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#Mappe. En el País de la Furia. Un viaggio letterario in due movimenti

Diletta Dangelo Riccardo FrollonidiDiletta Dangelo Riccardo Frolloni
31 Ottobre 2025
in Mappe
0
#Mappe. En el País de la Furia. Un viaggio letterario in due movimenti

[Parte seconda]

Rosario

Los labios no besados,
en los bolsillos los puños apretados.
La vuelta del trabajo,
hacia el oeste persigo un día soleado
que se cae en la fosa común del tiempo.
Tensión, Hacia el Oeste

A Rosario si sentono i cani piangere nella pioggia o si aprono vecchie saracinesche, di notte, quando i vialoni si fanno deserti, una metropoli vuota. L’aria sembra essersi indurita nonostante i tratti spagnoli, la faccia europea degli edifici, i palazzi più bassi per permettere la vista del cielo tra le strade sempre, sempre drittissime. Pochi, bianchissimi e specchiati, i grattacieli che nascondono le mazzette del narcotraffico per piani e piani e piani, che dal finestrino non riesci a vederne la fine. La città si orienta rispetto al grande fiume, l’acqua scura del Paranà, che scende forte dalle spettacolari cascate di Iguazù, nasconde pesci dorati tenerissimi, che restano carnosi anche una volta arrostiti nei chioschi che lo costeggiano.

Ci aspetta una cena a casa di Marina, verranno anche i nostri traduttori, Maria Cecilia Micetich e Elias Krause, quanto, quanto avremmo da dire su di loro, sul bene che ci hanno dato e ce ne danno ancora, Marina, Ceci e Elias, a loro tre dedichiamo questo racconto. Alla comitiva si aggiunge Celeste, che ha conosciuto Marina a Forlì e si sono scoperte entrambe di Rosario, ci prepara la bagna càuda, che tanti sono i piemontesi di seconda e terza generazione, e Maria Cecilia porta una choco torta fatta in casa, una specie di tiramisù intriso di dulce de leche, una follia. Parliamo dei cantanti italiani che hanno spopolato anche là, Raffaella Carrà ovviamente, ma anche Gianluca Grignani, tutti conoscono a memoria Mi historia entre tus dedos, ascoltiamo Battiato, Mina, Tiziano Ferro. Ridiamo molto, un nuovo pezzo di casa.

Il giorno dopo Maria Cecilia ci porta a fare un giro in macchina del centro città, il traffico è ordinato, quadrato per quadrato, ci indica i segni delle colonizzazioni, gli eroi di guerra, la stratificazione della storia, delle storie, dei popoli. Visitiamo anzitutto l’unica vera attrazione turistica della città, il Monumento alla Bandiera, un enorme pilastro in stile razionalista, machista, mussoliniano, qualcuno direbbe peronista, in una piazza appuntita verso il fiume, colonne rigide che sembra di stare all’EUR e al centro il fuoco che mai si spegne, di lato un enorme murales del generale Belgrano. Saliamo in cima e la città ci appare stranamente bella, da un lato questo fiume primordiale, dall’altro i palazzi allineati e decadenti, non ha nulla di straordinario Rosario, eppure qualcosa ci rapisce, una disperata vitalità, quella della città più pericolosa dell’Argentina.

Ovunque, sempre, la natura primeggia, gli occhi si perdono spesso tra i rami, ondulati, arricciati o lunghissimi nascondono nidi di parrocchetti verdi o di piccoli cardinali testa rossa (paritaria coronata). Sono 931 le specie di uccelli in Argentina, nel 2017 l’hornero, uccello nazionale dal 1928, è finito sulle banconote da mille pesos, allora le più alte in circolazione, ora circa un euro, qualcosa in meno. Fa nidi di fango e paglia perfettamente rotondi, vola tra le piante di parchi estesi e rigogliosissimi, curati e selvatici, di piante resistenti e roseti fioriti anche in inverno. Le camminate sono di terra rossa e c’è sempre l’elemento dell’acqua, un laghetto artificiale o una fontana, a far riprendere fiato e a ricordare che anche una natura tanto vasta non sfugge al controllo dell’uomo. Quasi per caso ci imbattiamo in un mezzo busto di Pirandello, o più spesso un Garibaldi a cavallo pronto a spuntare da qualche parte. Sul Boulevard Oroño la statua di Dante guarda casa Beatrice, di fianco alla Scuola Dante, una delle più importanti dell’Argentina, un edificio imponente, un labirinto con all’ingresso scritto a caratteri cubitali: ONORATE IL SOMMO POETA. Facciamo un giro per la scuola insieme a Nuria, la docente del profesorado che ci accoglie e ci mostra la loro splendida biblioteca, dove troviamo libri di tanti poeti italiani contemporanei. Ci dobbiamo fermare quando gli altoparlanti cantano l’inno nazionale, e tutti i bambini si fermano con noi e si uniscono al canto, anche quelli che erano seduti a terra o si stavano rotolando; in tre si mettono ad ammainare la bandiera, che viene riposta e l’indomani, prima delle lezioni, verrà di nuovo issata, «non si fa anche da voi?».

