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Home Senza categoria

Il talento dannato di River Phoenix

Paolo PegorarodiPaolo Pegoraro
31 Ottobre 2016
in Senza categoria
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Il talento dannato di River Phoenix

Foto di gruppo del film Vivere in fuga: il talento di River deflagra

Mio Dio, questo non è un attore: è qualcosa di più potente… È uno spirito!

La leggenda della musica brasiliana Milton Nascimiento è solo uno dei tanti a essere rimasto folgorato sulla via di Damasco dopo aver contemplato per la prima volta sullo schermo River Phoenix. Attore dal talento sconfinato e dalla bellezza stordente, nella notte di Halloween del 1993 fu stroncato da una folle miscela di droghe pesanti. Aveva 23 anni, una carriera già costellata di collaborazioni con i migliori cineasti dell’epoca e un futuro tutto da scrivere. In quella maledetta notte Hollywood perdette il miglior attore della sua generazione; sebbene il testimone sia stato raccolto da fior di epigoni – tra cui il fratello minore Joaquin, monumentale Johnny Cash in Walk The Line – la prematura scomparsa di Rio resta una ferita mai del tutto rimarginata.

Gli dei furono benigni con lei, Gray. Ma gli dei, dopo breve tempo, rivogliono i loro doni. Ha soltanto pochi anni da vivere veramente, perfettamente, e pienamente [..] Il tempo è geloso di lei. (Il ritratto di Dorian Gray, capitolo II).

La fugace traiettoria terrena di River Phoenix sembra davvero prendere le mosse dal celebre romanzo di Oscar Wilde: un’infanzia anticonformista e itinerante per volere di genitori radicalmente hippy, la perdita della verginità a soli quattro anni come retaggio di un rito d’iniziazione imposto dal controverso movimento religioso dei Children of God, i trascorsi da artista di strada in Sudamerica, la precoce ascesa e la rovinosa caduta a Hollywood. Il tempo deve essere stato proprio geloso di River.
L’aveva ribattezzata bad bad town con gli amici più stretti ma il 31 ottobre del 1993 River Phoenix non poté esimersi dal raggiungere Los Angeles: rimanevano da girare le scene d’interni dell’incompiuto Dark Blood. Fiutando la preoccupante spirale in cui era precipitato il primogenito, papà John gli propose d’interrompere le riprese e concedersi un anno sabbatico lontano dalle tentacolari luci della ribalta; la preghiera paterna rimase inascoltata e River trovò la morte ad attenderlo sul marciapiede del Viper Room, locale di grido sul Sunset Strip di West Hollywood. Una retrospettiva dedicata ai suoi film più significativi contribuirebbe a demistificare una figura troppo spesso legata a doppia mandata ai tragici accadimenti di quell’ultima notte, restituendo un quadro obiettivo dell’attore.

Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a 12 anni. Gesù, ma chi li ha?

L’interpretazione di Chris Chambers in Stand by Me – Ricordo di un’estate ha catapultato River Phoenix nell’immaginario collettivo. Per i ragazzi cresciuti negli anni Ottanta Stand By Me è assurto automaticamente a cult, scandendo i tempi della loro adolescenza. River, per ammissione dello stesso regista Rob Reiner, era il perno attorno a cui ruotava questo indimenticabile racconto di formazione. Nel viaggio iniziatico di un gruppo di problematici dodicenni alla ricerca del cadavere di un coetaneo, il carismatico Chris elabora le sue angosce più profonde e cementa l’amicizia con l’introverso e complementare Gordie; si riscatterà con buona pace delle malelingue della cittadina di Castle Rock. Il film consegnò a River Phoenix lo status di celebrità in rampa di lancio: niente male per un sedicenne giunto alla seconda prova sul grande schermo dopo aver impersonato l’enfant prodige della scienza Wolfgang Muller in Explorers di Joe Dante.

Io potrei amare un uomo anche se lui non mi pagasse. Io ti amo e tu non mi paghi. Muoio dalla voglia di baciarti.

