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#PremioBg20 – Due parole con Ferruccio Parazzoli

Giacomo RaccisdiGiacomo Raccis
24 Settembre 2020
in Letterature, Premio Bergamo
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#PremioBg20 – Due parole con Ferruccio Parazzoli

Cominciamo oggi una serie di interviste ai finalisti del Premio Narrativa Bergamo 2020, che quest’anno si svolge interamente online. Ferruccio Parazzoli sarà il primo autore a presentare il suo romanzo, Il Grande Peccatore (Bompiani 2019) al pubblico del Premio: oggi, alle 18, in diretta Instagram con il profilo del Premio Bergamo. L’abbiamo raggiunto via mail e gli abbiamo rivolto qualche domanda per entrare nel cuore della sua scrittura e delle scelte che l’hanno portato a questo libro.


Quando si decide di assumere una figura importante e complessa come quella di Fëdor Dostoevskij per farne un personaggio romanzesco si accetta anche di immergersi nella “leggenda dell’artista” in cui fatti documentati si mescolano a invenzioni, autocostruzioni, piccole mitologie. Quale lavoro ha comportato vivisezionare questo autore per trasformarlo in oggetto di racconto? Quali compromessi o quali scelte ha dovuto affrontare?

La presenza di Dostoevskij mi accompagna fin dalla giovinezza. I suoi romanzi, appunti, diari, non sono più per me delle parole stampate sulla carta, ma sono la sua stessa voce. Su Fëdor Dostoevskij sono state pubblicate molte biografie, molte opere critiche sulla sua opera di scrittore, materiale senz’altro utile e che ben conosco, ma quello cui non potevo più rinunciare, a mia volta giunto all’estremo tempo della mia opera di scrittore, era vivere con lui una stagione della mia e della sua vita. Da questa convivenza è nato Il Grande Peccatore. Sulla base di una documentazione capillare, nasce qualcosa di nuovo, l’Ombra rientra nel corpo con il suo genio, con i suoi ‘peccati’.

Dostoevskij è il protagonista di Il grande peccatore, ma non ne è il narratore. Il racconto è affidato a Vrazumichin, un personaggio preso di peso da un romanzo e trasformato in voce narrante che si vorrebbe “autorevole” depositaria della verità sullo scrittore (la cosiddetta «antibiografia»). Questa scelta però comporta delle conseguenze sulla struttura del romanzo, prima fra tutte la necessità di ridurre fortemente la porzione di vita di Dostoevskij che viene raccontata perché conosciuta direttamente. Rimangono fuori l’apprendistato letterario, la prigionia e tanti altri momenti significativi, di volta in volta solo allusi o ricostruiti sommariamente. Raccontare tutto sarebbe stato troppo?

È stata una scelta. Fare rivivere a Dostoevskij attraverso un mio alter ego, Vrazumichin, quel periodo tumultuoso che va dagli anni appena precedenti all’arresto, fino alla stesura di Memorie dal sottosuolo. Con quel libro, Dostoevskij chiude il periodo tumultuoso della sua esistenza, quello dei ‘Grandi Peccati’, degli amori esasperati. Scriverà Il giocatore, presa di coscienza del suo maggiore vizio, il gioco d’azzardo. È per la stesura di questo libro che incontra la futura moglie, la solida, la tranquilla Anna. Da quel momento Fëdor Michajlovič cambierà vita, diventerà padre di famiglia, scriverà I Demoni, lavorerà al suo libro totale, I Fratelli Karamazov di cui, in punto di morte, sogna la continuazione.

A un primo sguardo, un romanzo che impasta così esplicitamente la materia romanzesca di un autore e la sua biografia sembra porsi agli occhi del lettore come un raffinato divertissement letterario. D’altra parte, però, la natura dei temi toccati così come il dolore e il compiacimento profondi che comportano, per Dostoevskij, la trasposizione sulla pagina di quanto provato “dal vero”, sembrano suggerire che la “tesi” di questo romanzo (se è lecito usare questo termine) sia ben altra: la letteratura non è uno gioco, né un semplice viaggio dell’immaginazione, bensì una pratica sofferta, che va al di là della pragmatica distinzione tra realtà e finzione perché espone l’individuo allo specchio della sua abiezione e alla rivelazione delle profonde leggi dell’umanità. Qual è l’intento profondo di questo libro?

Non ha una tesi. Pone una questione esistenziale. offrendo un esempio all’estremo limite, come è, appunto, Dostoevskij. Ognuno di noi è generalmente portato a vivere in superficie, seguendo giorno dopo giorno una linea di vita orizzontale, evitando quanto possa essere di disturbo: persino il pensiero ci fa paura. Cerchiamo di ignorare che la nostra linea orizzontale è attraversata da una linea verticale dove si aprono altre dimensioni oltre il quotidiano: la dimensione verso l’alto. La ricerca del bene, della giustizia, della pietà, dell’amore, e quella verso il basso; l’abisso che si apre sotto ciascuno di noi, affrontato con la volontà e il coraggio di prendere coscienza dell’esistenza del male, del vizio, del ‘peccato’, renderci consapevoli che questa dimensione oscura è anche dentro ciascuno di noi.

Infine, un’ultima domanda, più leggera, che rivolgiamo sempre ai finalisti del Premio: qual è la qualità o il carattere che possono far vincere questo libro?

Uscire dall’apatia, dalla passività di fronte a una cronaca che ci opprime, ripetitiva, debilitante; abbandonare il nostro piccolo mondo fatto di cicalecci, di un linguaggio sempre più approssimativo, e scoprire che la vita non è il Gioco dell’Oca, ma un meraviglioso rischio da correre ogni giorno. Il grande peccatore è un’apologia del rischio.

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Tags: Ferruccio ParazzoliintervistaPremio Narrativa BergamoPremioBg20romanzo
Giacomo Raccis

Giacomo Raccis

Insegna lettere in un istituto tecnico di Milano. Ha svolto ricerca all'Università di Bergamo. Ha pubblicato "Una nuova sintassi per il mondo" (Quodlibet 2018) e "La trama" (Carocci 2018). Tra i fondatori della Balena Bianca.

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