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#Mappe. Lost in Tokyo Station: una storia d’amore

Gianmarco DellacasadiGianmarco Dellacasa
27 Febbraio 2026
in Mappe
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#Mappe. Lost in Tokyo Station: una storia d’amore

Sei a Tokyo da qualche minuto, o forse da anni. Sei nel mezzo di Tokyo Station, e se non imbocchi subito la direzione giusta potresti benissimo metterci più di mezz’ora per trovare l’uscita. In realtà non sai neanche quale sia l’uscita giusta per te, ce ne sono decine, ma finisci al lato Marunouchi davanti ad un edificio di mattoni rossi che non c’entra niente col Giappone che hai sempre immaginato. Sei a Tokyo da qualche minuto e hai già perso la concezione dello spazio: ti sembra di essere in una qualsiasi stazione in Inghilterra, ma sventola una bandiera giapponese e un uomo di fronte le fa un inchino. Sei a Tokyo e forse hai perso anche la cognizione del tempo: i tuoi occhi viaggiano tra un edificio di inizio ’900 e grattacieli iper moderni, dovrebbe essere notte ma è già mattina.

Se ti lasciassi la stazione alle spalle e camminassi dritto per dritto, arriveresti al Palazzo Imperiale, con i suoi splendidi giardini, un pezzo di storia in mezzo a un quartiere del futuro. Ma non lo sai ancora, e allora ti dedichi ad un bisogno primario. Cerchi un angolo discreto per mangiarti un panino che ti sei portato da casa. Instagram ti ha bombardato di video sul Giappone e sai che non si può mangiare per strada. Ma trovi una colonna abbastanza appartata, te lo mangi lì dietro, e ti senti già un trasgressore. Poi vedi un kombini (tipico minimarket giapponese aperto 24 ore su 24): è un 7-Eleven. Sarà la tua prima esperienza veramente giapponese, e non hai scelto proprio una delle più glamour: compri un onigiri al salmone e un mix di verdure. La cassiera ti porge le bacchette, poi ci ripensa e le scambia con una forchetta. Tu, ferito nell’orgoglio, le richiedi le bacchette. Ti siedi ad un tavolino che affaccia sulla strada. Accanto a te uomini e donne in abiti da ufficio seduti comodamente, mangiano di fretta. Tu, a differenza loro, non c’entri con le gambe ma te la prendi con calma. Forse la cassiera aveva ragione, non sei un fenomeno con le bacchette ma riesci a finire il tuo primo pasto in Giappone senza sembrare (troppo) un cretino e ti sembra già una gran cosa.

In questa stazione passano 433 milioni di persone all’anno, e dopo aver mangiato ti rigetti nella marea semovente. Che in realtà è una marea ordinata, un meccanismo oliatissimo, dai suoni ovattati, che non ti travolge ma ti accompagna. Lì sotto c’è un labirinto di negozi di ogni tipo, dai dolci all’alta moda, da Dragon Ball alle farmacie; alcuni pendolari fanno la spesa prima di uscire dai tornelli per tornare a casa. Sopra passano i famosi shinkansen, i bullet trains che accumulano meno di un minuto di ritardo all’anno. Se provassi a prenderne uno, prima di entrare vedresti una fila di addetti alle pulizie, allineati uno ad ogni porta del treno. Vedresti una magia consumarsi nello spazio di 5 minuti, una squadra sincronizzata che pulisce il treno da cima a fondo e lascia i restanti 5 minuti ai passeggeri per prendere posto prima di partire. Vedresti anche i controllori camminare su e giù per il treno che, alla fine di ogni vagone, si girano, fanno un inchino, e poi vanno avanti. E probabilmente mangeresti un ekiben (da eki, stazione, e bento, scatola portapranzo), perché qui anche le scatole di cibo che si comprano in stazione hanno un loro nome e una loro peculiarità. Forse ti innamoreresti a prima vista di Tokyo Station e degli shinkansen, della loro promessa di portarti in giro per questo Paese incantato. Ma forse sarebbe più un’infatuazione adolescenziale che un vero amore. E allora qualcosa ti dice che dovresti continuare a cercare. Che il treno per te, che ti porterà dove il tuo cuore è destinato a fermarsi, non è ancora quello.

