C’è una raffinata memoria letteraria nella raccolta di racconti di Andrea Inglese, Storie di un secolo ulteriore (DeriveApprodi 2024). C’è un presente inattuale, anticipato da Kafka e Alberto Savinio, che risente di gesti e immagini del ‘900 e che è scomposto e disperso nell’ossessione attuale dell’Unico e del Globale di questa prima metà del secolo.
Nei racconti di Inglese, poeta e narratore raffinato, fondatore di un blog indispensabile come ‘Nazione Indiana’, c’è il “qui e ora” della guerra, nella forma genocida, nella forma dello spettacolo della ferocia che riverbera negli omicidi condominiali, nelle lotterie TV e nei reparti di malattie pediatriche.
Sembra impossibile, eppure il dono della scrittura solleva fino allo stato più leggero dell’atmosfera la realtà dell’estinzione. Ciò per dire che lo scrittore ne lavora l’arte in flussi narrativi insospettati. Bisogna però avere in testa il magnifico film di Neill Blomkamp, District 9. Mostri, alieni, semiumani, animali mutanti e non, sopravvissuti alla catastrofe, neo-viventi e viventi indefiniti, teatranti di strada ed eremiti, poetesse, marginali e immigrati comprati da ricchi post-umani per operazioni domestiche, popolano la scena, macchine umane con figlie al seguito affette da social e Intelligenza Artificiale.
Disoccupati mangiano farine animali, schizofrenici cacciati dagli ambulatori se la fanno con ambulanti e guardie giurate. L’acuto sarcasmo e l’affilato umorismo dei microepisodi riempie d’aria il fondo cupo e inenarrabile di ciò che viviamo. Ogni storia ha un ‘wiz’, ogni piccolo personaggio emerge dalle parole e vi affonda ma non vi perisce, perché è raggiunto da altre veloci apparizioni che occupano uno spazio infinito.
Nel tempo concentrato di un episodio, infatti, voci e corpi quasi evanescenti corrono una geografia che è un puzzle continentale: nani russi e bande assassine sud-statunitensi, robusti portoghesi e poetesse africane, tipici maschi reazionari italiani, crudeli guardiani est-europei e poliziotti meticolosi che strangolano tipi “poco raccomandabili”. Ma c’è chi ancora rivendica l’umanità e ne lamenta la scomparsa. Inglese qui dimostra che sono proprio quelle voci ad aver compiuto, con l’ipocrita appello ai valori, i massacri più orrendi.
In questa zona morta – un locale, uno scantinato, una sala vuota, un garage – si mette in scena la truce parodia di una situazione ordinaria: tizi alla Vladimiro ed Estragone (Aspettando Godot è l’ambiente virtuale in cui vivono i racconti), vittime e carnefici di tipi in calzamaglia, terroristi “fai da te” si aggirano in spazi stretti, a volte praticando un erotismo da sgabuzzino. Il teatro dell’assurdo è così vicino alla porta di casa che sospiri, strepiti, pianti e persino immagini penetrano da mura sottili. La convocazione di un’assemblea condominiale nel racconto omonimo non può che avere un esito imprevisto.
È un “teatro di vita” prossimo alla chiusura, quello di cui si racconta, l’unico che ha la potenza di sovvertire il regime mortifero del mondo. Ed è una pratica solitaria, quella del povero pazzo che lascia il lavoro, si spoglia in piazza, indossa un lenzuolo sulle spalle e comincia ad inveire la verità sulla grande rappresentazione del mondo: lo spettacolo osceno in cui si spalmano escrementi sulle pareti, trascinando con sè anche gli animali, i pesci, gli insetti, le vegetazioni, gli organismi invisibili.
Il teatro degli zombi infatti non ha una platea, tutti sul palco si fingono vivi, vanno in palestra la sera, verificano di aver detto delle cose, di abitare un quartiere, di possedere e soprattutto di poter schiacciare gli altri – fino alla morte per la vita.
D’altra parte aleggia la consapevolezza che il mondo “si è protratto molto”, e che le idee del fagiano, del trattore, della circonferenza e dell’autoregolazione del mercato non sono di grande utilità. Dunque bisogna cogliere la pendenza, l’angolo di caduta per poter partecipare al declino piuttosto che contrastarlo, perché questo non si può.
Ma il o la democratica che vorrebbe opporsi in questo modo al discorso fascista corrente solo perché è consapevole, al momento di aprire bocca balbetta che “è indegno!”, che ci sono dei mostri a cui lasciano fare etc. Non si rendono conto che la vecchia storia dell’essere umani, del rimanere umani e dell’umanità è stata sostituita da una tabella, ampia e comunque precisa.
E dunque, c’è alternativa? Sì, vivere non come se ci fosse un mondo ma come se non ci fosse, ovvero, con il privilegio di chi narra, raccontare la verità, in modo da far scomparire e riapparire la realtà nella sua pienezza assoluta. Si tratta di una vitale diserzione: essere nel mondo ma non “del” mondo.
Perché bisogna capire cosa fare con gli extraterrestri come si narra in Storia dell’extraterrestre: essere rapiti o cercare di decifrarne il linguaggio, o comunicare attraverso il risiko e gli scacchi, o offenderli senza volerlo, o diventare carne da cannone per loro. Farsi amico degli alieni comporta comunque dei vantaggi su Facebook e Instagram. Ma soprattutto, disertare con gesti, parole e cose, apre infinite possibilità di narrare:
“di ogni cosa che è cascata sul piede; di ogni cosa che è rimasta sullo stomaco; di ogni cosa che mi fa vedere rosso; di ogni modo per ammazzare uno della famiglia; di ogni fungo di cui non so la velenosità; di ogni frase che riesce a farti incazzare; di ogni cifra tranne quelle che mi fanno piangere”.
Del resto la scoperta del fuoco è stata un errore dovuto a imperizia di chi
“doveva rimestare con la terra, le pietre, le cortecce, gli arbusti e le ossa di animali e ci sono poi voluti gli esperti per dire a tutti che “più le cose sono spiacevoli più è probabile che siano complicate. E’ proprio il caso della guerra”.
(Storia della scoperta del fuoco)
Disertare ci salva da tutto questo perché ci fa scoprire che il mondo non finisce dove finiscono le notizie, o i commenti, ma che esiste qualcos’altro di duro e opaco dove semplicemente le cose accadono nel loro fragore impensato. E questa è un’ottima notizia.

A. Inglese, Storie di un secolo ulteriore, DeriveApprodi 2024, 128 pp. €13.
in copertina: foto di Daniel Dan su Unsplash.







