Una delle cose più imbarazzanti da fare in metro a Milano è scoppiare a ridere di punto in bianco; magari è anche l’ora di punta, la rush hour milanese delle 8:15 di mattina, in cui i tristi impiegati si stipano nei vagoni come blocchi di Tetris. È quello che è successo a me, mentre in mezzo a questo groviglio di (peli?) persone, cercavo di districarmi, ritagliandomi uno spazietto in cui tenere più o meno aperto il nuovo libro di Lavinia Mannelli, Storia dei miei peli. Ho riso di gusto, anche se per una frazione di secondo e ho poi subito tossito per farlo sembrare un malanno stagionale, ma questo non è bastato a evitare che sprofondassi nella vergogna sotto gli occhi dei pendolari mattinieri.
La copertina poi, per chi ancora non l’avesse vista, è piuttosto esplicita. A mio avviso geniale, ammetto di aver passato un quantitativo di tempo vergognoso ad accarezzare la scritta “peli” disegnata con quello che mi immagino possa essere un pennello di Pro-create rinominato “Peli realistici rasati”, su uno sfondo “mattonellato” rosa, che mi ricorda tanto il bagno di mia nonna. Quindi dopo avermi sentito ridere, si sono tutti girati e hanno visto questa splendida copertina con i peli stampati in caratteri cubitali, che inutilmente cercavo di nascondere tra le mani. Lo sguardo assonnato del milanese medio sulla M1 si è svegliato solo per indignarsi. Ma la vergogna momentanea non è durata molto, perché ero arrivata a un punto particolarmente succoso del secondo libro dell’autrice Lavinia Mannelli, che già mi aveva strappato qualche risata (non in metro) con il suo primo L’amore è un atto senza importanza, ma che ora mi ha totalmente conquistata.
Menzione urgente è la scrittura di Mannelli, così informale, ma allo stesso tempo così brillante da farti sentire davvero seduta al tavolino di un bar a chiacchierare con un’amica. E così l’ho percepita fino alla fine: un’amica che sta raccontando le sue ultime disgrazie, le sue paranoie recenti e le sue lamentele infinite, e ho ascoltato tutto con piacere. Tra una gif della Signora in giallo e l’altra, l’autrice non nasconde di certo la sua erudizione accademica: moltissimi sono infatti i riferimenti a grandi titoli, autrici e autori, nonché a concetti, correnti o tesi per lo più legati al femminismo.
Lavinia Mannelli introduce la sua omonima protagonista: Lavinia è una dottoranda presso l’Università di Pisa; vive ancora con sua madre, con la quale ha un rapporto controverso; le sue giornate si alternano tra l’angoscia di essere perennemente al verde e le battaglie sociali che porta avanti con orgoglio, dall’orto comunitario al movimento NoShave/Me, di cui è una socia fondatrice. La vita di Lavinia pian piano si complica, soprattutto quando le si presenta davanti inaspettato il dilemma morale che mette alla prova tutto quello in cui crede: rasarsi, per una sostenitrice del movimento NoShave/Me, contraria dunque all’epilazione in quanto forma di sottomissione e repressione patriarcale, sembrerebbe l’ultimo degli orizzonti possibili, e invece la chiave che potrebbe svoltare la sua intera esistenza sta proprio lì. Su Only Fans non si vendono solo foto di piedi o abbonamenti ad account hot, ma a quanto pare anche peli, tagliati, rasati, estirpati in tutti i modi, e questa miniera d’oro porta Lavinia a fare il salto di qualità da dottoranda squattrinata, a borghese con l’appartamento in centro.
È merito di questo fantomatico benefattore del pelo femminile, un certo Daniel85, che, se all’inizio infastidiva Lavinia, pian piano diventa una presenza fortuita, poi gradita e infine indispensabile. La suoneria personalizzata di un corvo cra cra ricorda alla protagonista che sta arrivando una nuova colata di cera. Tradotto: il suo sussidio economico.
Quanto può durare però questa fantasia? Sebbene l’intreccio del romanzo si snodi principalmente su questo binario, è proprio tutto il resto che rende irresistibile la lettura. I pensieri di Lavinia, le sue infinite citazioni, le sue paturnie e le sue fisse, i rapporti con gli amici, con Riccardo, con sua madre, tutto quello che apparentemente può essere percepito come contorno, è ciò che invece crea la sostanza. Per carità, la storia dei suoi peli è effettivamente avvincente e io stessa ho divorato queste pagine proprio per sapere come sarebbe andata a finire, ma nell’attesa degli sviluppi mi sono, per così dire, “goduta il panorama” sulla vita della protagonista, che si stava lentamente sfasciando.