Abbiamo diverse letture programmate, una a Funes, un paesino nella periferia di Rosario dove in mezzo al nulla c’è la Libreria Ponsatti, che fa un lavoro enorme di educazione alla letteratura, e la libraia si commuove, ci abbraccia, ci regala dei libri, beviamo insieme e ascoltiamo Bossa Nova suonata dal vivo, una serata di condivisione. Poi, di nuovo a Rosario, ci aspetta una rassegna che si chiama Proyecto Urbanistico, curato da Elian Turlione (anche lui di origini italiane, piemontesi), che inizia alle nove di sera, quando non si lavora più, perché siamo ospiti di una peluqueria, dal barbiere dei poeti, Pablo Bigliardi, con la più fornita biblioteca di poesia contemporanea di tutta Rosario: farsi la tinta mentre leggi poesia, una pratica da esportare. Ma chi mai andrebbe ad un evento di poesia, la sera, con ospiti due perfetti sconosciuti, e invece è pienissimo, si mangiano pizzette e empanadas, si beve vino, tra le poltrone e gli specchi del mestiere. Incontriamo finalmente Maria Lanese, poeta molisana emigrata con la mamma a soli quattro anni, che non ha smesso di scrivere nella sua lingua madre, mai espressione è stata così azzeccata per lei, una delle grandi animatrici culturali della città, una delle menti del Festival Internacional de Poesia de Rosario, monumento vivente, di una lucidità ammirevole. È lei che ci presenta Beatriz Vignoli, la grande poeta rosarina, che troviamo seduta a terra mentre aggiusta la playlist della serata, i classici del rock, dai Led Zeppelin a Charly Garcia. Marina ha lavorato alla sua opera omnia, ne parla con un amore commovente, a cena ci aveva anticipato il suo incontro recitando a memoria una sua poesia divenuta manifesto della crisi, una poesia identitaria, Si te dicen que caí /es que caí. / Verticalmente. / Y con horizontales resultados. Beatriz si presenta come Beatrice e ci dice che il Dante di fronte alla scuola l’ha scolpito suo nonno, e per questo lei ora è Beatrice, Beatriz. Insieme a noi leggeranno i poeti Yamil Dora, Silvia Castro, Marcelo Britos e Beatriz Actis, insieme a Ceci e Elias, che presteranno la loro voce per noi. L’evento finisce a mezzanotte circa, e quanti erano entrati, tanti alla fine sono usciti, e ci sembra di aver respirato un po’, un evento semplice di sola poesia, schietto, senza preamboli inutili, senza pose né intermezzi, tutte e tutti sullo stesso piano, banalmente interessati a questa cosa che ci accomuna.

Rosario è effettivamente una delle capitali della poesia in Argentina, certo, c’è Buenos Aires, ma quella è una cosa diversa, lì c’è il mondo intero, c’è l’occidente, qui c’è il Sur, tutto Sur, percepisci benissimo che la cultura è resistenza. Abbiamo altri incontri in programma, uno all’Università insieme a Christian Molina e alla nostra editrice Regina Celino, in questo ex convento ora covo di proteste contro i tagli all’istruzione pubblica che sta dilaniando docenti e studenti. Abbiamo l’occasione di parlare a lungo, leggiamo e ci fanno domande sulla poesia italiana, come funziona, ci chiedono dei metodi per emergere, ci domandano quali sono i nostri obiettivi. A fine incontro, due ragazzi ci invitano a prenderci un caffè, Martin Rosso e Fran, ci ritroviamo al Laurak Bat a mangiare un carlito e a parlare di politica e di poesia politica, consigliamo Franco Fortini, Luigi Di Ruscio, Nadia Augustoni, Antonella Anedda, Massimo Palma, Guido Mazzoni, Pietro Cardelli, e ci promettono che si impegneranno a leggerli in italiano, e chissà, forse a tradurre qualcosa. Anche a loro chiediamo cosa pensano di Peron e non hanno dubbi, facho.

