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El alma de Hillé se oscurece por lo mucho que sabe – L’oscena signora D di Hilda Hilst

Giulia SarlidiGiulia Sarli
6 Marzo 2026
in Letterature
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El alma de Hillé se oscurece por lo mucho que sabe – L’oscena signora D di Hilda Hilst

La scrittrice brasiliana Hilda Hilst è ritenuta una delle autrici fondamentali della letteratura novecentesca in lingua portoghese, seppure non abbia avuto il successo di vendite in cui avrebbe sperato.  Ha dedicato la sua vita alla scrittura, soprattutto a partire dal 1966, quando si trasferì nella Casa do Sol, a Campinas, oggi Istituto Hilda Hilst, trasformandola in una residenza artistica aperta a intellettuali e a cani, entrambe categorie di cui amava circondarsi. Qui visse fino al 2004, anno in cui morì, scrivendo più di quaranta opere tra raccolte poetiche, testi teatrali, romanzi e cronache.

Grazie alla traduzione (2025) di Roberto Francavilla per la casa editrice Castelvecchi, il pubblico italiano può cominciare a conoscerla, attraverso L’oscena signora D (A obscena senhora D, 1982), un’opera di un’intensità disperata, che sfida il senso comune e, in alcuni casi, anche il pudore del lettore. È un romanzo scritto in prosa poetica. La protagonista, Hillé, è una donna che a sessant’anni, completamente immersa nell’enigma impenetrabile della morte, decide di rinchiudersi a vivere nel sottoscala della propria abitazione e dare il via a una guerra tutta interiore. Hillé ha la testa infestata, dalla sua voce, da quella del marito morto da poco, dei vicini di casa, del padre malato di schizofrenia – come lo era quello di Hilst – e di un Dio che prende il nome di “Porco-Bambino”, un appellativo che sfocerebbe in bestemmia se Hillé non definisse se stessa la porca (signora P). Tutte queste voci si arrotano e si confondono attorno alle domande che Hillé rivolge a un Dio che non risponde. Domande incalzanti, in una scrittura tutta per asindeto, che riguardano soprattutto il corpo, vero centro del testo, soggetto all’effetto del tempo, caduco:

«Piccolezza, calore, gusto. Muoversi poco. Non dire, Le mani sulla parete. Sul corpo. Pensare il corpo, tentare il nitore. Hillé bambina tasta Ehud bambino. Dita dei piedi. Se masticassimo la carne l’uno dell’altro, che gusto sarebbe? E una minestra di caviglie? E una minestra di piedi? Nel cibo non si mettono forse i piedi di porco? Perché tutto deve morire, eh, Ehud? Perché si uccidono gli animali, eh? In modo da poterli mangiare. È orribile mangiare, no? Tutto se ne scende per il tubo, poi diventa impasto, poi diventa escremento. Chiudi gli occhi e prova a pensare il tuo corpo là dentro. Sangue, rimescolamenti. Prendi il microscopio. Ah, io no. Che cose, la gente, la carne, le unghie e i capelli, che colori qui dentro, viola rosso. Guardati. Dove sei adesso? Sto guardando la pancia. È orribile Ehud. E tu? Sto guardando il polmone. Gonfia e spremi. Tutto entra dentro di me, tutto esce. Non c’è niente che entri solamente? No. E Dio? Dio entra ed esce, Ehud?» (pp. 37-38).

Al piano tragico dell’abnegazione macabra di Hillé, Hilst ne sovrappone uno comico, frastagliando il testo di inserti che, presi di per sé, potrebbero essere letti come racconti brevissimi: anche da morto, Ehud attende il caffè che Hillé non gli prepara perché impegnata a pensare alla morte di Ivan Il’ič o a gridare dalla finestra parolacce ai passanti e ai vicini e a rivolgere loro delle smorfie spaventose. Delle voci che abitano la testa di Hillé, commentano così la sua condizione straziante:

«madonna sono tutti malmessi, ieri anch’io mi sono sentito un peso qui dentro
tu hai solo bisogno di scopare, Giorno Dieci
non chiamarmi Giorno Dieci, lo sai che non mi piace.
perché, eh papà, lo chiamano Giorno Dieci?
perché lui non fa che gridare tutto il giorno alla moglie: oggi no, solo il giorno dieci
perché papà?
la moglie vuole scopare, piccolo, e lui scopa solo quando ha la testa sgombra, cioè il suo giorno di paga: giorno dieci» (p. 62)

Lo stesso personaggio di Hillé può essere inteso, in un medesimo tempo, come tragico e comico insieme, per il suo comportamento eccentrico, per il suo linguaggio basso, a tratti pornografico, per la sua mimica, per l’ossessione che la esclude sempre più dalla società in cui, prima di decidere di autorecludersi in un sottoscala, era immersa. Hillé ha scelto di vivere da eremita, da mistica che non riesce a fare a meno di rivolgersi a Dio e allo stesso tempo ne sfida l’esistenza; il marito Ehud decide così di chiamarla Signora D: «D di Derelizione, capito? Sconforto, Abbandono, da sempre l’anima nel vuoto». (p. 9-10) Dal momento in cui Ehud muore,
Hillé ogni giorno ritaglia dei pesci grigi di carta e li mette nell’acquario. Li guarda sfaldarsi e il giorno dopo ripete il gesto. Nascosto nella sua derelizione è l’amore verso l’Altro – Dio, le persone, gli animali – e verso il corpo, verso ciò che è stato, verso la sua vita che si appresta a finire. L’oscenità di questo romanzo è nel vuoto che Hillé scava a ogni domanda e ogni domanda è un atto d’amore per la vita che si svolge lungo i suoi bordi.

Hilda Hilst, L’oscena signora D, traduzione di Roberto Francavilla, Roma, Castelvecchi 2025, 15€, 112 pp.

Tags: Castelvecchihilda hilstletteratura brasilianaroberto francavilla
Giulia Sarli

Giulia Sarli

Si è laureata in lettere con una tesi su Daniele Benati all'università di Bergamo, città in cui vive. Per amore dei libri passa il suo tempo tra librerie e biblioteche. Quando può scappa a Marsiglia a guardare il mare.

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