Hai sentito parlare della Yamanote Line, o meglio hai sentito cantarne in quel video virale del gatto che ne intona ogni fermata. È la linea ferroviaria più importante di Tokyo: un anello di 34 km che collega i principali quartieri del centro, famosa per il suo colore verde lime. In una città che conta 37 milioni di abitanti e i cui confini sono difficili da tracciare, la Yamanote è vista da alcuni come il circolo che delimita informalmente il centro città, in pratica il Grande Raccordo Anulare di Tokyo. Se ci salissi arriveresti a Shimbashi, la fermata dei salary men, gli impiegati giapponesi che la sera si ubriacano negli izakaya per non affogare in alienazione e orari di lavoro massacranti. La notte non è raro vedere quelli rimasti a piedi dopo il passaggio dell’ultimo treno, addormentati sul ciglio della strada o di ritorno verso l’ufficio. I vicoli stretti e le lanterne rosse di Shimbashi sono meno famosi tra i turisti occidentali, e forse questo è il loro più grande fascino. Se ne volessi vedere di più famosi basterebbe continuare fino a Shibuya. Lì passeresti sull’attraversamento pedonale più celebre del mondo, dove i turisti sono più numerosi della gente del posto. Alcuni corrono al centro per scattare foto, quasi tutti alzano uno smartphone al cielo. La maggior parte si ferma a salutare la statua del cane Hachiko, diventato famoso per l’ adattamento hollywoodiano di un film forse più bello nella sua versione originale.

Tutte queste zone sono cinematografiche, sono un film esse stesse. Se continuassi su questa linea passeresti per Harajuku, uno dei centri dell’eccentricità e della cultura kawaii (estetica carina e colorata), dove troveresti bar in cui prendere un tè accarezzando capibara o gufi, ricci o maialini. Dove i bar con gatti e cani sembrano una cosa noiosa e fuori moda. O a Yoyogi, l’iconico parco, dove ci sono i bagni pubblici di Perfect Days che sembrano trasparenti fino a quando chiudi a chiave e si oscurano. E proveresti a farci pipì, dando fiducia alla tecnologia giapponese, mentre un paio di persone fuori stanno facendo foto proprio al tuo bagno. Poco dopo saresti a Shinjuku, la stazione con più visitatori al mondo, quasi 4 milioni al giorno, più di 1 miliardo all’anno. Lì troveresti persone vestite da Super Mario o Pikachu su dei kart in mezzo al traffico, una testa di Godzilla che spunta tra i palazzi e sputa fumo, e un gatto in 3D che tiene centinaia di persone ipnotizzate col naso all’insù. Se facessi questo giro tutto insieme, forse ti verrebbe voglia di trovare uno specchio per capire se sei ancora in carne ed ossa o sei pixellato anche tu.

Ma sei ancora in cerca di una Tokyo che ti si addica e allora continueresti sulla Yamanote e, in un paio di fermate, l’atmosfera cambierebbe radicalmente. Alla fermata Nippori saresti catapultato in una delle zone rimaste più simili alla Tokyo dell’era Shōwa (1926–89). Yanaka, il quartiere dei gatti, conserva l’atmosfera di una Tokyo antica, con vicoli che nascondono botteghe di legno e templi rimasti illesi da bombardamenti e terremoti. Forse nessuna guida ti aveva consigliato di visitarla, eppure qui inizieresti a sentirti a casa per la prima volta. Entreresti in un negozio gestito da una ragazza sorridentissima che dipinge i daruma e li fa a forma di gatto. I daruma sono oggetti votivi su cui si dipinge un occhio prima e uno dopo aver realizzato un desiderio. Ma non si lasciano nei templi sperando in un miracolo: rappresentano la nostra forza di volontà, l’impegno concreto e quotidiano che scegliamo di mettere per realizzare i nostri sogni. In quel negozio, la ragazza ti indicherebbe gli scaffali traballanti dicendo “earthquake” senza smorzare il suo sorriso di un millimetro. E capiresti quanto è normale trovarsi in un terremoto da queste parti. Tant’è che anche tu continueresti a passeggiare come nulla fosse, mangiando cibo di strada, fermandoti su una panchina e poi trovando un altro negozio che ti rimarrà impresso nell’anima e nelle papille gustative. L’insegna di legno ti sarebbe sconosciuta ma ne rimarresti affascinato, allora apriresti le porte scorrevoli e ti sembrerebbe di entrare in una casa antica giapponese, con le pareti di carta e il tatami per terra, di quelle che hai visto negli anime e nei film. Potresti avanzare solo di un metro, avvicinandoti alla teca che mostra una serie di mochi, quelli che nel frattempo saranno diventati i tuoi dolci preferiti. Dietro il bancone, sul tatami rialzato, una signora sorridente, vicina ai 100 anni. Ti servirebbe tre tipi diversi di mochi, ognuno incartato con cura, e lo farebbe di nuovo altre due volte, tante quelle che torneresti da lei. L’ultima volta, ti prepareresti per dirle in giapponese che i suoi mochi sono i più buoni del mondo, e la saluteresti con un inchino. Tornando a casa, aprendo la scatola ti renderesti conto che la signora non ti ha messo solo i tre mochi che le avevi chiesto, ma te ne ha regalati altrettanti.

