugo Coppari, Guida all’installazione di un futuro me (Quodlibet 2025), che conferma l’attenzione dell’autore per i cambiamenti antropologici legati ai nuovi mezzi di comunicazione (già i racconti di Aria, pubblicati dalla casa editrice Bordeaux nel 2021, erano stati pensati per i social). Nella Guida Coppari vuole fornire un resoconto di tutte le attività della sua vita, in maniera tale che un ipotetico programmatore del futuro possa riuscire a riprodurre un altro Coppari in versione digitale, «un me eterno la cui personalità possa aderire il più possibile al vero» (p. 28). L’autobiografia, a tratti ossessiva, si rivela di fatto un MyLifeBits potenziale, in formato cartaceo, che passa inevitabilmente per la «quantificazione di sé stessi» tanto di moda nella nostra quotidianità, ingolfata di app che misurano spese, sonno, prestazioni sportive (p. 7). La tendenza generale del quantified self diventa sulla pagina dell’autore una cascata di elenchi, classificazioni, disegni precisissimi di mensole e bulloni con cui ha montato due librerie Liatorp.
È la lista a dare la «misura» al soggetto della propria «presenza nel mondo», dimostrandosi una «forma per governare il caos» (pp. 8, 24). Del resto, la prima parte della narrazione, circa i due terzi del libro, si sviluppa per capitoli piuttosto brevi sotto il macrotitolo La vita come quantità, in linea con la necessità quasi fisiologica di realizzare una banca dati cucita su di sé; e solo una cinquantina di pagine costituiscono la seconda sezione dell’opera, basata sul criterio opposto della qualità. A dominare l’impianto del libro, almeno in apparenza, è perciò il meccanismo quantitativo della sineddoche, il gioco della parte per il tutto: non solo un’intera esistenza viene riordinata per frammenti, sprazzi rigorosi di esperienze, ma anche i singoli casi, talvolta tanto minuziosi da sembrare insignificanti, risultano funzionali ad aprire orizzonti di riflessione più ampi, universali.
Innanzitutto, la lista dei testi letti in 15.706 giorni di vita, in ordine alfabetico per autore. Oltre a dotare l’esistenza di Coppari di una «continuità di senso», nutrendo pensieri e accompagnando traslochi, questi volumi appaiono utili per ricavare i modelli letterari che hanno contribuito a forgiare la scrittura dell’autore (p. 20). Sull’enciclopedismo delle geometrie tassonomiche lascia la sua impronta Calvino, presente con ben nove titoli, dagli Amori difficili (1970) a Palomar (1983), l’uomo-cannocchiale che incamera dati come le moderne tecnologie di machine learning. Perec, maestro degli elenchi, viene citato invece solo una volta, con Un uomo che dorme (1967), dove il sentimento di indifferenza nei confronti della realtà porta il protagonista a sviluppare una tensione per l’analisi che gli fa leggere “Le Monde” dall’inizio alla fine, dagli annunci matrimoniali ai necrologi, senza saltare una riga. Stupisce che manchino titoli come Pensare/Classificare (1985) e L’infra-ordinario (1989), che peraltro sono stati riproposti di recente, rispettivamente nel 2024 e nel 2023, all’interno della collana Compagnia Extra di Quodlibet, la stessa in cui è apparsa la Guida di Coppari e in linea con il progetto editoriale del direttore Ermanno Cavazzoni, legato a un’idea di letteratura repertoriale e funambolica. Si tratta di una mancata dichiarazione di dipendenza, che si deve forse a quella paura di mostrarsi indebitati che Harold Bloom ha chiamato «angoscia dell’influenza». Di certo il metodo quantitativo con cui Coppari procede attinge linfa dalle pose in stile Oulipo che lo stesso Calvino può avergli ispirato, attraverso il ricorso a una struttura, quella tassonomica-elencatoria, che da un lato serve a porre un argine alla molteplicità degli eventi e dall’altro permette di non cancellare le manifestazioni della molteplicità stessa.
