Avevo mille vite e ne ho preso una sola [sic]. È il titolo di una raccolta di frammenti dell’opera di Cees Nooteboom, selezionati dal filosofo tedesco Rüdiger Safranski. Nooteboom era convinto di non poter essere sempre la stessa persona, e perciò non richiedeva coerenza né dalla poesia né dalla vita. Piuttosto ne coglieva il paradosso, l’assenza di essenza.
L’11 febbraio 2026 Nooteboom è morto a Menorca, isola su cui abitava da cinquant’anni per parte dell’anno, dove era solito scrivere i suoi libri, e da cui non si è mosso (cosa per lui eccezionale) negli ultimi anni della sua vita. Aveva 92 anni e al suo attivo più di 100 volumi pubblicati. Era autodidatta, come gran parte dei grandi scrittori olandesi e fiamminghi della sua generazione, di cultura imponente e canone fluido (anche se quel canone, bisogna ammetterlo, conteneva poche donne). Tradotto in più di trenta lingue, letto e amato in numerosi paesi, la stampa ha parlato della sua morte in tanti idiomi. «Un morceau d’Europe» (Le Monde), «Viajero incansable de la memoria europea» (El País), «Ein ewigen Reisender» (Süddeutsche Zeitung), «Een literaire reus» (VRT). Tutti concordano che si tratti di uno degli scrittori più importanti del dopoguerra, menzionano i tanti premi, il premio Nobel su cui si è vociferato a lungo ma che non ha mai ricevuto, il suo essere scrittore più europeo che olandese (abitava una lingua piuttosto che un paese, anche se ne conosceva bene cinque e da più lingue ancora traduceva, incluso l’italiano). Tutti ribadiscono che era più amato fuori dai confini nazionali, soprattutto in Germania e Spagna, ma anche in Francia, Scandinavia, Sudamerica e nel mondo anglofono. Forse, così suggerisce lo scrittore Christiaan Weijts, era semplicemente lo scrittore coi migliori traduttori del mondo.
A vent’anni, Nooteboom inizia a viaggiare per l’Europa, facendo autostop. Non tornerà mai più davvero a casa. Viaggiando senza piani precisi sarà presente a tanti eventi storici e ne scriverà: Budapest 1956, Sudamerica dopo la rivoluzione cubana di fine 1958, Parigi 1968, Berlino 1989. Importanti sono anche le sue numerose incursioni in Spagna e Giappone e spazierà poi i continenti per andare dal Sahara alla Scozia. Come recita il titolo di un libro di conversazioni con Piet Piryns (scrittore e giornalista belga), Nooteboom non ha mai smesso di camminare. Non ha nemmeno mai smesso di leggere e scrivere, due attività per lui inscindibili dal camminare stesso. Nooteboom era non solo flâneur ma anche glaneur, raccoglitore di impressioni e di storie, ricollegando la lettura alla sua vecchia radice etimologica: lezen in olandese – e legere in latino – significava, in prima istanza, raccogliere. «Leggere è scegliere, ma per poter scegliere bisogna leggere» (da Pioggia rossa). Non amava i viaggi mirati, non prendeva per esempio la strada diretta e famosa per Santiago, ma ci arrivava per la via più lunga, passando per tutta la Spagna (Verso Santiago. Digressioni sulle strade di Spagna). Allo stesso modo, il suo viaggio per i 33 templi intorno a Kyoto ha assunto le sembianze di un labirinto più che quelle di una linea dritta. Ai suoi lettori ha offerto la sensazione di un orizzonte sempre visibile ma irraggiungibile, come scriveva uno dei suoi grandi ammiratori, lo scrittore argentino-canadese Alberto Manguel.
Prosatore di tante parole, era scrittore di una poesia piena di paradossi. De dichter is dichter in tanti sensi per Nooteboom: il poeta è, tautologicamente, poeta, ma anche più denso, più chiuso, più vicino alla sua essenza proprio perché l’uso che la poesia fa della lingua è di alienazione: «Una lingua che si comporta diversamente dal solito, che all’improvviso ti risulta strana. Sono le stesse parole di sempre, ma come se provenissero da un altro paese». Perciò Nooteboom constatava con rammarico la scarsità delle traduzioni della sua poesia (ad esempio, solo uno dei 21 volumi apparsi con Iperborea è di poesia, mentre Einaudi ha pubblicato altre due raccolte e una, la prima, è apparsa per Edizioni del Leone nel 2003). Chi ha letto la poesia di Nooteboom sa che i suoi temi principali ricorrono con insistenza. È una scrittura altamente autoreferenziale: le sue descrizioni del mondo sono spesso anche riflessioni sulla scrittura stessa. E, soprattutto, dal primo all’ultimo libro di poesie, Nooteboom riflette sul mistero del tempo e della morte, tematica di cui tutte le sue opere sono intrise.
Già nel romanzo che lo ha consacrato a 21 anni, Philip e gli altri, il protagonista è descritto come un vecchio bambino che non vive un giorno senza pensare alla sera e alla notte. La prima raccolta di poesie si intitola I morti cercano casa. Nel secondo romanzo, De ridder is gestorven (Il cavaliere è morto), ancora non tradotto in italiano, lo scrittore si suicida, mentre all’inizio di La storia seguente il narratore pensa di essere morto. Tutto questo girare intorno al tempo che non perdona, questo vivere sempre all’ombra della morte, unica e ultima verità, è palpabile anche nel terzo romanzo, Rituali, considerato uno dei capolavori di Nooteboom. Un altro dei suoi romanzi più conosciuti, Il giorno dei morti, chiude con una scena memorabile in un cimitero. Non sorprende quindi che Nooteboom abbia dichiarato che scrivere è mortalità posticipata.