La curiosità ti spingerebbe ad andare avanti, risalire in treno e continuare la ricerca. Arriveresti ad Akihabara, il quartiere di Tokyo che un tempo era famoso per negozi di elettronica, ed oggi molto più per essere la casa degli otaku (appassionati, solitamente fan di anime e manga). Oggi è un mix di sale giochi, maid café (locali dove le cameriere sono vestite in modo particolare – spesso sessualizzante – e accolgono i clienti con modi teatrali), collezionisti di carte Pokémon e memorabilia simili: il paradiso di chi ama la cultura pop giapponese. Sai che questo è il luogo che alcuni dei tuoi amici sognano di visitare fin da bambini, ma non riesci a trovare una connessione abbastanza forte con il quartiere. E allora risaliresti in treno. Ma ci sarebbe qualcosa di diverso. Il jingle che suona all’apertura delle porte ti indicherebbe che non sei sulla Yamanote. Leggeresti poi, tempo dopo, che ogni linea ha la sua melodia differente, e che sono state pensate per ridurre ansia e stress nei pendolari: apparentemente raggiungendo l’obiettivo visto che sono tra i fattori che hanno fatto calare il numero dei suicidi. Saresti ora su un vagone della molto meno conosciuta Chūō-Sōbu Line, gialla o arancione nella sua versione più rapida, che si estende in linea retta verso ovest. Ormai sei abituato al silenzio totale che regna su treni e metro, a non incrociare nessuno sguardo. Quasi tutti sono intenti a fissare i propri smartphone, qualcuno schiaccia un pisolino, altri guardano anime, pochi leggono libri nascosti da copertine di stoffa (per motivi sia estetici che di privacy). Ma questo è un vagone in cui non tutti sono benvenuti. È un vagone che nelle ore di punta è riservato solo alle donne, per offrire maggiore sicurezza e ridurre le molestie sui treni affollati. Il fenomeno dell’upskirting è ancora abbastanza comune in Giappone, cioè fotografare sotto le gonne, e per questo i telefoni giapponesi emettono obbligatoriamente un suono allo scatto per scoraggiare questi abusi. Allora, un po’ imbarazzato, cambieresti vagone.

Guardandoti intorno e fuori dal finestrino inizieresti a capire che questa linea ti sta portando in quartieri più per tokyoti che per occidentali, di cui non avevi sentito parlare. Passeresti Nakano, dove c’è un labirinto di negozi dedicati anch’essi ad anime, manga e collezionismo, ma con molti meno turisti di Akihabara. Poi scenderesti a Koenji, uno dei cuori pulsanti della subcultura alternativa di Tokyo, tra negozi vintage, musica live, street fashion e piccoli bar indipendenti. Ad aspettarti all’uscita ci sarebbe una fila di ragazze, in abiti colorati e minigonne molto mini, ognuna con in mano un cartello. Non capiresti immediatamente cosa c’è scritto ma i prezzi tra i 1500 e i 2500 yen, baci col rossetto, cuori e altri simboli simili ti farebbero capire che quelle sono hostess. Le hostess cercano di attirare clienti per portarli in locali notturni dove intrattenerli con conversazione e compagnia, in teoria senza coinvolgimento fisico. Anche se questa resta un’area grigia. Negli ultimi anni questo fenomeno di pagare per il tempo e la compagnia è esploso anche all’inverso, con host maschili per cui (soprattutto) donne di diversa estrazione sociale spendono tantissimo fino a, talvolta, indebitarsi ed arrivare a prostituirsi esse stesse. Nonostante le mille luci e i suoni di questo quartiere, ti rimarrebbe però impresso un tempio shintoista, ed il suo silenzio. Kishō è un santuario del tempo, inteso in senso meteorologico, dove si possono appendere delle specie di fantasmini chiamati teru teru bōzu, per scacciare la pioggia o chiedere un tempo clemente per matrimoni o viaggi. Forse Koenji rappresenta bene i contrasti di questa città, così assurdi, così intriganti. Se continuassi ancora arriveresti a Kichijōji, dove jazz bar e vicoli retro incontrano la quiete del parco Inokashira e le sue cigno-barche. Qui ha passeggiato spesso Miyazaki Hayao e ne ha preso ispirazione per alcune ambientazioni dei suoi celebri film, tanto che il museo Ghibli è proprio in questo parco. Ma il destino ti farebbe fermare una fermata prima, a Nishi-Ogikubo. Un signore gentile verrebbe a prenderti con una macchina di dimensioni normali, per il Giappone; una scatola di sardine, per te. E ti porterebbe nel piccolo monolocale in cui alloggerai e ti innamorerai della periferia ovest di questa megalopoli infinita. Tu, che in periferie sei nato e cresciuto, ti ritroveresti in un quartiere tra il popolare e il bohémien, con botteghe di antiquariato, artigiani, librerie indipendenti e bar dall’estetica semplice e folgorante. Capiresti che questo quartiere, come gran parte di questa città, si sviluppa attorno alla sua stazione, dove c’è densità di negozi e ristoranti, per poi diradarsi via via con i chilometri. Non è un caso se a Tokyo ci sono 0,32 macchine per famiglia contro la media nazionale di 1,06: lo sviluppo urbano è stato dettato dall’espansione ferroviaria, e le stazioni sono sorgenti di comunità. Qui potresti sentirti a casa, potresti sentire che tutto ciò che la Chūō-Sōbu Line ti presenta è ciò che desideravi. E sentiresti di aver trovato il tuo amore adulto, quello dei 30 anni, forse definitivo.

