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The Mastermind: la blue note di Kelly Reichardt

Davide PalladinidiDavide Palladini
7 Gennaio 2026
in Cinema
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the_mastermind_film_recensione

Forse è quella piacevole dissonanza che riverbera tra la terza e la quarta di un accordo, quella sensazione che sentiamo scendere lungo la schiena quando, posti di fronte alla promessa di un film su una rapina, ci ritroviamo a osservare per due ore – in realtà poco meno – la lenta frammentazione delle certezze di un uomo posto di fronte alla propria mediocrità. The Mastermind, ultima proiezione al 78° festival di Cannes, si è dimostrato l’ennesimo saggio della bravura orchestrale della regista statunitense Kelly Reichardt.

Reichardt non è nuova alla messa in scena di film di genere – in questo caso una rapina d’arte – ma abbiamo già visto le sue variazioni sul tema del western (Meek’s Cutoff) e del thriller (Night Moves), con un ormai consolidato stile minimalista e tempi molto dilatati, quasi contemplativi. Ma il cinema di Reichardt solo contemplativo non lo è mai. L’azione è lì, sotto i nostri occhi di spettatori, troppo quotidiana, troppo reale.

Picabia sosteneva che nessuno andasse al cinema per vedere il proprio comodino; Reichardt, con più lungimiranza, si è accorta che non ha senso rappresentare molto più di quanto la banalità della vita già ci offra. E in The Mastermind è proprio questo a prendere forma: il corso dell’inaspettato e dell’anti-spettacolare della realtà, con la negazione degli inseguimenti che spingono lo spettatore sull’orlo della poltrona, in favore di un intreccio quasi buffo, sicuramente dissacrante, torbidamente critico.

Nonostante la sua opacità, il messaggio del film è abbastanza intuibile, in filigrana per chi ha voglia e mezzi per allungare l’occhio; non è certo il primo né il più importante titolo presentato quest’anno ad aver dovuto mascherare il proprio messaggio politico, armonizzandolo nella melodia rassicurante del cinema di genere (si veda come la Warner ha spinto l’idea di film d’azione per raccontare Una battaglia dopo l’altra, o l’abile sfruttamento del paradigma western in Eddington di Ari Aster).

A rendere decifrabile il messaggio è un’America praticabile, che conosciamo bene: quella degli anni ‘70, con la Guerra del Vietnam – lasciata quasi sempre implicita – a fare da nota fondamentale allo svolgimento della trama. James Mooney (Josh O’Connor) è un uomo del ceto medio, con una moglie e due figli, dei “rich wealthy parents who provides and protect him”, uno stile preppy e quella che ci viene mostrata come una discreta cultura. La sua condizione è però stagnante: va tutto troppo bene, ma allo stesso tempo non è abbastanza per le sue possibilità, manca quel settimo grado, la tensione che tenga acceso lo slancio vitale. James decide allora di organizzare il furto di alcuni quadri astratti in un museo a cui la famiglia è iscritta, ma che frequenta di rado (a voler sottolineare come le scelte della classe media integrata siano sostanzialmente delle facciate). Durante la pianificazione del colpo sembra proprio un vero genio del crimine, un “mastermind” appunto. Quale ironia! Ogni cosa, a partire dalla mattina stessa della rapina, va male: i figli a casa da scuola, la pessima scelta dei complici, i bambini che infestano il museo per una ricerca. Purtroppo per James, però, non è il mondo ad essere programmato contro di lui, ma sé stesso. Kelly Reichardt ci sta mostrando la mediocrità del protagonista attraverso il graduale collasso dei suoi grandi piani.