È la scena madre di Belli e Dannati di Gus Van Sant, in cui River Phoenix/Mike Waters confessa a Keanu Reeves/Scott Favor i suoi sentimenti. Sono passati cinque anni da Stand By Me e River sceglie d’imprimere una consistente svolta alla sua carriera accogliendo la proposta del miglior regista di cinema indipendente in circolazione (allo scopo di “sparire dalla copertina di Tiger Beat”, confesserà con il sorriso stampato sulle labbra). Mike Waters è un ragazzo di vita narcolettico e dedito alla prostituzione, alla disperata ricerca di una madre che campeggia solo nei suoi sogni: in lui sembra rivivere il Cal Trask de La Valle dell’Eden magistralmente interpretato da James Dean. Con Phoenix il metodo dell’Actors Studio portato in auge dallo stesso James Dean, da Marlon Brando e Robert De Niro si spinge fino al parossismo, tanto che, per diventare Mike, River arriva a frequentare i veri street kid di Portland e soprattutto a sperimentare per la prima volta l’uso di droghe pesanti. Ne risulterà un’interpretazione tanto mimetica quanto memorabile che gli valse la Coppa Volpi alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1991; già, ma a quale prezzo?

River Phoenix è ricordato prevalentemente per i ruoli di Chris Chambers in Stand By Me e Mike Waters in Belli e Dannati, ma spulciando la sua opera omnia ci si imbatte in un sommerso che aspetta solo di essere riportato alla luce. In Vivere in Fuga del Premio Oscar alla carriera Sidney Lumet interpreta un ragazzo dal pronunciato talento musicale costretto a spostarsi di città in città in quanto figlio di genitori ricercati dall’FBI per aver fatto esplodere un laboratorio nucleare. Il film è emblematico della transizione del nostro dal cinema per ragazzi a quello della maturità; il suo tormentato Danny Pope fu talmente convincente da fruttargli la nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista alla tenera età di 19 anni. Lungi dal rimanere incatenato a ruoli intensi e drammatici, River Phoenix ha effettuato proficue incursioni nella commedia, nel sentimentale e persino nel grottesco passando con disinvoltura dai sardonici toni di Dogfight e Le ragazze di Jimmy allo humour nero di Ti amerò…Fino ad ammazzarti. Pur derubricati a un cinema di genere, i suoi film si arricchiscono di peculiari sfumature grazie all’inventiva del loro interprete principe.

River è già stato trasformato in un martire. È diventato una metafora per un angelo caduto, un Messia. Non lo era. Era solo un ragazzo dal cuore grande che era davvero incasinato e non aveva la minima idea di come realizzare le sue buone intenzioni. Penso sia giusto che io sia furiosa riguardo la sua morte, furiosa con le persone che gli hanno permesso di stare male e furiosa con River.

Il pensiero di Martha Plimpton, storica fidanzata dell’attore, ben interpreta il sentire comune di chi lo ha amato e continua ad amarlo a distanza di tempo. A 23 anni da quella maledetta notte al Viper Room aleggiano ancora l’incredulità per una giovanissima vita spezzata, smisurati rimpianti per tutti quei film che River avrebbe potuto nobilitare col suo strabordante talento e al contempo una punta di rancore indirizzata verso lo stesso attore per lo scellerato sentiero imboccato per venire a capo delle sue angosce. Ma forse questa è solo una delle tante storie assurde ambientate in quel tritacarne di nome Hollywood: una storia senza colpevoli né plausibili interpretazioni.

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Paolo Pegoraro

Paolo Pegoraro

Scrittore pop, plasmato dalle letture di Nick Hornby e Roddy Doyle, dal punk rock e dalle commedie di Billy Wilder. Libri, dischi e film: cose che contano davvero, parafrasando il Rob Gordon di Alta Fedeltà. Irrequieto, travagliato e turbolento come uno Scapigliato.

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