«Avevo una cotta per Faith Ringgold, ma poi lei ha sposato un tizio più grande, e non la perdonerò mai per questo!»
È quanto ha confessato Sonny Rollins ad Aidan Levy, l’autore di Saxophone Colossus, la biografia del sassofonista pubblicata nel 2022. Sonny, l’avrete sentito, ha lasciato questo malconcio pianeta pochi giorni fa, il 25 maggio, all’età di 95 anni. Faith Ringgold (nata Jones) invece il 13 aprile 2024, a 93 anni.
Sapere che Sonny fosse ancora tra noi, per tanti jazzofili nel mondo, era qualcosa di curiosamente confortante: una fiamma ancora accesa, o un nonno ancora lì pronto a rassicurarti e raccontarti altre storie. Ricordo che, durante i picchi globali più spaventosi della pandemia di Covid-19, nel leggere dei decessi tra gli anziani negli Stati Uniti mi sorpresi a pensare: «Proteggete Sonny!». Forse, per capire meglio un simile sentimento di affetto per un musicista, una possibile soluzione è ricordarsi di un altro, di sentimenti, uno che ha provato lui: un amore d’adolescenza poi trasformato in un’amicizia lunga una vita – quella con un’altra grande artista, Faith Ringgold.
Sonny e Faith erano vicini di casa ad Harlem e compagni di classe a scuola. Sonny non aveva occhi che per lei – e per il sassofono, certo, ma l’una non escludeva l’altro, anzi.
Nell’ottobre del 1943, Faith diede una festa di compleanno a casa sua. Festeggiava i suoi tredici anni. La festa cominciò alle 17, perché sua madre aveva imposto la fine dei bagordi per le 21. Sonny, che aveva anch’egli da poco compiuto tredici anni, si presentò alla porta di Faith con un regalo, comme il faut: un sacchetto di dolciumi comprato al negozio all’angolo. Più precisamente, cinque barrette. Signori si nasce.
Vivevano a Sugar Hill, zona di Harlem molto popolare – con, tra i tanti gruppi, un’alta concentrazione di famiglie di origine caraibica, inclusa quella di Sonny – e allo stesso tempo costellata dalle abitazioni di gente come W.E.B. Du Bois e Duke Ellington, che aveva a lungo vissuto a pochi numeri civici da casa di Sonny: tanto per intenderci, il brano Take the A Train, forse il più famoso di Ellington, prende il titolo dall’indicazione che il Duca aveva dato al compositore Billy Strayhorn per raggiungere casa sua, lì accanto ai Rollins. La musica risuonava dappertutto. Sonny e Faith sono cresciuti lì, in una comunità dove, mentre giocavano fuori, tutti erano i figli di tutti, e dove quella gioiosa, benché difficile, quotidianità era fatta anche di continui incontri con i grandi nomi della Harlem Renaissance, e non solo.
A quella festa di compleanno, una volta lontani dagli occhi degli adulti, che erano di là in cucina, i ragazzini cominciarono a giocare a Post-Office, un cosiddetto kissing game (è grosso modo il corrispondente del nostro gioco della bottiglia), da sempre molto in voga tra gli adolescenti statunitensi. Il postino andava nella stanza delle ragazze e chiamava la destinataria, a cui avrebbe consegnato una lettera (un bacio), una lettera per posta aerea (due baci), o una consegna speciale (tre baci).
Figuriamoci se il nostro jazzista innamorato e buontempone non ne approfittò. Fu grazie a quel gioco che Sonny riuscì finalmente a ottenere un bacio proprio da Faith, o piuttosto il permesso di baciarla.
Nelle sue memorie, We Flew Over the Bridge (2005), Faith Ringgold scrisse: «Mi era arrivata voce che Sonny pensava che io fossi carina, che gli piacevo, quindi non mi stupii più di tanto quando chiamò me per il Post Office», ovvero per ricevere da lui i baci in questione. «Sonny aveva un nasone, e nel buio sembrò anche più grosso, mentre mi si avvicinava per il bacio».
Non sappiamo quanti furono quei baci, non sappiamo se fu lettera normale o consegna speciale, ma poco importa, ne sarebbe bastato anche mezzo. «Sonny era un bravo ragazzo, durante il nostro bacio abbiamo riso molto, e poi lui tutto impacciato tornò tra i ragazzi, che ridevano di lui».
Faith ricorda che già in quegli anni Sonny faceva proprio sul serio, con il suo sassofono. Si chiudeva in camera a esercitarsi, o spesso nel ripostiglio, per disturbare un po’ di meno, ma sua sorella doveva fare i compiti e gli urlava di continuo di smetterla, e sua madre doveva gridare forte per risvegliarlo da quell’estasi di concentrazione: «È pronto! Vieni a mangiare!»