Abbiamo programmato anche alcuni incontri in questi luoghi surreali che sono le Familie regionali, quella abruzzesa e quella marchigiana, che ci accolgono con grandi onori, Javier e Patricio, Mariana e Maria José, anzitutto perché siamo italiani e, nello specifico, delle loro regioni, in secondo luogo perché poeti e docenti. Molti non parlano italiano, i più giovani magari non sono mai ancora stati in Italia, ma non importa, sanno ballare i balli tradizionali, il saltarello, il laccio d’amore. Facciamo delle lezioni con gli studenti di lingua italiana che scopriamo essere tantissimi, ci stupiamo dell’alto livello della lingua, ed è meraviglioso sentirli parlare dei nostri paesini minuscoli, sì, quando viaggiano in Italia fanno un giro a Firenze, Venezia, Roma, ma vuoi mettere Penne? Castelfidardo? Ci invitano a cena, a pranzo, a vedere le prove dei balli, a conoscere le proprie famiglie e la zona dove abitano, da dove provengono, ci coccolano un po’. Come quando la sorella di Marina, Carolina, ci invita a casa sua, fuori città, e naturalmente il marito prepara l’asado, ed è come una sintesi di tutto quello che abbiamo trascorso finora, una cena argentina che sa tantissimo di casa, lingue diverse che hanno lo stesso identico accento.

Una sera Elias ci porta a un recital, un concertino al Majo Club, suona la sua band preferita, i Tensión, insieme ai Buenos Vampiros, gruppi post-punk locali. Si va e si torna in Uber, lo fanno tutti, anche se il club è a ottocento metri da casa, Marina si è raccomandata ad Elias, l’ha minacciato con affetto, sono sotto la tua responsabilità, ci scappa un sorriso. Per scaldarci beviamo due Fernet e Coca, un Cynar e pompelmo, un vermù, incontriamo gli amici musicisti di Elias, parliamo un po’ con loro di cinema, Pasolini chiaramente, ma anche Bertolucci e Sorrentino, per sicurezza chiediamo anche a loro di Peron, e anche loro secchi, facho.

Non lo capiremo mai il peronismo, è un movimento dicono, ci sono tante fasi, quella socialista, quella populista, nazionalista, dichiaratamente fascista, peronismo di destra, quello di sinistra, i gorilla (che sono gli anti-peronisti), poi c’è stato il kirchnerismo (ulteriore evoluzione del peronismo), e così via. In una giornata di pioggia intensa andiamo al Museo della Democrazia, ci sono dei bellissimi video-intervista alle abuele di Plaza de Mayo; la proiezione del processo ai generali Videla, Massera, Agosti e a tutta la loro gang di criminali, gli artefici del golpe del 24 marzo 1976 a discapito di Isabelita, la seconda moglie di Peron, scomparso improvvisamente, con tutte le testimonianze terrificanti e come le cose si sono protratte e fino ad oggi. Trentamila desaparecidos, torture, crimini contro l’umanità. Il golpe si conclude con la disfatta delle Isole Malvinas, un massacro inutile, poi c’è il governo democratico di Alfonsin, che appoggia il processo contro i golpisti, e poi Menem, quello di un dollaro-un peso, quello di pizza e champagne, che concede la grazia ai generali. Ci chiediamo cosa sia realismo magico, usciamo con un nodo in gola. Poi visitiamo il Museo Municipal de Bellas Artes Juan B. Castagnino dove ritroviamo Antonio Berni, rosarino, e si festeggia i centoventi anni dalla sua nascita, ma i visitatori fanno un casino tremendo, alcuni bambini toccano i dipinti con le dita, un vigilante tranquillo scorre tiktok senza il silenzioso.

