In vista della traduzione inglese del primo volume dei Giochi dell’Eternità di Antonio Moresco – Gli esordi, in uscita col titolo The Beginnings per Deep Vellum a marzo – Cesare Sinatti ha intervistato il traduttore Max Lawton e l’editor Francesco Pacifico.
Max Lawton è scrittore, traduttore e musicista americano nato a Bruxelles nel 1993. È noto per aver tradotto le opere di Vladimir Sorokin in inglese, tra cui Telluria e Blue Lard. Ha studiato Letteratura e Cultura Russa alla Columbia University e ha conseguito un MPhil a Oxford. Vive a Los Angeles.
Francesco Pacifico è uno scrittore e traduttore nato a Roma nel 1977. È autore di romanzi come Storia della mia purezza (Mondadori, 2010), Class (Mondadori, 2014) e Le donne amate (Rizzoli, 2018), e ha tradotto dall’inglese diversi scrittori statunitensi tra cui Fitzgerald, Vonnegut e Miller. È fondatore della rivista Il Tascabile di Treccani e collaboratore di diverse testate. È anche noto per il suo lavoro nel mondo podcast: è infatti intervistatore per il podcast Archivio Pacifico di Storielibere.
Come avete conosciuto le opere di Moresco, e quali sono state le vostre prime impressioni? Come lo collochereste all’interno di una vostra mappa letteraria personale?
Francesco: Ho scoperto Moresco nei primi anni duemila tramite un altro scrittore, Michele Vaccari, che mi parlò di lui durante un festival. All’inizio ricordo di essere stato un po’ combattuto sui suoi libri: anche se mi rendevo conto che Moresco stava facendo qualcosa di molto affascinante con la scrittura, come cattolico lo trovavo caustico e un po’ pericoloso. A un certo punto ho cominciato a scrivere di lui su riviste letterarie e mi sono reso conto che avevamo diverse cose in comune, tra cui una passione per la letteratura mitteleuropea, specialmente per Kafka, e più in generale per un tipo di scrittura che sia in un certo senso “gnostica”, rivelatrice e spaventosa… ma che sappia essere anche molto divertente.
Max: Io ne ho letto per la prima volta su The Untranslated, un blog che parla di opere letterarie non ancora tradotte in inglese, in cui c’è un articolo molto interessante sulla trilogia dei Giochi dell’Eternità. Mi sono gettato subito su Gli esordi, che è una sorta di Bildungsroman triplo, come spiega Francesco nella prefazione alla nostra traduzione, in cui però tutte e tre le strade tentate dal protagonista sembrano portare al fallimento: quella come giovane prete, la militanza nella sinistra extraparlamentare, il tentativo finale di diventare scrittore. Al primo impatto, il libro mi sembrava freddo, chiuso; allo stesso tempo, però, era come fatto di lievito: leggendo, si avvertiva che qualcosa di vitale stava pian piano crescendo. Mi è sembrato che stesse Moresco tentando di inventare uno stile, come Pynchon nel suo romanzo V., anche se Moresco non è uno scrittore che definirei pynchoniano. Come a Francesco, anche a me è sembrato che stesse mettendo in atto una sorta di trasmissione “gnostica” dal sottosuolo. In questo mi ha ricordato Dino Buzzati, e anche Fernando Pessoa nel suo Libro dell’Inquietudine.
Come è nato il progetto di tradurre l’intera trilogia dei Giochi dell’Eternità per Deep Vellum? E in che modo ha preso forma la collaborazione fra te e Francesco?
Max: Ci siamo conosciuti tramite Mark Krotov, l’editor di N+1 che ha pubblicato per primo la mia traduzione di White Square di Vladimir Sorokin. Gli avevo detto che sarei stato interessato a tradurre Moresco; lui ha pensato che Francesco avrebbe avuto piacere a lavorare insieme a me, e così ci ha messi in contatto. A quel punto ho deciso di fare una prova di traduzione da Gli esordi e da Canti del caos, Francesco l’ha editata, e poi l’abbiamo fatta circolare tra vari editori e riviste che purtroppo non hanno voluto pubblicarci, finché non siamo arrivati a Deep Vellum, che di Moresco aveva già pubblicato Clandestinità nella traduzione di Richard Dixon. Il lavoro su Gli esordi a volte è stato davvero infernale, perché ogni frase sembrava in qualche modo allusiva o significativa, ma non lo era mai nel senso convenzionale del termine… Andre, il blogger di The Untranslated, ha descritto Gli esordi come un tentativo di mostrare un film sonoro senza il sonoro: si ha sempre la sensazione che manchi un elemento fondamentale alla prospettiva del narratore; e perciò all’interno del libro ogni frase può essere interpretata, e quindi tradotta, in moltissimi modi diversi.
