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Raccontare palcoscenici proibiti. Entra il fantasma di Isabella Hammad

Simona AdinolfidiSimona Adinolfi
3 Novembre 2025
in Letterature
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Raccontare palcoscenici proibiti. Entra il fantasma di Isabella Hammad

Come molti dei romanzi di migrazione contemporanei, anche Entra il fantasma di Isabella Hammad (Marsilio 2025, trad. Maurizia Balmelli), si apre ai controlli di sicurezza di un aeroporto. È uno dei nonluoghi in cui le persone migranti si trovano a fare i conti con domande pressanti e aliene a qualunque altro viaggiatore. L’ineluttabilità di una perquisizione in più, di un possibile interrogatorio, di un ritardo, è spesso accompagnata dal timore di non essere creduti, di essere fraintesi, di essere fermati e di non poter proseguire il viaggio. Anche Sonia, attrice teatrale a Londra e io narrante del romanzo, si ritrova a dover sottostare a una perquisizione invasiva e a domande sempre più personali: «Perché tua sorella ha la cittadinanza e tu no?».

L’aeroporto di arrivo è quello di Haifa e Sonia è una donna di origini palestinesi che torna in Israele dopo undici anni, nel 2017, per andare a trovare sua sorella, Haneen che insegna in un’università israeliana. Il viaggio è innescato dal tentativo di Sonia di allontanarsi momentaneamente dall’ambiente teatrale di cui è parte, anche a causa di una relazione clandestina interrotta bruscamente con il regista con cui ha collaborato di recente. Ad Haifa, Sonia viene coinvolta in una produzione dell’Amleto che viene messa in scena in un teatro della West Bank dalla coraggiosa regista Mariam, amica di Haneen. Inizialmente esitante e distaccata, Sonia accetta di leggere le parti di Gertrude e Ofelia durante le prove, in attesa che Mariam trovi le attrici adatte per la produzione. Gradualmente, Sonia si lascia coinvolgere dalla compagnia e dallo spettacolo e si ritrova completamente immersa nelle complesse dinamiche sociali e politiche di chi prova a fare cultura in Palestina.  

Ci sono le ONG europee, che vogliono finanziare lo spettacolo, a patto di farlo andare in tour in Europa e di ottenere adeguati riconoscimenti; c’è la polizia israeliana che irrompe durante le prove, ferma gli attori per interrogarli, ritardando così il lavoro della produzione; ci sono interruzioni di corrente che bloccano le prove; c’è la tensione tra israeliani e palestinesi e la loro attesa e curiosità nei confronti dello spettacolo, data soprattutto dalla presenza di Wael, popstar palestinese apprezzata anche dagli israeliani, che interpreta il ruolo del principe di Danimarca.

Le prove dello spettacolo e la messinscena in sé offrono a Sonia la possibilità di interrogarsi e riflettere sulla situazione israelo-palestinese e sul modo in cui lei stessa ne è coinvolta attraverso la storia e i membri della famiglia di cui è parte. La tragedia di Amleto e la cultura occidentale di cui fa parte si fondono e si intersecano con la cultura palestinese e le sue esigenze. La compagnia riunita attorno allo spettacolo è composta da persone che riflettono posizioni a volte anche contrastanti su cosa significhi fare teatro e cultura in Palestina e su cosa, soprattutto, possano fare il teatro e la cultura per la Palestina.

FARIS Sì. Lavoriamo con i bambini nei campi, montiamo spettacoli, facciamo attività extrascolastiche. È importante staccarli dai computer, che parlino tra di loro. Ed è una buona terapia.
[…]
AMIN Cosa c’è?
IBRAHIM Niente niente. È solo che l’arte come terapia…
FARIS Non intendo terapia nel senso che vieni in teatro con un problema che hai a casa e noi lo mettiamo in scena. Anche se a volte lo facciamo, è ottimo per improvvisare. Intendo in generale, ti fa sentire bene. È per questo che lo facciamo tutti. Anche noi. Non sei d’accordo? Ci fa sentire bene.
IBRAHIM Non credo nel teatro come terapia.
FARIS In cosa credi, allora? Nel teatro come lotta per la libertà? (Risate) Come il nostro amico morto ammazzato? Il soldato donnaiolo che combatteva per la libertà?
[…]
Entrano MAJED e MARIAM.
GEORGE Eccolo.
MAJED Al checkpoint c’era traffico.
GEORGE Dicono tutti così.

Le discussioni sul ruolo dell’arte in quello che di fatto è un territorio di guerra a tensione variabile si intrecciano senza soluzione di continuità a scambi quasi annoiati che rivelano come situazioni per noi impensabili – come un checkpoint –, siano ormai parte integrante della realtà palestinese, al punto da diventare abituali scuse per un ritardo al lavoro.