Non poteva mancare una lezione di tango, andiamo da Marisa Talamoni, detta la mariposa, marchigiana di origine, una signora di una grazia sconvolgente, agilissima, sinuosa, ci rapisce, ci spiega che è tutta una questione mentale, di simbiosi dei corpi e dei corpi con la musica, di percezione del peso, di guida e affidamento, è un sentimento triste che si balla, il tango. Trascorriamo due ore a cercare un equilibrio, impariamo a malapena come ci si tiene l’un l’altra. Per riprenderci andiamo con Marina e la sua amica Florencia a mangiare dal Vomito, si chiamava proprio così prima, ora è il Gorostarzu, famoso per la tortilla di patate, la birreria della vita, onesta, rozza, genuina, come tanti locali qui di Rosario, impantanati tra gli anni cinquanta e settanta.

Ci segniamo un evento alla Biblioteca Popular Constancio Vigil, luogo di resistenza, che nasce nel ‘44 come biblioteca di quartiere e, mattone dopo mattone, raggiunse un grande sviluppo negli anni ‘60, fino a quando non fu smantellata dalla dittatura militare. Alcuni dirigenti furono incarcerati e altri sono ancora desaparecidos. Ha riaperto al pubblico nel 2014, dopo una lunga lotta a cui hanno partecipato ex direttori, ex collaboratori, ex dipendenti, ex studenti e vicini del quartiere, è considerato uno dei progetti di educazione popolare più importanti dell’America Latina. All’evento c’è Beatriz Vignoli che legge dal suo ultimo libro, “Expreso” edito proprio dalla casa editrice della stessa Biblioteca. Ci sediamo in cerchio insieme ai partecipanti, come un gruppo di lettura ma con l’autrice presente, ci chiedono come mai siamo qui e ci passano un mate, con il nostro spagnolo imbarazzante spieghiamo che siamo poeti e che conosciamo Beatrice, con una semplicità disarmante ognuna dice una poesia che l’ha colpita e la legge e magari chiede una cosa all’autrice e lei risponde, racconta tanti episodi magici, tante risate e tante cose importanti dette, come costruire un immaginario, una memoria.

Una giornata la passiamo a cercare un rullino, qui si trovano poco e ne recuperiamo uno scaduto – che una volta tornati a Bologna, ci diranno essere vecchissimo, di una ditta che non esiste più da anni – ci serve per fotografare la vecchia casa dei genitori di Marina, quello che resta di una vita passata, il vuoto delle stanze, la vernice delle pareti, una pianta di ficus diventata un albero gigantesco negli anni, tanti, di vita trascorsa lì. Marina ci chiede questo regalo, la stringiamo forte in questo modo. Dopo due settimane a Rosario, dobbiamo ripartire, decidiamo di passare un’ultima settimana a Buenos Aires per fare un po’ i turisti, goderci la città, stare un po’ da soli. Abbiamo una valigia intera piena di libri, ne dovremo comprare una terza se vogliamo riportare a casa anche qualche regalo per i nostri amici, sono i doni che tutti i poeti incontrati ci hanno fatto, un valore inestimabile.

Buenos Aires / 2

E allora, perché non andare in Argentina?
Mollare tutto e andare in Argentina
Francesco Guccini, Argentina

La Ciudad ci appare doppiamente bella, doppiamente immensa, e pensiamo, sì, qui sarebbe bello viverci, che vita, che fuoco. Abbiamo un appartamentino nel microcentro, vicino a Plaza de Mayo, in un palazzo imponente, con tre ascensori liberty che si aprono e chiudono con le serrande. Ogni mattina, ogni merenda, la passiamo ad un caffè diverso, come il Tortoni, il London City, dove c’è una statua di Cortazar, la Confiteria Ideal, da Havanna. Ci riempiamo vergognosamente di cibo, ritorniamo nelle locande che ci sono piaciute e ne scopriamo di nuove, come Pipo, che fa dei vermicelli che sembrano davvero una pasta italiana, e mescola un sugo al ragù con un pesto, dando ragione a Sabato: «Buenos Aires è la più grande città spagnola del mondo, la più grande città italiana del mondo, ci sono più pizzerie che a Napoli e Roma messe insieme». Torniamo al mercato di San Telmo dove compriamo una mochilla matera, una borsa per portare il termos, la borsettina per la yerba che ci ha regalato Cecilia, e chiaramente mate e bombicha. Compriamo le scorte e i regali, alfajores come non ci fosse un domani, tabacco Cerrito dell’Uruguay e sigarilli nazionali a meno di un euro, cartoline, figurine di Maradona, due grembiuli da adasor, adesivi con Mafalda, con El Eternauta, con le abuele de Plaza de Mayo, con le Malvinas, con i carpinchos, li appiccichiamo tutti sul termos come fanno gli argentini che sembriamo ultra-nazionalisti.