Faith Ringgold fu testimone dei miglioramenti e dello sviluppo musicale di Sonny settimana dopo settimana, forse giorno dopo giorno. Ma no: non ricambiò il suo amore. Non lo avrebbe mai fatto. Che tristezza. Niente più baci da Faith. E poi i due crebbero, le loro strade si divisero, non furono più vicini di casa, e per Sonny le occasioni di corteggiamento si ridussero sempre di più, fino a sfumare del tutto. What Is This Thing Called Love?
Faith dovette tenere in pugno Sonny per molto tempo, se il 6 agosto 1950, ovvero sette anni dopo quella memorabile festa di compleanno, lei riuscì a convincerlo a suonare alla festa per il matrimonio di sua sorella. Faith le ricamò il velo a mano: era già l’artista che sarebbe diventata. Sonny non andò per il sottile e si presentò con Kenny Drew al piano, Arthur Taylor alla batteria e Jackie McLean al sassofono alto. Faith ricorda che suonarono in maniera ballabile, e fecero brani come April in Paris, Moonlight Becomes You e I’m in the Mood for Love. Già, Sonny era «in the mood for love», ma tre mesi dopo Faith sposò un altro.
In ogni caso, da lì a poco Sonny Rollins sarebbe diventato quel che sappiamo, uno dei più grandi sassofonisti della storia del jazz e uno dei più grandi musicisti della storia della musica tutta. Inutile star qui a ricordare quel che tutti hanno già ricordato di Sonny in questi giorni di lutto; inutile star a citare i suoi dischi più famosi; inutile stare a cercare pillole su Wikipedia (sì, bravi, era l’ultimo superstite della celebre foto A Great Day in Harlem del 1958), e così via. Mi permetto di aggiungere solo un fiore in più alla sua sepoltura, e lo faccio ricordando che, tra le altre cose, Sonny Rollins è qualcuno a cui dovremo prima di tutto riconoscere la ridefinizione del concetto di generosità – generosità musicale di sicuro, ma forse generosità tout court. (Per sapere quel che gli passava per la testa di grande musicista, molto consigliati i suoi Taccuini, da poco pubblicati anche in Italia dal Saggiatore, nella traduzione di Marco Bertoli). E non era certo solo generosità nel banale senso di, per esempio, assoli lunghi e vulcanici: nella sua musica c’è sempre una combinazione unica di gioia e di ricerca inquieta, di pensiero fluviale e di ricerca del dettaglio cesellato, di condivisione aperta e d’introversione espressiva. Lo ascoltavi in concerto e a volte avevi l’impressione che ad accompagnarlo fossi anche tu: una sezione ritmica grande quanto l’intero pubblico del concerto.
Da parte sua, Faith Ringgold divenne una delle più importanti artiste visive statunitensi. È diventata celebre in particolare per le sue meravigliose trapunte artistiche, i suoi celebri quilts, ma è anche pittrice, scultrice, attivista politica e, tra le tante altre cose, autrice di uno dei libri per l’infanzia più belli di sempre: Tar Beach, dove la spiaggia in questione era il pavimento in catrame del tetto della casa di Harlem, e dove uno dei protagonisti è il George Washington Bridge, perché è sempre una questione di ponti. Ponti come quello dove Sonny andò a sparire – nel bel mezzo del suo boom nella scena jazzistica newyorkese – e suonare per due anni, il Williamsburg Bridge (firma anche tu la petizione per dedicargli quel ponte, grazie). Dicono che il suo volume così reboante al sassofono fosse anche dovuto alla necessità di sovrastare il frastuono delle auto e dei camion: il traffico ha fatto anche cose buone. Ma torniamo a Faith, una grande, grandissima artista, ormai una delle più celebrate dell’arte nordamericana, e anche una donna che si è sposata due volte: nessuna delle due con Sonny, va detto.
Chissà se poi, negli anni e decenni successivi, nel suonare qualche ballata amorosa, per esempio in quella sua celebre serata in trio al Village Vanguard e nel disco che ne derivò (A Night at the Village Vanguard, 1957), il pensiero di Sonny andasse mai a Faith. O chissà se, per esempio, tutta quella rabbia scaricata in un grande album come East Broadway Run Down (1966) fosse uno sfogo per com’erano andate le cose. Molto probabilmente no, ma concediamoci questo pensiero.
Poi nel 1986 successe qualcosa di bello, di molto bello: Faith Ringgold dedicò uno dei suoi più bei quilts proprio a Sonny. Lo ritrasse sul Williamsburg Bridge. E lo ritrasse che pareva ci volasse sopra, a quel ponte, proprio come i personaggi di Tar Beach. L’opera s’intitolava Sonny’s Bridge, 1986.
E non solo. Poco dopo la morte di Faith, il «New Yorker» scelse come copertina del numero del 6 maggio 2024 proprio quella trapunta. Una meraviglia. Quella copertina ce l’ho qui di fronte a me, incorniciata. La guardo e le faccio l’occhiolino. A Sonny, a Faith, alla loro arte, agli amori mancati ma meravigliosi lo stesso: o forse proprio per questo.