Tra gli scrittori che affascinavano maggiormente Nooteboom troviamo, non a caso, coloro che erano in grado di fermare un momento e ampliarlo nei loro libri, come Marcel Proust e James Joyce. Nel rapporto paradossale col tempo, Nooteboom era pienamente consapevole del modo in cui un cervello mortale, contemplando l’eternità, diventa incommensurabile. Nondimeno, nonostante questa umana capacità di trascendere i limiti del tempo col pensiero, il rapporto con l’inesorabile scorrere di minuti e giorni rimane prevalentemente e indubbiamente tragico. La danza tra tempo e memoria ci tiene occupati finché c’è crescita e movimento – due concetti che di solito sono collegati alla vita, ma che in Nooteboom sono sempre, inevitabilmente, figure di morte, dato che ogni crescita e ogni movimento finisce per portarci lì. «Il tempo guarisce tutte le ferite, e la memoria le riapre. Ma il tempo non esiste se non per scomparire, e la memoria tiene la porta aperta col piede» (Voorbije passages; letteralmente Passaggi passati, ma il libro non è ancora tradotto in italiano).
Uno dei libri forse più memorabili di Nooteboom, in cui tutti gli elementi della sua opera si incontrano in una scrittura sul silenzio, è Tumbas – magnificamente illustrato, come diversi altri libri dell’autore, dalle foto di sua moglie Simone Sassen, fotografa di professione. In Tumbas Noteboom descrive l’assenza-presenza di poeti e scrittori nella loro nuova ‘casa’, la tomba, dove non stanno fisicamente, ma intorno a cui gravitano (per chi le ha lette) le loro opere. È un libro che dimostra in modo evidente che i viaggi di Nooteboom sono sempre anche viaggi nella letteratura. Quel che vede il suo occhio sono soprattutto pagine e parole. I dettagli colti sono materiali, sì, ma visti attraverso il filtro dei libri collegati al nome sulla tomba, e il confine tra realtà e finzione è labile quanto quello tra vita e morte. Le tombe sono ambivalenti: contengono qualcosa e non contengono niente. Anche al cimitero i poeti continuano a parlare, e c’è dialogo tra lettore e poeta. In fondo è sempre questo dialogo diretto a cui Nooteboom anelava, ragione per cui, spiega in Tumbas, bisogna leggere i classici per ultimi, quando si può capire che – attraverso le convenzioni letterarie, le forme del verso e i generi della prosa, oltre il muro del tempo – c’è qualcuno che ci parla.
Innegabilmente non si tratta solo di viaggi nella mente, però. Nooteboom viaggiava per il mondo per trovare queste tombe anche nella loro materialità. In Italia andava a trovare i ‘suoi scrittori’ al cimitero acattolico di Roma, sull’isola di San Michele a Venezia, e poi Dante, Leopardi, Calvino, Montale. Di Montale è stato traduttore (come pure di Pavese) e commentatore in vari libri e occasioni, sentendolo molto vicino. A suo avviso Montale scrisse di un «esistenza ineluttabile in cui si cerca comunque una via d’uscita, una via di fuga per sé o per l’altro». Ma il viaggio per arrivare alle tombe rimane prevalentemente un viaggio nella letteratura, che prende corpo e diventa parte del paesaggio descritto. Per la tomba di Robert Louis Stevenson deve arrivare fino a Samoa, scalare il monte Vaea, per poi sentire, nel vasto silenzio vivo di voci, una folata di vento oceanico che gira mille pagine in una volta. E a Père Lachaise, tra le tombe di Proust e Nerval, il ragno Umberto Eco tesse una rete di fili invisibili. Le relazioni tra i luoghi poggiano sulle parole e le tombe, vuote di corpi, sono piene di pagine e pensieri.
Quando si finisce di viaggiare e scrivere? La risposta nel caso di Nooteboom è: quando si finisce di vivere. Alla fine del saggio che introduce Tumbas l’autore dichiara che avrebbe potuto continuare a descrivere tombe fino alla sua morte, fino a chiudere la propria tomba su sé stesso.
«All’improvviso ho quella sensazione inquietante di non avere tempo per recuperare – mi sono già rassegnato al fatto di non aver fatto abbastanza – ma non leggere abbastanza è imperdonabile – come recuperare, e con quale sistema – soprattutto quando lo scorrere del tempo mi spinge anche nella direzione opposta, delle passeggiate, dei caffè, della giovinezza. Come sempre, le mie due vite si intrecciano – la vita vuota della spiaggia, o del rock e degli shorts attillati e la vanità delle vanità, e quel desiderio monacale di un’esistenza disciplinata e accademica – non essere due persone, ma una!
E poi dover ascoltare La vita nei libri di Borges. Il vecchio cieco in quella stanza piena di giovani. Che si inchina, alla fine, con le dita sul tavolo, come se dentro di lui ci fosse una molla, dopo aver recitato una delle sue poesie in spagnolo a una velocità vertiginosa, quasi per gioco – e il ritmo incredibilmente lento del camminare da e verso il suo posto. Alla fine, mi sono avvicinato per osservarlo bene – la pelle di qualcuno che passa molto tempo in casa – sopra la pelle di qualcuno che vive in Sud America – un effetto curioso, come la buccia di mele molto vecchie. Un ottimo esempio. Ho persino ricominciato a tenere questo diario» (De danser en de monnik. Dagboeken 1970-1995; Il ballerino e il monaco. Diari 1970-1995 – la traduzione è mia).