Ed è proprio quella guerra in sottofondo a dare il colpo di grazia. Al consiglio di un amico di fuggire in Canada, Mooney si chiude nella sua mentalità da piccolo borghese, rifiutando di essere assimilato a quei giovani ribelli che fuggivano per disertare la guerra – quei draft dodger che, a differenza dei saccheggiatori di musei, trovarono l’amnistia di Carter. La sovrastima di sé è un fatto di costume, anche un uomo goffo come Mooney può credersi speciale se la società gliene regala i mezzi. Il prezzo di questa illusione diventa però l’assoggettamento inconscio ai modelli imposti da quella stessa società: il protagonista si dà alla macchia senza rinunciare ai suoi bei maglioni, né tantomeno al disprezzo per quelli che gli hanno insegnato a chiamare “veri criminali” (non è peraltro solo oltreoceano che si è tornati, negli ultimi anni, a riservare più clemenza verso i criminali di buona famiglia, rispetto a chi manifesta per la pace – e viene da interrogarsi se Dylan, con quella progressione ostinata di  terze discendenti ad accompagnare la frase “to show… that the ladder of law has no top and no bottom”, non ci avesse già spiegato tutto).

Oltre che per la trama inaspettata, il film sorprende anche – e a una prima visione soprattutto – per la sua costruzione plastica. Una fotografia morbida e calda, un ritmo sincopato e irregolare che scandisce le azioni non spettacolari in modo da non farle risultare mai banali, complice anche la dry comedy che innerva il film, con spunti di slapstick elegantissimo a punteggiare l’opera come lick di spirito. La coreografia della regista deve ringraziare anche l’eccellente partitura jazz di Mazurek, tra ottoni ovattati e snare spazzolati, che, con la sua atipicità per il genere, ci consente di immergersi in quella trama di continue ripetizioni, inciampi e deviazioni inaspettate.

Il cinema di Kelly Reichardt è, in ultima battuta, l’ulteriore dimostrazione di uno sguardo femminile trasposto e concentrato sul microcosmo della vita – contrapposto al cinema macrocosmico e verticale tipicamente maschile – che sta costellando di isolati cromatismi il nostro secolo. È come il piccolo racconto familiare in A Metamorfose dos Pássaros di Catarina Vasconcelos si rapporta all’epopea magniloquente di The Brutalist (Brady Corbet); il 16mm al 70mm; l’intimità alla mitopoiesi. Sono le vecchie superstizioni sull’evoluzione della vista umana – quelle che volevano la donna raccoglitrice, dalla vista allenata ai dettagli, e l’uomo cacciatore, specializzato nell’osservazione degli ampi orizzonti – che in qualche modo ancora ci attanagliano.

È però anche un registro marginale quello di queste produzioni, e di conseguenza marginalizzato dal mercato, che vede distribuzioni irrisorie in poche sale per ogni paese. The Mastermind non ha fatto eccezione; non è bastata la carriera della regista a ottenere una distribuzione poco più che capillare nelle sale italiane – certamente più fortunata di quella affrontata da Vingt dieux di Louise Courvoisier, esempio perfetto di un ottimo film reso invisibile dalla scarsa distribuzione (tra l’altro il film è arrivato al pubblico internazionale col titolo Holy cow, parallelismo interessante con First cow della stessa Reichardt).

Nell’attesa di un tempo più propizio per le sale, la piattaforma di streaming cinefilo Mubi, responsabile della distribuzione del film, ha avviato una retrospettiva sulla regista, mettendo a disposizione degli abbonati una selezione organica di lungometraggi che tracciano l’evoluzione della sua poetica, ad accompagnare il rilascio online di The Mastermind, avvenuto il 12 dicembre scorso.

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Tags: cinema americanocinema d'autoreFestival di CannesKelly Reichardt
Davide Palladini

Davide Palladini

Nato a Mantova (2005), frequenta il DAMS all’Università degli Studi di Udine; vive tra poco più di quattro pareti, due vagoni e qualche libro aperto per terra, uno spazio sufficiente, almeno così dice. Ha scritto il suo primo cortometraggio per la città di Gorizia, ma continua ad appuntare tutto ciò che incontra: sceneggiature accanto a poesie, dialoghi accanto a pensieri non ancora formulati, spesso senza netti confini. I suoi interessi riguardano cinema sperimentale e letteratura, ma ha giurato che non rinuncerebbe mai a nessuno dei suoi sensi, nemmeno al tatto.

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