Dietro alla chiacchiera da bar in realtà ci sono temi tutt’altro che superficiali – ma del resto sono proprio questi gli argomenti che escono fuori dopo qualche bicchiere – a partire dalla condizione della donna e del rapporto col pelo, e con il corpo in generale; i fenomeni di beautification; ma anche la condizione dei dottorandi italiani sfruttati e illusi da un sistema fallimentare; il voler credere e mettere in pratica i propri ideali che si scontra con il bisogno di inserirsi e vivere dignitosamente nella nostra società. Insomma i temi che tocca Mannelli potrebbero davvero essere quelli di una tesi di dottorato e forse in parte questa è una sua tesi, tanto che un dettaglio sfizioso sono proprio le note lungo il testo che lo fanno sembrare un eccellente lavoro accademico.
C’è un passo molto significativo a mio avviso, nel quale emerge il nodo della questione etica che pone il romanzo:
«Sono stata meglio, infatti, perché sapevo di farlo per uno scopo nobile: il mio sostentamento. Farmi la ceretta per Daniel85 è una forma di autodeterminazione femminista. Anche la partigiana Lidia Menapace lo ammette: “Quando ho fame, io venderei qualunque cosa per un panino”. Me lo ripeto e scandisco bene le sillabe. (E tu, quanta fame avevi? Dissociarti mentre diventi una creatura divina, un’ombra seduttiva ma solo temporaneamente? Ffffatto)». (p. 107)
Il dottorato di Lavinia si concentra appunto sullo studio delle partigiane nei romanzi del canone maschiocentrico; dunque le sue, come le chiama lei, “personagge” vengono elevate a modello di comportamento. Guardando loro e i compromessi ai quali sono dovute scendere per sopravvivere, Lavinia giustifica le sue scelte additandole come risposta a un bisogno. Certo, quelli delle partigiane e quelli di Lavinia sono ben diversi, ma non completamente, così la resistenza della seconda guerra mondiale finisce per diventare una cartina tornasole non solo della vita di una dottoranda non pagata, ma in generale di tutte le donne nella sua stessa situazione. La questione è lasciata piuttosto aperta nel corso della storia, anche se Lavinia si vergognerà della sua scelta, tacendola a tutta la sua cerchia di amici e rimproverandosi di volta in volta con la sua personale voce della coscienza, ovvero sua madre.
Mi sembra lecito individuare dei termini cronologici per scandire meglio il testo: avanti vendita dei peli e dopo vendita dei peli, e cioè prima che Lavinia si piegasse alla morsa capitalistica di Daniel85 e dopo. La prima metà del libro può essere considerata una parte introduttiva in cui Lavinia, che è ancora un fuoco eco-trans-femminista radicale, viene posta davanti al dilemma morale tra la scelta di sopravvivere sacrificando i propri ideali oppure di rimanere fedele ai suoi principi, ma mangiando solo banane dell’Eurospin. È una parte più improntata alla riflessione moralistica; Lavinia inizialmente non prende neanche in considerazione la proposta di Daniel85, ma a lungo andare comprende come sia una soluzione piuttosto sensata a tutti i problemi che sembrano proliferare come funghi nella sua vita. Questo dilemma etico, fondamentale per l’impulso iniziale della narrazione, a mio avviso nella seconda parte recede in secondo piano, lasciando spazio ad altri temi. Ovviamente la svolta – giustamente aspettata – che prende il testo è incredibilmente soddisfacente (facevo il tifo per dare uno stipendio a questa ragazza), ma, una volta accettate le condizioni del suo datore di lavoro, mi chiedevo come sarebbe potuto continuare il romanzo.
Lavinia lentamente scivola in una vita che non aveva mai sperimentato prima: per questo spesso le sue scelte appaiono come quelle di una bambina in un negozio di caramelle e va bene così, è vera anche in questo. Ma il negozio di caramelle pian piano comincia ad assorbirla, a plasmarla, a entrarle nel cervello rendendola quasi ossessionata dal suo nuovo business: da un lato il lusso di non doversi più preoccupare dei soldi, dall’altro la lenta disgregazione morale che la porta a isolarsi sempre più. La risposta di Mannelli – mi domando se l’abbia trovata dopo aver avuto l’idea della vendita dei peli oppure ce l’aveva in testa sin dall’inizio – è stata geniale: Lavinia accede a una dimensione altra. Non solo a livello mentale, emotivo e nei rapporti con gli altri, ma anche fisicamente!
Il finale, sebbene in parte il terreno fosse stato già preparato nelle pagine precedenti dall’autrice, comunque risulta spiazzante, surreale, ma proprio per questo è potente. Una conclusione assurda per qualcosa che invece è pura realtà.
Storia dei miei peli allora si configura come una ricetta vincente: su un fondo di cinico umorismo, spiccano riferimenti pop e culturali, fatti da una protagonista incasinata, più che mai reale, che si trova ad affrontare i problemi della nostra società. Una lettura apparentemente leggera nelle prime pagine, ma via via sempre più densa, che ci fa chiedere alla fine cosa avremmo fatto noi al posto di Lavinia.

L. Mannelli, Storia dei miei peli, Roma, 66THAND2ND, 2025, 288 pp., 18 €.








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