Da anni, Sonia aveva completamente perso il contatto con la realtà delle dinamiche sociali della sua terra d’origine e da quelle familiari. Il suo avvicinarsi alla produzione di Amleto e alle conseguenze che questa produzione comporta, la rende improvvisamente coinvolta in prima persona, a mano a mano che lo spettacolo prende forma. Così, il suo passato in Palestina riaffiora. Fantasmi, proprio come in Amleto, riemergono dalla sua infanzia, ricordandole il dolore del suo popolo e della sua famiglia.

In una delle scene più toccanti del romanzo, Sonia decide di andare a vedere la casa dei nonni, ora venduta a una famiglia ebrea. In seguito, ancora turbata dall’incontro con il nuovo proprietario, racconta l’accaduto a un altro attore della produzione, che commenta: «Gli hai fatto paura. Per lui sei come un fantasma […] Li ossessioniamo. Ci vogliono ammazzare, ma noi non moriremo. Neanche adesso che abbiamo perso quasi tutto». E così il fantasma dell’Amleto diventa Sonia, che riappare davanti alla casa dei nonni dopo anni vissuti all’estero. Ma non solo: è un fantasma Rashid, il ragazzo in sciopero della fame che Sonia e Haneen visitano da bambine, il cui corpo avvizzito e morente torna a perseguitare la mente di Sonia, una volta tornata ad Haifa. È uno spettro della vita potenziale il regista amante, che Sonia ha lasciato a Londra e che continua a mandarle messaggi e email per mantenere vivo il legame. Sono spettri i bambini che Sonia avrebbe potuto avere, la sua (mancata) maternità e il confronto con Gertrude, la madre di Amleto, che Sonia si ritrova a interpretare.

Più le prove continuano, più realtà e messinscena cominciano a confondersi. Hammad, alla sua seconda opera dopo il debutto con il romanzo storico Il parigino (Einaudi 2021, trad. Giulia Boringhieri), mischia sapientemente la prosa e le convenzioni del teatro con la prosa e le convenzioni del romanzo. Si comincia con l’elenco del cast dello spettacolo di Mariam, ogni attore e attrice elencata con il suo nome proprio e descritta come nei consueti dramatis personae che si trovano all’inizio dei testi teatrali. E si continua non solo attraverso gli occhi di Sonia, grazie ai quali il lettore vede le strade diventare un palcoscenico durante le proteste; ma anche attraverso la pagina stessa che si fa testo teatrale quando i personaggi del romanzo parlano tra di loro, e torna romanzo quando i personaggi recitano le battute di Amleto. Così, Hammad rende davvero omaggio a William Shakespeare per il quale “Tutto il mondo è un palcoscenico.” E riesce anche a dare all’andamento del romanzo un ritmo sincopato, con descrizioni incalzanti e tante pagine di dialogo.

Gli spazi vuoti sulla pagina, dettati dagli a capo delle battute, dei dialoghi tra i personaggi, lasciano al lettore lo spazio per respirare e assorbire l’impresa di portare l’Amleto nella West Bank, ma anche di riflettere su come la propria conoscenza e la propria posizione su ciò che accade in quella parte di mondo mutano e si evolvono come si evolvono quelle di Sonia, sempre più coinvolta e decisa a portare a termine lo spettacolo.

Entra il fantasma è una lettura necessaria e imprescindibile per avvicinarsi e allo stesso tempo mantenere la giusta distanza dalle dinamiche del conflitto israelo-palestinese. Hammad ha più volte commentato la situazione a Gaza, esponendosi pubblicamente e dialogando con la scrittrice Sally Rooney in un intenso e significativo scambio di email pubblicato sul quotidiano britannico, The Guardian, nel dicembre 2023. Nonostante le vicende narrate si svolgano nel 2017, e nonostante il romanzo sia stato pubblicato per la prima volta nel 2023, è impossibile non avvertire, durante la lettura, i fantasmi del futuro che stiamo vivendo. Il genocidio del popolo palestinese lasciato senza cibo e aiuti umanitari appare nelle descrizioni dell’incontro che Sonia e Haneen hanno da bambine con Rashid, il ragazzo in sciopero della fame, simbolo della resistenza dell’intifada. Le proteste a cui Sonia decide di partecipare a Ramallah anticipano le manifestazioni e gli scontri ai quali abbiamo assistito nell’ultimo mese in tutto il mondo. Ma Entra il fantasma è anche e soprattutto un inno al potere della letteratura e del teatro, alla forza delle parole e alla resistenza (e alla paura) che la cultura è ancora in grado di fare all’oppressione.


Isabella Hammad, Entra il fantasma, trad. Maurizia Balmelli, Venezia, Marsilio, 2025, 416 pp., € 21.


 

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Tags: conflitto israelo-palestineseletteratura contemporaneamarsiliomigrazionePalestinaromanzo
Simona Adinolfi

Simona Adinolfi

Di lavoro, studio come si raccontano le storie, nel tempo libero le leggo.

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