Francesco: Qui entravo in gioco io: il mio ruolo è stato principalmente quello di accompagnare Max nell’interpretazione. La maggior parte del lavoro è stato fatto via chat, mentre camminavo tornando dal lavoro. Appena uscivo ci scambiavamo un messaggio, e iniziavano le “Moresco walks”: di solito Max mi mandava parti di testo che trovava complicate, e io cercavo di aiutarlo a interpretarle. Nel caso specifico della scrittura di Moresco, capita spesso che alcune espressioni apparentemente idiomatiche vengano usate in modo non-idiomatico, o che espressioni semplici vengano ripetute fino ad assumere a modo loro una carica allusiva – insomma, è stato un lavoro molto difficile e molto divertente. Max e io siamo scrittori, e Gli esordi è un libro che ci ha fatto riflettere e discutere molto, soprattutto per quanto riguarda l’elasticità del linguaggio: spesso ci è sembrato che Moresco stesse cercando di far percepire al lettore l’esistenza di una membrana tra immaginazione e parola, e che i contenuti dell’immaginazione sono in un certo senso indicibili.
Ci sono parole o espressioni che avete trovato particolarmente difficili da tradurre? Quali elementi dello stile di Moresco e del suo uso del linguaggio vi hanno messo alla prova come lettori e traduttori?
Max: Un esempio che Francesco menziona nella prefazione è l’uso dell’imperfetto, che è volontariamente scorretto. In italiano si dovrebbe utilizzare l’imperfetto per descrivere azioni o processi ancora in corso nel passato, che si compiono abitudinariamente o ripetutamente, o che sono in corso prima che avvenga qualcos’altro; Moresco, invece, ne fa un uso del tutto personale e a tratti bizzarro per descrivere azioni perfettive. Io e Francesco abbiamo discusso a lungo su quale fosse il modo migliore di rendere i suoi imperfetti in inglese, e alla fine abbiamo optato per l’uso di “would+infinitive”, che è usato sia per le frasi condizionali che per rendere l’impressione di una continuità di un’azione nel passato. Questi sono i Giochi dell’Eternità: abbiamo pensato che l’intento dell’autore, almeno in questa prima parte, fosse quello di rendere la ricorsività di alcune azioni e pensieri fondamentali, anche quando sono descritti una sola volta. Anche in questo senso, come dicevo, ogni frase può essere osservata da moltissime prospettive: ogni espressione è come Rashomon di Kurosawa.
Francesco: Un altro esempio perfetto è la parola “sgranato”, di cui ho scritto nella mia prefazione e che abbiamo discusso entrambi anche con l’autore. Si tratta di una parola particolare perché, ne Gli esordi, compare sia in contesti idiomatici (es. “gli occhi sgranati”), sia per descrivere la granulosità di alcune sensazioni visive (es. “le fiamme sgranate”). In questo caso abbiamo optato per to shuck/shucked, che in italiano significa forse più qualcosa come “sgusciare/sgusciato”, e che però ci è sembrato che potesse in entrambi i casi rendere l’idea del movimento interno alla parola (“sgranare” come “estrarre/separare grani” da qualcosa), piuttosto che optare per due traduzioni diverse dello stesso termine, in cui avremmo forse rischiato di semplificare troppo gli usi intenzionalmente stranianti della parola all’interno del testo. Ci è sembrato importante cercare di mantenere questa stranezza del linguaggio in traduzione, perché una delle scoperte fondamentali del libro, a livello stilistico, è che sotto il linguaggio c’è una specie di vuoto, e che non solo le costruzioni ideologiche attraversate dal protagonista (religione, politica, arte) sono vuote, ma a volte lo sono le stesse parole che usiamo per descriverle.
Nella postfazione di Max, a un certo punto menzionate la distinzione fatta da Robert Chandler tra un approccio “protestante” e un approccio “cattolico” alla traduzione di un testo letterario. Quale approccio avete scelto, e per quale ragione?
Max: Per capire la differenza tra i due approcci bisogna considerare che in inglese molte parole derivate dal latino tendono ad avere un suono più solenne e a volte quasi aulico per i lettori. Per questa ragione, spesso è possibile scegliere tra un tipo di traduzione “protestante”, che utilizzi parole più familiari al lettore, e una traduzione “cattolica”, che invece si allontana un po’ di più dal parlato, principalmente per la necessità di mantenere una certa solennità di tono o varietà nell’uso dei vocaboli. La Bibbia di Re Giacomo, per la lingua inglese, è l’esempio principale di un certo uso solenne, “cattolico” della lingua. Nel caso di Moresco, la scelta fra i due approcci è stata difficile, perché il suo linguaggio ha una qualità quasi schizofrenica, in cui parole familiari vengono utilizzate in contesti non familiari – spesso anche con un certo senso dell’umorismo. Alla fine abbiamo optato per un approccio “cattolico”: ci è sembrato importante mantenere questo aspetto straniante del linguaggio, dov’era necessario.