Abbiamo un ultimissimo incontro al Circulo Italiano, la casa degli italiani, ci dice Sol de Brito, docente e anima di quel meraviglioso palazzo liberty al centro della città, che parla perfettamente la lingua e la scambiamo per un’italiana, è italiana, non può non esserlo. La raggiungiamo insieme a Samantha dell’Acqua, grande esperta di Pasolini, amica di Pierpaolo Capovilla, non prima di essere passati insieme al Cafè Paulin per un’ultima milanesa e un gelato incredibile.  Durante l’incontro una signora ci dice che è di Milano, che era venuta qua solo per prendere qualche lezione di tango e non se n’è più andata. La capiamo perfettamente. Notiamo una cosa: durante questo viaggio nessuno si è stupito del nostro essere e poeti, del nostro prendere sul serio una cosa come la poesia, tanto da viaggiare per il mondo nel tentativo di diffonderla. Sembra una cosa piccola, ma ora, verso la fine di quest’avventura, ci sembra una cosa enorme: vivere naturalmente la poesia, farne un motivo di resistenza, farne una bussola, senza quella patina oleosa che ci siamo spesso sentiti addosso.

Julian e Antonella ci invitano ad un ultimo asado in famiglia sul Tigre, una zona a nord della città risalendo il fiume La Plata. Il padre di Julian è medico e ha lavorato in Italia, parla in italiano, ci racconta di dove abitava, cosa faceva, mentre lancia delle salsicce sulla griglia e si lamenta del fuoco che non prende. La madre invece ha fatto una tortilla di patate e broccoli strepitosa, le chiediamo la ricetta. Noi abbiamo portato una bottiglia di vino Dante, per scherzare sull’etichetta, e loro apprezzano. Facciamo una passeggiata lungofiume e parliamo di musica, del fatto che i Los Locos, quelli di mueve la colita, sono italiani e non sudamericani, come credevano, parliamo di cumbia e di tutte le hit che abbiamo avuto in comune, di quanto abbiano segnato la nostra adolescenza, e intanto ci confidiamo un po’, ci dicono che avremo sempre una casa, degli amici qui a Buenos Aires. Ci fanno armare un mate, che dobbiamo condividere anche con i genitori e gli amici di famiglia che ci hanno raggiunto, e questa sarà la prova provata, il nostro battesimo, il mate de los tanos. Sembrano apprezzare, forse per cortesia, ma ci da una certa soddisfazione. Tornando verso il centro della città attraversiamo i luoghi del set dell’Eternauta, Antonella e Julian cantano i Soda Stereo in auto, ci fanno ascoltare Charly Garcia, Spinetta, Fito Paez, Virus, facciamo un salto a casa dei genitori di Julian, conosciamo sua sorella Viktoria, che non vede da tempo. Siamo parte anche noi degli abbracci, dei racconti, dello scambio di regali e tutto ci sembra perfettamente normale, quotidiano, come se li avessimo vissuti da sempre. A sera è il momento di rientrare a casa, non riusciamo a smettere di parlare, di salutarci, tanto che si dimenticano di lasciarci il loro regalo, un piccolo mate per noi, che ci spediscono più tardi in un Uber che attraversa la città.