Ma un giorno, qualche tempo dopo, ti troveresti di nuovo a Tokyo Station. A quel punto, avrai anche cenato su uno di quei grattacieli lì di fronte, il Marunouchi che prende il nome dalla zona, con vista notturna sulla stazione di mattoni rossi. Avrai avuto appuntamenti romantici, proprio lì davanti, che ti avranno insegnato che in Giappone offrono gli uomini, quasi sempre, e l’interesse va confessato, letteralmente. Il kokuhaku è una dichiarazione d’amore formale con cui si chiede ufficialmente di iniziare una relazione, solitamente entro il terzo appuntamento. Chi non lo fa, viene visto come non serio e, spesso, ghostato. Avrai imparato anche questo, a tue spese. Quel giorno le due file di ginkgo biloba sarebbero quasi alla fine del loro picco autunnale, di quel giallo lucente di cui avevi goduto per qualche settimana. Vedere i ginkgo denudarsi potrebbe essere triste, ma a quel punto avrai introiettato più di quanto previsto la filosofia Zen di cui il Paese è impregnato, seppur nelle sue contraddizioni. Penserai al mono no aware, la sensibilità per la bellezza dolceamara delle cose transitorie, tra cui il fiorire dei ciliegi in primavera e i colori degli alberi autunnali. Il tuo tempo a Tokyo starà per finire, così come il tempo delle foglie di ginkgo di illuminare i rami. Ti assalirà un dubbio, non sarai sicuro di essere mai uscito da quella zona, da quella stazione. Sarà stata un’esperienza indimenticabile o solo un viaggio della tua mente? Saprai però per certo di esserti innamorato, pazzamente. Della prima cosa sui cui avevi posato gli occhi, Tokyo Station, e con lei della città tutta. Sarai contento di aver continuato ad esplorare, ma altrettanto consapevole che la tua cotta d’infanzia era più di una semplice cotta. Allora farai una confessione d’amore a modo tuo, o meglio loro. Un ultimo inchino alla tua amata. Un ti amo e arrivederci.

“Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”.

Sayōnara, Tokyo.

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Tags: amoreGiapponeLetteratura di viaggiomappequartieriTokyotreniYamanote Line
Gianmarco Dellacasa

Gianmarco Dellacasa

Nato a Roma. Ha lavorato in scuole di lingua a Malta. Poi con Medici Senza Frontiere in Svezia. Ha fatto un dottorato in sociologia dello sport in Inghilterra. Ora vive in giro per il mondo: insegnando italiano online, scrivendo storie e facendo un podcast per studenti di italiano.

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Comments 1

  1. ANTONIO DI BERNARDO says:
    2 settimane ago

    Bellissima rappresentazione che rende facile e realistica l’immagine che ho sempre avuto di questo magico paese , una versione utopica e futuristica della nostra società europea …..️

    Rispondi

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