Francesco: Gli esordi è anche e prima di tutto un libro sullo straniamento e sulla difficoltà di trovare una prospettiva da cui approcciarsi al mondo. Il lettore non ha accesso ai pensieri del personaggio, non ha accesso a nessun tipo di trascendenza religiosa, politica o filosofica – il protagonista stesso non riesce nemmeno a trovare accesso a un editore! Che effetto avrebbe fatto tradurlo in un inglese familiare, rassicurante per tutti? Non avrebbe avuto senso, sarebbe stato come usare la metrica della poesia italiana per tradurre poesia inglese. Prima di tutto, volevamo riuscire a mantenere nel testo l’emozione di scoprire un nuovo modo di dire le cose, emozione che è presente ne Gli esordi e che è ciò di cui si fa esperienza imparando una lingua straniera e traducendo da quella lingua. Il contenuto delle parole è sempre qualcosa di immaginario, di energetico, non di fisico; non si può discutere di traduzione come se fosse scienza o diplomazia internazionale. Quando si scrive, ci si accorge spesso che le idee prendono direzioni che sono dettate dalla lingua, e che è la lingua a condurre in una direzione o nell’altra. La stessa cosa è vera per la traduzione, secondo me: non può trattarsi sempre di un processo interamente lucido, cosciente e intenzionale.
Una domanda a Max: dalla tua prospettiva di traduttore, come vedi oggi la relazione fra la letteratura anglofona e le letterature europee, in particolare quella italiana? E che ruolo pensi possano avere i Giochi dell’Eternità in questa relazione?
Max: Al momento, penso che venga pubblicata davvero poca letteratura anglofona di buon livello. Di contro, la letteratura in traduzione sta diventando per noi un campo in cui è possibile pubblicare libri più interessanti e sperimentali. Penso che uno dei problemi principali della nostra letteratura, al momento, sia un eccessivo concentrarsi sulla sua utilità sociale a scapito del resto, con il risultato che è diventato più raro vedere libri che tentino qualche esperimento estremo, perché nessun editore vuole correre il rischio di alienare i lettori. Quando si parla di letteratura straniera, invece, questa stranezza è tollerata precisamente per via dell’appartenenza a una cultura periferica: si è più aperti all’idea che, altrove, si possa scrivere e pensare diversamente. Un libro come Gli esordi,per esempio,non sarebbe mai stato pubblicato se fosse stato scritto originariamente in inglese, se non a prezzo di venire editato a morte; adesso, invece, siccome farà il suo ingresso nel mondo anglofono come libro tradotto, l’appartenenza a una cultura periferica potrebbe essere addirittura un vantaggio. È difficile per me immaginare l’impatto che potrebbe avere sulla nostra letteratura, o il tipo di connessioni e dialoghi con altri autori che potrebbero scaturirne… Personalmente, mi è sembrato che Moresco potesse avere una precorritrice nella Gertrude Stein di C’era una volta gli americani, per il modo in cui è riuscito a commentare un’epoca; e poi ovviamente in William Blake per l’ampiezza e la fantasiosità della visione. Ma davvero, gli effetti di una traduzione sono imprevedibili, e nel caso di Moresco penso che inizieremo a misurarli una volta che uscirà il secondo volume della trilogia, i Canti del caos, che è diventato uno dei miei libri preferiti di tutti i tempi.
La cosa che credo possa avere un impatto oggi (anche sociale se vogliamo, per tornare al punto di prima) è che questi sono libri sulla ricerca di un nuovo mondo. Al momento, credo che la cultura anglofona, e americana specialmente, abbia bisogno di libri del genere; negli Stati Uniti in particolare, stiamo attraversando su tutti i piani – politico, ideologico e culturale – un periodo di difficoltà da cui sentiamo davvero il bisogno di trovare una via d’uscita. Gli esordi è un libro che mette il lettore in una posizione di ricerca di fronte a un mondo indifferente, e esamina una serie di fallimenti: la religione non ha funzionato; la politica non ha funzionato; l’arte non ha funzionato. Dove andiamo, da qui? La scrittura bizzarra di questo libro è il mezzo d’espressione con cui Moresco si sta mettendo alla ricerca di qualcosa. Questo è forse l’aspetto che ho apprezzato di più: Moresco è uno scrittore che cerca. Non sembra interessato al libro semplicemente come oggetto artistico; vuole andare oltre.
Dopo i Giochi dell’Eternità sono altre opere di autori italiani che vorreste tradurre in collaborazione?
Max: Parlo per entrambi quando dico: Horcynus Orca, senza dubbio. Si tratta di un libro straordinario che deve assolutamente trovare un modo di fare il suo ingresso nel mondo anglofono. Come nel caso di Moresco, anche con D’Arrigo c’è la possibilità di aprire dialoghi e mettere in contatto tradizioni diverse – specialmente se consideriamo quanto ha in comune Horcynus Orca con un classico della letteratura americana come Moby Dick. È un libro che amiamo molto entrambi, e siamo sicuri che ne verrebbe fuori un ottimo lavoro, perché ci lavoreremmo come stiamo facendo con Moresco: con un rispetto religioso per la lingua e l’inventiva necessaria per raccontare un mondo che non si conosce ancora, seguendo il consiglio di Sorokin quando traduco i suoi libri: “don’t translate words, translate worlds”.
[Il collage in copertina è di Laura Brauer]