La mattina dopo aspetteremo il taxi che ci porterà all’aeroporto da El Topo, un posto asettico che fa solo churros, anche ricoperti di cioccolata, ci ingozziamo per non pensare, per non parlare. Mentre attraversiamo la città e la sua infinita periferia devastata, ci teniamo stretti, non pensavamo, non potevamo sapere, ci immaginavamo una vacanza, poco più, non un segno, una porta, non una poesia che non sappiamo ancora verbalizzare. Torniamo, e iniziamo a prendere lezione di spagnolo; continuiamo ad ascoltare senza sosta il rock argentino e cantiamo i ritornelli in macchina, Me puedo estimular / Con música y alcohol / Pero me excito más / Cuando es con vos / Siento todo irreal (Virus); vediamo i film in lingua, a partire dai film con Ricardo Darin, da Nueve Reinas al Cuento Chino, o anche la serie su Menem e il film sul processo alla dittatura militare; leggiamo e proviamo a tradurre alcuni brani dei poeti che abbiamo conosciuto; andiamo a sviluppare le foto e non ne è uscita una buona, nessuna.

Torniamo, e non sappiamo come fare, per raccontare tutto, ossessioniamo i nostri amici, li inondiamo di informazioni, li torturiamo di dettagli. Per pietà qualcuno ci dirà che siamo stati utili, alla fine, perché stanno leggendo La chiamata di Leila Guerriero che racconta la storia di Silvia Labayru, ex-montonera vittima della dittatura e torturata alla ESMA, e molte cose che hanno trovato in quel libro le sapevano già grazie ai nostri racconti. Scriviamo questo pezzo e ci sembra l’unico modo per incanalare tutto, processare, ripercorrere e rivivere, anche se non basta. Ma soprattutto ci sembra di incontrare un frammento di Argentina ovunque, segnali, riferimenti, incontriamo per strada persone che parlano di Sudamerica o nel suo spagnolo particolare, persone che ballano il tango sotto i portici, una ragazza con una maglietta con la bandiera argentina, un manifesto di Mafalda nell’ufficio del preside, un film che parla delle pianure venete e di uno che fugge nelle pampas argentine. Non era previsto, questo amore, don’t cry for me, Argentina.

Qui alcuni testi dei tanti poeti citati, nelle traduzioni di Riccardo e Diletta.


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Tags: Argentinamappemappe letterariepoesia
Diletta Dangelo Riccardo Frolloni

Diletta Dangelo Riccardo Frolloni

Diletta D’Angelo nasce a Pescara nel ‘97, vive e insegna a Bologna. Nel 2019 viene selezionata come autrice emergente per RicercaBO - Laboratorio di nuove scritture. Nel 2021 vince il premio Esordi di Pordenonelegge e collabora con la casa editrice Industria & Letteratura. Nel 2022 vince il premio Ritratti di Poesia.si stampi e pubblica “Defrost” (Interno Poesia), suo libro d’esordio, vincitore, nel 2023, dei premi Camaiore Opera Prima, Camaiore SIAE under 35 e Poeti di vent’anni di Pordenonelegge. Alcuni testi da Defrost sono stati tradotti in greco e spagnolo per delle riviste online e in portoghese da Prisca Augustoni per la collezione “La corte” pubblicata in Brasile dalla casa editrice Macondo Ediciones, è inoltre in corso la traduzione integrale per la casa editrice Le Pecore Nere di Buenos Aires. È fondatrice e vicepresidente dell’associazione Lo Spazio Letterario di Bologna. Riccardo Frolloni nasce nel ’93 a Macerata. Laureato in Italianistica presso l’Università di Bologna, pubblica Corpo striato (Industria & Letteratura 2021; Premio PordenoneLegge – I Poeti di Vent’anni; Premio Versante Ripido) e Amigdala (Nino Aragno Editore 2024). Insieme all’artista Giulio Zanet ha pubblicato il libro d’arte Claustro (Edizioni Gei 2021). Nel 2022 è stato ospite come autore al Festival Internacional de Poesia de Rosario (Argentina) e al progetto “L’italiano dei Poeti” presso l’Università di Vilnius (Lituania). Ha tradotto Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione di Richard Harrison ('roundmidnight edizioni 2018), Non praticare il cannibalismo, antologia dell’opera di Ron Padgett (Del Vecchio Editore 2021) ed è in corso di pubblicazione la traduzione di Three Poems di Hannah Sullivan per Crocetti Editore. È stato direttore del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e ha lavorato per la School of Continuing Studies dell’Università di Toronto come lettore e assistente. Dirige la collana di poesia giovane “Obtortocollo” per la casa editrice Industria & Letteratura. Scrive per la rivista musicale Impatto Sonoro e ha fondato l’associazione Lo Spazio Letterario. Insegna italiano e latino nei licei.

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