Si conclude la rassegna di recensioni del progetto di collaborazione fra la rivista “La Balena Bianca” e il Master in Editoria promosso dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e dall’Università degli Studi di Milano nel contesto della quinta edizione del Premio POP – Opera Prima, coordinato da Andrea Tarabbia. A coronare mesi di discussione e lavoro in classe intorno ai libri in lizza per il premio, gli studenti del Master si sono cimentati nel recensire a gruppi i titoli giunti nella cinquina finale.


Questa recensione è stata scritta dagli studenti Barbara Pauletti, Dacia Cuffaro, Eleonora Adorni, Francesca Santoro, Simone Giorgi


L’esordio letterario di Andrea Donaera è un viaggio nelle profondità più oscure dell’animo umano. Uno di quei casi in cui l’autore avverte con chiarezza la necessità di un tema e lo affronta con coraggio e originalità.

Nonostante la cornice narrativa della criminalità organizzata, è giusto dire che non ci troviamo davanti a un remake di Gomorra.

Il romanzo si apre con un incipit ben riuscito e di grande impatto, che rende evidente sin da subito lo stile di scrittura di Donaera e catapulta il lettore nella mente dei personaggi.

La storia comincia in medias res, durante il funerale di Michele Trevi. Il ragazzo si è suicidato gettandosi dalla finestra della sua stanza e il padre Mimì, boss di un clan della Sacra corona unita, non riesce ad accettare la sua morte. Per questo motivo, chiede a due dei suoi uomini di indagare sull’accaduto, interrogando le compagne di Michele e scoprendo così la sua cotta per «la bella» Nicole. Suo figlio si era dichiarato alla ragazza il giorno prima, ma era stato rifiutato e forse proprio questo lo ha portato a un gesto così estremo. Nicole viene rapita e condotta in un casolare di campagna dove è rinchiuso anche Veli, reo di essersi innamorato di Arianna, la figlia di Mimì.

Tra i due prigionieri nasce un rapporto altalenante, fatto di attrazione e repulsione allo stesso tempo, che li mantiene in vita.

Io sono la bestia è un romanzo corale in cui le voci dei protagonisti si alternano nei vari capitoli, scandendo il repentino susseguirsi degli avvenimenti. Donaera decide di affidare la terza persona alla diade Mimì-Arianna – padre e figlia – mentre utilizza la prima persona nei capitoli dedicati alla coppia, in un certo senso speculare, di Veli e Nicole – carceriere e carcerata – quasi potessimo avere accesso alla loro sfera più intima e personale. Ad aprire la narrazione è Mimì, nel quale la scomparsa del figlio provoca un’ascesa di cieca violenza. Con lui la narrazione procede in modo vorticoso, in un’escalation di follia destinata a distruggere tutto ciò che lo circonda.

Altrettanto intenso e perturbante è il suo rapporto con i figli Michele e Arianna. Mimì, in qualità non solo di padre di famiglia ma di capo-cosca, ha il dovere di stabilire una gerarchia di potere, mantenere un’autorità precisa e nitida e segnare il percorso del loro cammino futuro.

Come suo padre prima di lui, Mimì perpetra con violenza un rapporto di sottomissione su Michele. Dopo il suicidio, Mimì sarà pervaso dai sensi di colpa che segneranno il punto di rottura e daranno il via alla follia omicida.

Arianna è invece la figlia non amata, resa invisibile agli occhi dei genitori dalla morte del fratello, specialmente a quelli di Mimì «che da quando Michele è morto lui sente che ha un figlio solo». Se Michele ha scelto di scappare dalla figura paterna attraverso un gesto estremo, lei è rimasta a fare i conti con un’eredità malsana e con l’arduo compito di scegliere se recidere le proprie radici o perpetuare il destino e il potere della propria famiglia. Simbolo di emancipazione femminile, vive l’amore con Veli come atto di ribellione nei confronti di un padre autoritario che la vede già impegnata con uno dei suoi scagnozzi, e che l’ha sempre relegata a un ruolo di subalternità rispetto agli uomini di famiglia.

Veli e Nicole dimostrano, invece, come anche in una situazione liminale, contingente ed estrema possa nascere una relazione che fatichiamo a definire: convenienza o amore? Il viaggio all’interno dei sentimenti bestiali dell’essere umano, portati alla loro massima polarizzazione nella figura di Mimì, non appare mai scontato.

I personaggi risultano realistici e credibili al lettore perché mai polarizzati, ricchi di contraddizioni com’è nella natura umana. Per questo i rapporti con cui si relazionano l’uno con l’altro risultano complessi, profondi, e spesso devastanti. Mimì con la sua gobba è bestia sia dentro che fuori, ma tutti i personaggi hanno delle ombre e nel corso della narrazione viene alla luce il profilo più istintuale e animalesco di ciascuno.

«Lì ho capito – davvero – la bestia: in quella carezza. E non posso non pensare, con orrore e terrore, a tutte le carezze che hai ricevuto da lui. Con orrore, con terrore: come se la sua bestia fosse un germe capace di trasferirsi, di infettare anche te».

