Che la poesia sia un’arte dell’intelligenza, come la matematica o la storia, dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. E una poesia, come ogni scoperta, nasce quando l’intelligenza si spella e il suo autore  è riuscito un po’ meglio a mettere a fuoco il mondo, a inondarlo di nitore. Sembra dirci questo Jacopo Ramonda, classe 1982, autore di Una lunghissima rincorsa[1] e della silloge L’inappetenza (inclusa nel XIII Quaderno di Poesia Contemporanea Marcos y Marcos)[2], nelle sue prose taglienti, chiare come spigoli e solide come sogni.[3]

Di formazione eccentrica, nutrita di letture americane (“Raymond Carver, Russell Edson, Charles Simic, Mark Strand, Simon Armitage, Billy Collins e altri ancora”)[4] oltre alla poesia italiana recente (“Giampiero Neri, Tiziano Rossi, Umberto Fiori, Andrea Inglese, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Guido Mazzoni, Alessandra Carnaroli, Francesca Genti”)[5] tra cui gli autori che si sono ritrovati nel progetto Prosa in prosa (Andrea Inglese, non a caso, ha pubblicato a più riprese, fin dal 2011, alcuni testi di Ramonda su Nazione Indiana, ha prefato l’esordio e ora appare anche come dedicatario di una sezione), il nostro autore ha il buon gusto di essere inclassificabile, cioè di non assomigliare a nessun maestro e di praticare una scrittura feconda.

Le sue prose operano con precisione chirurgica lo smarrimento esistenziale in cui dei personaggi, divisi in “protagonisti” e “comparse”, vengono colti. Solitamente trenta-quarantenni, precari nella vita sentimentale o professionale, presi dalla periferia e un fondale di noia e solitudine, stretti tra tentativi di sopravvivenza e velleitari spiragli di redenzione. Tra la vita e la coscienza dei personaggi sembra innalzarsi un muro, poiché la vita viene “subita”[6] e la coscienza fatica a raccapezzarsi tra ricordi che “sembrano i ricordi di qualcun altro”.[7]

Ramonda trattiene la disperazione nella penna, mentre sulla pagina esibisce uno stile controllato. A voler scendere appena nei dettagli, si troverà una sintassi esemplarmente lineare, ben concatenata, mai ripetitiva, agile nel muoversi da periodi complessi a brevi sintagmi, continuamente incanalata da concessive, precisazioni temporali, avverbi che aggirano l’informe e generico per identificare i precisi contorni e contenuti di una situazione data. Nel periodo più lungo (se non erro) della silloge, dedicato a una coppia in crisi, si nota come l’architettura della frase sia alleggerita dal fulminare delle immagini:

Poco disposti a negoziare uno sconto della pena per i crimini di cui sono chiamati a rispondere, rispetto ai quali hanno più volte ribadito la loro innocenza, si vengono incontro a scatti, parlandone malvolentieri, maneggiando nervosamente qualunque piccolo oggetto venga attratto nel loro campo gravitazionale, tormentando cerniere, capelli, occhiali ed evitando, per quanto possibile, di incrociare i loro sguardi, che puntano fuori fuoco su dettagli periferici, come se fossero appigli a cui tentano di aggrapparsi per rallentare la caduta.[8]

Leggendo Ramonda, mi è sempre tornato alla memoria un appunto di Valéry: “Chi non porta il proprio pensiero alla massima precisione, resta tra le parole”.[9] Si può dire con una certa tranquillità che il nostro autore ci riesce, però – è il caso di aggiungere – non i suoi personaggi, che invece con le parole si imbrogliano, si feriscono, si fraintendono, accrescendo così il loro senso di incompletezza e lasciando al lettore l’agio di spiarli (parola, questa, di Ramonda, che in una prosa scrive: “e ti spio dalla mia immaginazione”)[10] come da dietro un vetro.