Lo stile di Coppari è immediato, mima l’oralità, facendo uso del discorso indiretto libero e di collegamenti spontanei tra i vari argomenti. È una posa formale con cui l’autore suggerisce la sua frequentazione delle scritture padane più propense a strutturarsi come repertori, da Celati allo stesso Cavazzoni, membro dell’OpLePo (l’Opificio di Letteratura Potenziale, erede dell’officina francese), fino a Ugo Cornia, presente tra le letture di Coppari con Sulla felicità a oltranza (1999), Operette poetiche (2010) e Buchi (2016), dove emerge una forte matrice autobiografica. Di questi autori, tuttavia, Coppari riprende le strutture, gli elementi stilistici, anche se con un controllo maggiore; meno ne cattura le atmosfere e quella capacità, propria di Cavazzoni più che degli altri suoi colleghi, di presa antidogmatica sulla realtà, tra estrosità padana e scampati pericoli manieristici. Piuttosto, la tendenza a mettere a fuoco il vissuto attraverso microdati, incasellati in griglie, avvicina la narrazione di Coppari ai Sillabari di Parise (1971-1982), che sfrutta l’ordine alfabetico per muovere dal racconto di un frammento di esistenza al quadro generale della vita.
Per Coppari la formazione della squadra di basket in cui gioca, snocciolata indicando anno di nascita, altezza e nazionalità di ogni componente, diventa opportunità di riflessione su come tutte le azioni quotidiane si innestino «in un percorso verso qualcosa di più grande», una sorta di destino (p. 41); e così la quantificazione dell’aumento della massa muscolare o il calcolo delle spese mensili permettono «di dare un peso specifico a quell’idea di Dio che da entità immaginaria si trasforma ora in misura» dell’impatto dell’autore sul mondo e sugli altri (p. 65). Nemmeno il linguaggio può sfuggire ai radar di Coppari, specie se si considera che è ingrediente fondamentale dell’azione dell’AI, in grado di produrre contenuti linguistici appropriati a livello sintattico e semantico – una capacità considerata tradizionalmente propria dell’intelligenza umana. A tal proposito, l’autore individua circa duemila parole che fanno parte del lessico principale, usato fin da quando si è bambini, proponendo a titolo di esempio una lista di termini che cominciano con la prima lettera dell’alfabeto, da «abbandonare» ad «azzurro»: «guardate come sono belle» (p. 55). E ancora, diviso tra le innumerevoli possibilità esistenziali e il pragmatismo di chi poi deve davvero vivere, Coppari stende un elenco di lavori che avrebbe potuto fare, dal macellaio al pellettiere, e di lavori che ha fatto, dal bracciante agricolo durante l’estate al facchino, dal cameriere all’insegnante di italiano a stranieri, occupazione questa che ancora svolge presso la scuola Studio Pensierini, da lui stesso fondata a Perugia.
Dai suoi studenti l’autore mutua il modo sghembo di esprimersi, rielaborandolo in una scrittura personale. Non solo: insegnare gli ricorda un’opera dell’artista Gino De Dominicis, Poltrona per un viaggio nello spazio (1969), ossia una sedia da barbiere che consente di viaggiare nell’universo rimanendo seduti. Coppari entra in classe e al contempo migra nei Paesi che gli studenti portano con loro sui banchi, tanto da raggiungere ben settantaquattro mete. Del resto, la componente geografica, spaziale, è una forma di organizzazione, un modo di circoscrivere per orientarsi definendo sé stessi, gli altri e persino l’andamento del racconto (anche il recente Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia di Michele Ruol, pubblicato nel 2024 e finalista all’ultimo Premio Strega, cavalca la moda della narrazione che cataloga gli ambienti, nel suo caso quelli domestici). Le mappe, spiega Coppari, «riescono a dare una quantificazione effettiva degli spazi in cui ci muoviamo, ricalibrano cioè l’idea smisurata che abbiamo della nostra grandezza» (p. 53). Sono uno strumento, ancora una volta, per fare ordine nell’epoca della complessità, dell’accumulo di voci, dell’eccesso di contenuti, dell’ovunque in una manciata di click. E infatti l’autore legge Le 10 mappe che spiegano il mondo di Tim Marshall (2015), divide i luoghi «tra spazi dove succedono le cose e spazi dove queste cose non succedono» (p. 50), elenca i diciassette Paesi e le relative città visitate nel corso della vita, appende una cartina degli Stati Uniti sulla testata del letto per capire dove sono ambientate le gare NBA. Per capire, appunto. Il viaggio, anche mentale, diventa un metodo di conoscenza.
