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La Mitteleuropa incompiuta di un esordiente: su I Lázár di Nelio Biedermann

Matteo ZenonidiMatteo Zenoni
23 Ottobre 2026
in Letterature
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La Mitteleuropa incompiuta di un esordiente: su I Lázár di Nelio Biedermann

Sua madre […] scappava continuamente nel bosco che circondava il castello. Il bosco, che l’attirava come il mare fa con la luna. Il bosco, un mare anch’esso. Il bosco, che aveva inghiottito suo padre in una battuta di caccia (p. 19).

Se dovessi indicare il protagonista indiscusso dei Lázár, credo che non sceglierei né Lajos von Lázár, il neonato di vetro che apre il romanzo, né il padre fedifrago Sándor, né il figlio notturno Pista e neppure tutta la serie di personaggi, più o meno riusciti, che Nelio Biedermann squaderna davanti al lettore nelle trecento pagine che compongono l’opera; il vero protagonista è, a mio avviso, il castello dei baroni von Lázár, immerso in un bosco i cui connotati realistici sfumano nell’onirico e nel gotico.

Si prenda ad esempio il personaggio dello zio folle Imre: rinchiuso in un’ala isolata del castello, per lui la vegetazione circostante si abita di presenze immaginarie, in un’atmosfera da incubo, come quella descritta nel capitolo 3:

Imre divorò i Notturni. La prima volta quella notte stessa, destinata a gravare in modo così significativo sul corso della sua vita, come un macigno ricoperto di licheni che devia il flusso del tempo in una direzione nuova. Tentò di allontanare l’immagine del cacciatore, chiuse le tende e si mise a letto con i vestiti addosso. Era così buio che non riusciva a intravedere il proprio corpo; dubitò persino della sua esistenza (p. 21).

Il castello nel bosco assume quindi una duplice funzione: da un lato è un luogo in cui proteggersi dalle tragedie della Storia, ma dall’altro lato questo isolamento lo fa diventare unheimlich, perché la natura descritta nei Lázár non è mai amena, ma diventa proiezione delle angosce, dei turbamenti e dei malesseri dei componenti di questa nobile famiglia ungherese. La realtà sfuma quindi nel sogno (indicativo è il fatto che un capitolo si intitoli Sogni) o, meglio, nell’incubo, attingendo a un repertorio da romanzo gotico.

Ma andiamo con ordine. L’opera, iniziata, su ammissione dell’autore, all’età di soli 16 anni, ha un intento ambizioso: seguire le vicende di una famiglia di baroni ungheresi dal 6 gennaio del 1900, data di nascita di Lajos von Lázár, fino al 1957, con l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica, l’esproprio dei beni dei Lázár e la fuga verso la libertà in Svizzera, pronta ad accogliere questi nobili che proseguiranno qui la dinastia che avrà tra i discendenti Biedermann stesso.

Definito, da molti, un romanzo storico, nei Lázár il registro realistico, prevalente, si mescola però con quello onirico; è il castello a tenere legati i due filoni perché, se da una parte la sua presenza ingombrante e geograficamente definita (in bassa Ungheria) lo àncora alla Storia, dall’altra immerge i personaggi in un’atmosfera sognante, in cui la saga familiare si mescola a pagine debitrici del Romanticismo nero dei Notturni di Hoffmann, citato nelle prime pagine da Biedermann, non a caso studente di Germanistica all’Università di Zurigo.

È il castello, inoltre, a fornire il collante narrativo dei primi cinque capitoli, intitolati Il bambino di vetro, Fantasmi, Sogni, Ombre e Voci, con quest’ultimo capace di legare in modo efficace la storia dei Lázáral dramma della Shoah. Tra i vertici del romanzo c’è sicuramente la descrizione della deportazione della popolazione ebrea ungherese verso Auschwitz, organizzata da Lajos von Lázár stesso:

Apriva il corteo un uomo di mezza età che indossava un cappello elegante e una giacca marrone, e aveva una piccola valigia di cartone. All’altro braccio gli pendeva un pesante cappotto. La stella gialla doveva essere cucita su quest’ultimo, perché non campeggiava sulla giacca. Lajos ne fissava il volto, sperando che incrociasse i suoi occhi e capisse che lui non era come gli altri, che lui non li disprezzava e non avrebbe mai voluto che tutto ciò accadesse (p. 177).