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Ci sono momenti in cui le riflessioni sulla poesia sembrano ripetere concetti già masticati ed ecco che un’immagine ha il potere di scatenare nuove energie. Immagini del genere si trovano laddove gli autori si esprimono in forma memorabile grazie a quella facilità che deriva dall’esperienza. Una di queste è di Brodskij, inserita all’inizio di un suo celebre saggio su Walcott, ampiamente diffuso da Adelphi:

Poiché le civiltà sono qualcosa di “finito”, nella vita di ognuna viene un momento in cui il centro non tiene più. Ciò che allora le salva dalla disintegrazione non è la forza delle legioni ma quella della lingua. Così fu per Roma e, prima, per la Grecia ellenica. Il compito di “tenere”, allora, ricade sugli uomini delle province, della periferia. Contrariamente a quanto si crede di solito, la periferia non è il luogo in cui finisce il mondo – è proprio il luogo in cui il mondo si decanta. È un fenomeno che riguarda la lingua non meno che l’occhio.[11]

In questo frammento Brodskij collega la periferia, la lingua e l’occhio. Nelle prose di Ramonda agisce questa triade: siamo in una periferia geografica ed esistenziale, il centro non tiene più perché i personaggi sono sul punto di spezzarsi e ciò che li salva è la lingua, ma anche il loro occhio, che tenta di aprirsi e di vedere la cause e lo stato di una situazione disastrosa.

Avendo già fatto cenno alla periferia e alla lingua, dirò qualcosa sull’occhio. In queste prose sono disseminate espressioni legate alla vista, sguardi che si incrociano o si evitano, il tema della miopia, la differente luminosità diurna o stagionale, l’atto di riconoscere un volto, la proiezione metaforica riferita alla narrazione di una vita (le “prospettive”, “il senso dell’orientamento”, le “illusioni”) e per opposto il tema della cecità (l’espressione “credere ciecamente” in una prosa inedita, la cecità fisica e metaforica di Adele, personaggio non incluso in questa silloge) insieme al tema del sogno, del sonno e dell’insonnia. Tutti i personaggi sono schiacciati tra vedere e non vedere, vedere bene e vedere male, vedere riconoscendo e vedere senza capire: se di queste antitesi gli si potesse sempre applicare il primo membro, sarebbero evidentemente personaggi risolti, a loro agio, felici, trasparenti a se stessi; mentre prevale sempre il secondo membro e ogni prosa traccia il percorso che porta da uno stato di opacità o di oscurità a uno di trasparenza o di chiarezza.

La tensione etica e poetica di Ramonda si annida in questo tema dello sguardo, dei suoi disturbi e della sua evoluzione: lo affronta da diverse angolazioni e lo sceglie come fulcro della propria scrittura, sviluppandolo come personale ossessione, risolvendolo come metafora centrale nella sua visione e nel suo lavoro, come segno di uno smarrimento e della difficoltà di situarsi nell’esistenza. Si potrebbe dire che in Ramonda la poesia non nasce da altra poesia ma da un conflitto quotidiano, dal confronto tra le asperità della vita e la lucentezza della lingua, e insieme da un’indomita vocazione al movimento, da “un impulso improvviso e incontenibile di mettersi a correre”.[12]


[1]   Jacopo Ramonda, Una lunghissima rincorsa. Prose brevi, introduzione di Andrea Inglese, illustrazioni di Ilaria Bossa, Bel-Ami, Roma, 2014.

[2]    Jacopo Ramonda, L’inappetenza, con introduzione di Umberto Fiori, in Poesia contemporanea. XIII quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni, Marcos y Marcos, Milano, 2017.

[3]    Per non ripetere alcuni aspetti a mio parere rilevanti della scrittura di Ramonda, segnalo questo intervento: http://www.labalenabianca.com/2014/10/29/di-dio-e-ramonda-due-punti-di-vista-sulla-poesia/

[4]    Da un questionario a cura di Alberto Cellotto: https://librobreve.blogspot.it/2017/04/poesia-contemporanea-tredicesimo.html.

[5]    Ivi.

[6]    Jacopo Ramonda, L’inappetenza, cit., p. 306.

[7]    Ivi, p. 315.

[8]    Ivi, p. 298.

[9]    Paul Valéry, Quaderni II, trad. di Ruggero Guarini, a cura di Judith Robinson-Valéry, Adelphi, Milano, 1986, p. 43.

[10]     Jacopo Ramonda, L’inappetenza, cit., p. 310.

[11]   Iosif Brodskij, Il suono della marea, introduzione a Derek Walcott, Mappa del nuovo mondo, trad. di Barbara Bianchi, Gilberto Fiori e Roberto Mussapi, Adelphi, Milano, 1992, p. 11.

[12]   Jacopo Ramonda, L’inappetenza, cit., p. 299.


Immagine di copertina: Blindness series, di Javier Martin.