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Il dio riparatore – Su “Terrapiena” di Carola Susani

Alessandro MantovanidiAlessandro Mantovani
9 Marzo 2020
in Letterature
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Il dio riparatore – Su “Terrapiena” di Carola Susani

Nel proemio delle Baccanti di Euripide il dio Dioniso fa il suo ingresso in scena, giungendo alla città di Tebe travestito da straniero. Poco più avanti è Penteo, il sovrano della polis, a descrivere l’aspetto del dio, un giovane dai riccioli biondi e profumati, vermiglio in viso. Dioniso viene a Tebe per diffondere il proprio culto, fatto di irrefrenabili pulsioni vitali, canti e danze, una religione orgiastica e misterica carica di pericolosa energia.
Proprio come accade in questa tragedia, nel nuovo romanzo breve di Carola Susani, Terrapiena, ai margini di una baraccopoli edificata a seguito di un terremoto nella Sicilia orientale – anni ’70 circa – fa la sua comparsa un giovane dai riccioli biondi e da uno strano colorito della pelle che la gente del luogo chiama Italo Orlando, sulla scia di una «specie di leggenda» la quale «narrava del figlio di un avvocato Orlando […], che era impazzito e aveva cominciato a girare per la Sicilia a piedi scalzi portando fortuna a chi se lo prendeva in casa».

A narrare l’arrivo di Italo è Ciccio, un giovane preadolescente diviso fra una madre che ha occhi solo per la sorella («mia sorella era il suo piccolo dio e io soffrivo di una gelosia disperata e inconfessabile») e un padre mai conosciuto, sostituito dallo Zio, esponente minore della mafia locale. Ciccio è un ragazzino solitario, selvatico, irrequieto e ribelle, un “ragazzo di vita” in fuga da una realtà fatta di povertà e violenze, turbato dal proprio corpo in evoluzione («il corpo non si bastava più, sentiva il bisogno di qualche cosa che non era cibo») e privo di ogni coordinata («se avessi avuto una pecora o un cane sarei corso dietro alla pecora e al cane; per come ero fatto, tutta la vita dovevo correre dietro a qualcuno, ma poiché non avevo né pecora né cane, la pecora e il cane ero io»).
La sua confusione prende forma proprio nel racconto che dà dei fatti. Ciccio è costantemente incapace di interpretare quanto gli accade intorno: le sue osservazioni, sebbene sempre accurate, sono spesso antitetiche tra loro (prima «il tepore delle ciabatte di Marco mi fece un po’ schifo e un po’ piacere» e poi «Odiavo le ciabatte di Marco, la stoffa leggera dei pantaloni che non mi proteggeva, e i piedi»). Eppure, questo modo bifronte della narrazione apre squarci inattesi nei quadri della storia, scomponendo e riassemblando oggetti e persone, dando modo di penetrare nelle contraddizioni che ne regolano le esistenze. Esempio per eccellenza è la madre, da un lato colma di quel misticismo sacrale che solo i genitori possono suscitare nei figli («Mia madre parlò, lo faceva così raramente che quando capitava risultava ieratica»), dall’altro descritta come una persona arida ed egoista:

«Mia madre era una donna senza chiaroscuri, senza spirito, senza ombre, su di lei la superstizione, ma anche la religione, non attecchivano. Le interessava solo soddisfare i suoi bisogni e per quelli avrebbe trasgredito ogni legge».

Nella sua esistenza sbandata Ciccio trova una seconda casa in una comune di anarchici, comunisti e hippie che risiede all’interno della baraccopoli; sarà proprio questo gruppo a incontrare Italo Orlando – non giunto di sua spontanea volontà, ma ritrovato semi-annegato alla foce di un fiume come un novello Odisseo – e ad accoglierlo tra le proprie schiere.
La relazione omosessuale che Italo intraprende con Saverio – il figlio ribelle dello Zio – e i vagabondaggi di Ciccio si affiancano quindi al coro di personaggi secondari che animano la comune: una galleria di ragazzini scorrazzanti tra cui Dora, primo oggetto del perturbato desiderio di Ciccio, e poi Mommo, un “gigante buono” («era un trasgressore buono, il conforto dei bambini, il sostegno delle madri, a quel ruolo sarebbe stato poi, nel corso della vita, sempre fedele») e gli altri adulti. Con loro compare il mondo politico degli anni ’70 fatto di cortei, assemblee, picchetti, manifesti e rivendicazioni di diritti che facciano giustizia e ricostruzione. Così, mentre Ciccio tenta di sopravvivere a se stesso, Italo diventa invece il motore silenzioso degli eventi pur rimanendone apparentemente ai margini; appare a intermittenze, ora irrompe sulla scena per poi svanire rapidamente, ora viene scorto sotto un lampione a toccarsi con Saverio, ora lo si incontra alla comune intento a disegnare. Proprio come un dio, Italo non è mai presente, ma appare. Inoltre non parla quasi mai, ma ride sguaiatamente, spesso fuori luogo, dimostra un’elasticità fisica fuori dal normale e un senso di scarsa cura nei confronti degli altri; egli è la manifestazione di una forza ctonia e insondabile, ma allo stesso tempo indifferente al mondo che la circonda. Un’energia che accade e che pare influenzare la realtà circostante al punto di far volgere al meglio gli eventi per la comunità di oppressi che lo ha accolto:

«“Metti” mi diceva [Mommo ndr] “i braccianti discutono un contratto? C’è Italo? Il proprietario cancella il cottimo; i muratori e i carpentieri riescono a strappare accordi d’oro? Stai certo che Italo li aspetta fuori. E vedrai adesso: c’è da ottenere acqua, case, strade, boschi. Se Italo sale con la delegazione, vedrai come firma il sindaco.»

Tuttavia, come insegna la mitologia antica, non c’è forza simile a quella di Italo che possa essere solo benefica e così, una volta misteriosamente sparito, egli porterà con sé la buona sorte di cui era latore innescando ancora una volta una serie di eventi che precipiteranno verso la catastrofe. I tempi infatti non saranno più maturi per le lotte politiche e la consapevolezza di una causa persa si diffonderà disgregando la comunità politica e sociale. Sarà proprio il tramonto di questa stagione a rafforzare poi la mafia che, da sempre in attesa e in contrasto con la comunità anarco-comunista, stenderà le sue ombre sanguinolente sul futuro della baraccopoli, rappresentata dalle oscure figure dello Zio, irriducibile violento, e di un misterioso parente tanto potente da cambiare le sorti di chi gli cade in grazia.

In un quadro a cavallo tra il Pasolini delle Borgate e il Pratolini de Il quartiere, e attraverso una scrittura tesa all’evocazione sensoriale del tatto e della fisicità continuamente evidenziata dalle osservazioni di Ciccio («Mi prende una nostalgia così forte della pelle che mi vorrei guardare in qualche posto, petto, caviglie, ma è di nuovo buio»; oppure «si infilò fra i piedi e le ciabatte una polvere sottile, piacevole» o ancora «L’urina calda mi ricadde sulle cosce e mi confortò» ecc) Terrapiena racconta in una narrazione a mosaico, frammentata e temporalmente scomposta, una favola nera sulla breve stagione della giovinezza e sulle sue speranze, infrante dal potere viperino e gramo che cova sempre nei cuori degli uomini e che nulla, se non l’intervento di un dio, può tentare di arginare per restituire un’esistenza dignitosa agli oppressi.

«Allora non pensai a come sarebbe potuto crescere in bellezza il mondo se quella fortuna fosse stata duratura. Pensai forse: riuscirò ad acchiapparne qualche briciola, qualcosa da spendere per me? Anche adesso, non penso a come sarebbe potuta crescere una società più giusta, penso a quello che saremmo potuti diventare, Saverio e io, se la fortuna avesse continuato a viaggiare senza scosse».


Carola Susani, Terrapiena
Minimum fax 2020, 123 pp, 15€

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Tags: Carola SusaniItalo OrlandoSiciliaterremoto
Alessandro Mantovani

Alessandro Mantovani

Alessandro Mantovani (Genova, 1991) si laurea all'Università di Bologna su studi di permanenza del classico nella poesia contemporanea. Là ha collaborato con la sezione cittadina di Repubblica e col Centro di Poesia contemporanea dell'Università. Ha frequentato a Roma la prima edizione della Scuola di scrittura per riviste culturali de Il Tascabile da cui è nata la rivista Nido Magazine. Attualmente è nella redazione de La Balena Bianca, per la quale cura annualmente Giri di Chiglia, una rassegna di incontri di poesia. Collabora con Il Foglio e svariate testate online.

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