A partire dal capitolo Fratello e sorella, però, il romanzo si trascina stancamente fino alla conclusione e l’impressione finale, per utilizzare le parole di Fenoglio, è che a Biedermann manchi ancora il «fondo da romanziere». Alla tensione delle prime duecento pagine, ricche di eventi narrativi con incastonate splendide descrizioni della natura intorno al castello, seguono settanta pagine finali in cui il ritmo cala e l’intreccio tra le vicende storiche del dopoguerra in Ungheria e le passioni amorose di Eva e Pista risulta malriuscito, con la Storia a schiacciare questa volta, dal punto di vista narrativo, le storie dei Lázársuperstiti.

L’insistenza morbosa sulle scene di sesso, che Biedermann descrive senza reticenze, è poi il punctum dolens dei Lázár: se lo stupro subìto dalle donne nella dimora dei Fekete è legittimato, a mio avviso, dall’intento di equiparare le violenze dei russi a quelle naziste, molte scene di sesso risultano eccessivamente dettagliate e, soprattutto, poco funzionali allo sviluppo della trama. Nei Lázár è come se le pulsioni sessuali erompessero, all’improvviso, senza possibilità di essere arginate e si configurassero come l’unico scopo di intere vite, il balsamo capace di lenire le ferite della Storia.

Queste scene tendono, poi, a parcellizzare ancora di più l’opera, che vive di scatti nervosi, di personaggi dotati di grande potenziale, ma descritti, abbandonati e infine ripresi senza apparenti motivazioni narrative. È il caso del già citato zio Imre, spedito in un sanatorio sulle Alpi svizzere e che, al ritorno «nel fitto degli alberi vedeva i personaggi di Hoffmann» (p. 25). Citato nelle prime pagine come l’abitante di un’ala isolata del castello, tenuto nascosto durante i ritratti di famiglia, riapparirà solo nel capitolo finale, durante la visita di due funzionari russi, che lo invieranno in una clinica psichiatrica.

Nella copertina dell’edizione italiana dei Lázár si legge Splendore e declino di una grande famiglia sulle rive del Danubio: i lettori più avveduti noteranno il rimando diretto ai Buddenbrook. Decadenza di una famiglia di Thomas Mann, a cui l’opera e il giovane scrittore svizzero sono stati precocemente accostati. Si tratta di un paragone, però, azzardato: a Biedermann manca (ancora) la capacità di intrecciare la storia dei Lázár con quella tragica dell’Europa dei primi cinquant’anni del Novecento. La narrazione a scatti necessita di concentrazione da parte del lettore, che rischia di perdersi nel pullulare di nomi affastellati nelle prime pagine, mentre il finale risulta poco memorabile, specie se confrontato con l’inizio, con il parto mostruoso di Lajos von Lázár, che crea parecchie aspettative.

Osannato dalla critica anglosassone, definito da Marcel Theroux su «The Guardian», «coinvolgente e vivido, capace di creare un’atmosfera intrigante fatta di segreti, repressione e sessualità furtiva e vigorosa», I Lázár è stato il vero e proprio caso letterario dell’autunno. Approdato in Italia grazie all’editore Guanda con la pregevole traduzione di Leonella Basiglini, capace di rendere lo stile barocco dello scrittore svizzero, il romanzo va giudicato, a mio avviso, non per le aspettative che una massiccia campagna di stampa ha generato, ma per quello che è: un page-turner che regge anche più letture e che trasmette, lungo tutte le pagine, un senso angosciante di decadenza che non risulta, però, per nulla stucchevole. E come i personaggi del romanzo leggono Hoffmann, Proust, Kafka e Virginia Woolf, noi oggi leggiamo I Lázár, per cercare di distogliere, per qualche ora, la mente dalla percezione di un mondo che, come il loro, sembra andare verso la rovina.


Nelio Biedermann, I Lázár, trad. L. Basiglini, Guanda Editore, Milano 2026, 304 pp.19,00€.

Tags: BiedermannBuddenmbrookesordiLazarromanzoSagaStoriaUngheria
Matteo Zenoni

Matteo Zenoni

Matteo Zenoni (1983) è laureato in Filologia moderna con una tesi sugli echi tassiani in Parini, ma nel corso degli anni ha rivolto i suoi interessi al Novecento e, in particolare, a Svevo, Fenoglio e Montale. È insegnante di materie letterarie nei licei e attivo nella formazione dei docenti. La passione per la scrittura lo ha portato ad aprire nel 2020 un blog personale in cui condivide recensioni, esperienze didattiche e riflessioni sulla scuola.

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