Proprio un viaggio in California apre la seconda parte del libro, più breve ma determinante, dal titolo La vita come qualità. Coppari devia con un colpo di coda la costruzione identitaria verso il criterio opposto a quello quantitativo, raggruppando i capitoletti nell’area metonimica. Il passaggio è segnato dal compimento dei quarant’anni, una sorta di rito di iniziazione verso una nuova fase dell’esistenza, che implica un bilancio del passato e una riflessone sulla vanità della vita eterna in formato digitale. Se secondo la definizione della Treccani la metonimia consiste nel «trasferimento di significato da una parola a un’altra in base a una relazione di contiguità spaziale, temporale o causale», si capisce bene come Coppari racconti episodi della sua esistenza per spostare poi l’attenzione su temi che oggi riguardano tutti. Stavolta, però, niente dati. Dal racconto al chilo della prima sezione, scandita da ritmi rapidi e punte di ironia, si passa alla distensione della seconda, dove i frammenti si inseriscono in un flusso più dolce. È l’abbinamento dei due poli quantità-qualità a garantire l’originalità della narrazione, schivando il pericolo della monotonia ma non del già sentito. Il libro, infatti, segue in modo perfetto la linea della collana di Quodlibet, tanto che pare impossibile immaginarlo in un’altra dimensione editoriale. Ma proprio questa rispondenza diventa paradossalmente un punto debole, se le aspettative sono di reinterpretazione matura dei principi enciclopedici. Il piano dell’opera funziona, ma senza sussulti.
Nella parte qualitativa il lirismo delle peregrinazioni californiane, quello tipico dei «matti», degli «indemoniati», di coloro che «vanno in giro per il mondo o per la strada a cercare qualcosa che hanno già dentro» (p. 111), si trasforma in motivo di riflessione sui progetti folli di Elon Musk, sulla guerra, sui trumpiani armati, sul turismo di massa e i pericoli per l’ambiente, sulla fame di futuro che muta talvolta in povertà, con «folle di persone» costrette a dormire sui marciapiedi (p. 110). Anche l’ipertecnologia fa capolino con la sua aura sorprendente e inquietante: nelle Self Driving Car, oltre al pilota, non c’è nemmeno più la possibilità di «scambiare due chiacchiere con qualcuno del posto» e, paradossalmente, «far perdere il lavoro a qualcuno del posto», annullando di fatto la presenza umana (p. 119).
L’autore sfrutta l’elemento geografico, un leitmotiv che permette di tendere un ponte tra le due sezioni della Guida, persino per descrivere il sentimento dell’amore. L’itinerario condiviso con la moglie non comprende l’indicazione di chilometri, distanze o densità abitative, ma si snoda tramite suggestioni, immagini sinestetiche, che suggeriscono la felicità provata nella neve della Norvegia, la voglia di pace a Berlino, il buon umore all’interno del Madison Square Garden, la bellezza nipponica, lo stupore per le luci londinesi, provato questa volta in tre, insieme alla figlia. «Tieni a mente» tali impressioni, dice Coppari rivolgendosi al suo programmatore futuro, «perché quando ti chiederai cos’è questo amore di cui tanto hai sentito parlare, […] sappi che assomiglia a queste scene qui. E non lo puoi tradurre in dati» (p. 131). Così appare difficile per l’autore tradurre in dati anche il pensiero politico. Diffidente nei confronti delle ideologie, Coppari avverte che il capitalismo può essere pericoloso tanto quanto il comunismo, e l’«acredine» verso Berlusconi, il leader che tanto piaceva a suo padre, andava affiancata a una riflessione su come mettere in pratica i valori che troppo astrattamente gli si opponevano (p. 146).
Nella pagina conclusiva, di nuovo, il fantomatico programmatore viene chiamato in causa dall’autore: mentre nel presente il progresso incombe con prepotenza, portando alla «nascita del tuo lavoro e di questa idea di andare oltre i nostri limiti fisici, verso l’immortalità digitale», «tu che sei in un futuro a me imperscrutabile, cosa ne pensi? Ne è valsa la pena? (p. 150)» Dopo questa sezione dedicata alla vita come qualità, che ha scardinato o comunque scosso le certezze rigorose della prima, la domanda suona retorica. In fondo, come rileva l’autore in una intervista apparsa sul blog Le parole e le cose, il mezzo che ci consente di parlare con persone già morte, «semplice, comodo, profondo», esiste già e «si chiama libro». A tale sollievo si unisce la convinzione che la capacità di interpretare la realtà attraverso uno spirito critico non possa prescindere dall’uso consapevole di quell’intelligenza artificiale che, almeno per ora, sostiene Luciano Floridi, è un processo di agency (la possibilità di funzionare come agente autonomo) senza intelligenza. Questa, semmai, è ancora appannaggio dell’essere umano e della sua sfera emotiva. La sineddoche, come i calcolatori elettronici, mette ordine (ordinateur è il nome francese del computer, dopotutto); ma la metonimia porta il linguaggio fuori dall’artificio: lo restituisce alla dimensione umana.

Ugo Coppari, Guida all’installazione di un futuro me, Macerata, Quodlibet, 2025, 162 pp., 16€