All’interno del romanzo, ci sono due archi narrativi che si incontrano e scontrano: da un lato Mimì e il suo senso di colpa per il suicidio di Michele e di conseguenza la caccia a Nicole fino alla conflagrazione finale; dall’altro la relazione tra Arianna e Veli e il percorso di involuzione verso la bestialità e al contempo di maturazione di quest’ultimo. Il primo arco viene risolto: alla fine sappiamo cosa è successo a Michele, capiamo il rapporto padre-figlio, assistiamo impotenti al reiterarsi della violenza di generazione in generazione. Mentre il rapporto tra Veli e Arianna rimane quello che Cercas definirebbe un “punto cieco”: fino a che punto erano innamorati e fino a che punto la loro era una sfida ai genitori? Anche il finale si muove sulla linea sottile della chiusura e dell’apertura: da un lato le vicende sono concluse, dall’altro non si sa cosa ne sarà di Veli e cosa farà Arianna. Infine, la domanda sottesa a tutto il romanzo non ha una risposta univoca: chi è la bestia?

Il libro di Donaera rappresenta un esordio interessante anche per le scelte linguistiche e stilistiche dell’autore. La sua lingua d’origine, il dialetto pugliese, permette di entrare nelle menti dei personaggi del romanzo e restituisce la dimensione dell’oralità. Donaera fa un uso delle espressioni dialettali e delle ripetizioni estremo, quasi “barocco”, che può a tratti esasperare il lettore, ma che è funzionale all’interno del racconto e trasmette in pieno gli elementi di ossessione e dolore che pervadono la storia. 

La divisione della storia in “puntate” e la definizione di personaggi iconici Mimì-la bestia, Veli-il-guardiano, Nicole-la-bella, rende la lettura coinvolgente, quasi si trattasse di una serie televisiva. In realtà, come dichiarato dall’autore nei ringraziamenti, il romanzo è nato inizialmente come testo teatrale, ed è in Eduardo De Filippo che Donaera afferma di aver trovato la sua più grande ispirazione per la scrittura del romanzo. Lo scrittore napoletano è stato infatti in grado di sondare come pochi altri i drammi che si generano all’interno dei nuclei famigliari. In generale lo stile è ricco, risente sicuramente dell’esperienza poetica dell’autore e non disdegna la contaminazione con la musica.

Donaera sembra dunque essersi trovato una casa editrice su misura: il richiamo alla serialità televisiva e l’approccio giovanile rientrano pienamente nel progetto editoriale di NN edizioni, casa editrice che ha improntato le sue scelte sulla qualità letteraria e su una grafica ben definita e riconoscibile. Il catalogo NN è infatti navigabile quasi fosse una piattaforma di streaming, orientandosi non tra collane, ma tra serie e stagioni, raggruppate per temi e anni. Io sono la bestia è collocato ne “Gli Innocenti”, serie che accoglie autori esordienti degni di nota come Roberto Camurri, Alessio Forgione e Serena Patrignanelli.

All’interno del panorama letterario contemporaneo, Io sono la bestia occupa un posto ibrido. La mafia della Sacra corona unita funge solamente da cornice in grado di inquadrare i personaggi e per questo ricorda Io non ho paura di Niccolò Ammaniti. Al tempo stesso l’esordio di Andrea Donaera può rientrare nel genere noir dalle tinte psicologiche avvicinandosi in piccola parte a La ferocia di Nicola Lagioia, un altro romanzo segnato dalla mafia, dalla morte e dalle tensioni familiari.

Questo libro non è solo un romanzo, è un’esperienza immersiva in grado di portare la storia al di fuori delle pagine. Ogni parte, infatti, è preceduta da una poesia di Michele, e nel testo è presente un codice QR che permette di scaricare il Quaderno d’addio con le 20 poesie scritte da Michele per Nicole. Questo elemento intermediale ricorda gli esordi di Andrea Donaera come poeta, ma soprattutto fa parte di un progetto più ampio che mira a creare un oggetto-libro prezioso, come esempio riuscito di un rapporto autentico tra forma e contenuto.

L’impaginazione è elegante e distensiva (quasi a voler concedere respiro al lettore frastornato dal succedersi di parole ed eventi); l’immagine di copertina e i colori relativi sono scelti con cura e richiamano l’oscurità del romanzo; e il lettore, che giunto all’ultima pagina prova un senso di straniamento – dovuto a una storia potente che arriva come un pugno allo stomaco -, ha l’opportunità di dare ulteriore concretezza a quel dolore leggendo le poesie di Michele.

D’altronde, siamo da sempre irrimediabilmente attratti dall’oscurità, eppure dalla stessa rifuggiamo inorriditi, ed è crogiolandoci nel dolore altrui che possiamo catarticamente vivere la bestia.


Andrea Donaera, Io sono la bestia, NN editore, Milano 2019, 240 pp. 16 €.


Di seguito le recensioni delle altre opere prime in lizza per il Premio POP pubblicate dalla Balena Bianca: