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Home Interviste

comizi dà more #4 • Antonio Francesco Perozzi

Francesco CiuffoliAntonio Francesco PerozzidiFrancesco CiuffolieAntonio Francesco Perozzi
5 Dicembre 2025
in Interviste, Poesia
0
comizi dà more #4 • Antonio Francesco Perozzi

Se fino al secolo scorso, come dicevamo, l’individuo letterario, produttore di versi e/o di prosa, risultava investito di una certa aura sacrale, mistica, quasi divinatoria – in quanto membro di quella società superiore, intellettuale –, oggi ci appare sempre più evidente – salvo casi eccezionali – come questa figura, in particolar modo quella poetica, sia quasi-scomparsa dall’immaginario della persona comune. Persino per i più romantici, questa fantasmatica e nostalgica presenza nel mondo del poeta, non rappresenta che un puro e semplice anacronismo, uno oramai quasi del tutto scaricato anche del suo più antico e regale fascino. È a tal proposito che abbiamo deciso quindi di intervistarti, per ridare corpo e forse speranza alla figura dello scrittore di testi poetici.


CAPITOLO I. lavoro e privato

FC: Innanzitutto, in questi ultimi, ultimissimi anni, spulciando varie biografie di giovan* poet* italian*, si nota come sempre più scrittori e scrittrici si trovino a svolgere il ruolo dell’insegnante. Facendo anche tu parte di questo folto gruppo di persone, a cosa attribuisci questa similitudine lavorativa in chi scrive? È un bene o un male? Come mai sembra che i poeti non possano fare altro?

AFP: Perché con una laurea in Lettere puoi fare solo quello. Soprattutto se consideriamo che entrare in università è quasi impossibile (soprattutto se non hai un mammasantissima) e l’editoria e il giornalismo sono troppo precarizzati. (Questo, ovviamente, per chi ha bisogno di lavorare per vivere – se sei ricco non fai testo). Poi, certo, ognuno ha le sue motivazioni e i suoi approcci: io avevo scelto di lavorare a scuola già alle superiori, quando non avevo nessuna velleità scrittoria (ero felice). Quindi per me la scuola e la poesia hanno da sempre una certa indipendenza. Quanto agli effetti generali: a) credo faccia bene alla scuola che ci siano poeti nel ruolo di insegnanti, perché i docenti sono a digiuno di contemporaneo, e questo magari può farci uscire dal feticcio di, boh, Leopardi e Foscolo (prof di italiano boomer starter pack); b) se è approcciato seriamente, magari in una scuola reale (cioè non al classico di Roma nord), il lavoro a scuola fa bene ai poeti perché è un gigantesco esercizio di distruzione dell’ego. In classe devi far convivere un numero altissimo di istanze diverse, di responsabilità e chiavi di ascolto che ti spingono a smontare la centralità, la presunzione del tuo ego. Ed è noto l’ego dei poeti. Certo, anche qui è determinante l’approccio, perché esiste anche una continuità tra l’ego dello scrittore e quello dell’insegnante, che interpreta la cattedra come palco. Ma una scuola reale questo non te lo fa fare. Tifo le scuole che ti mangiano vivo; c) per contro è vero che un’esperienza lavorativa così condivisa può avere anche un impatto negativo sugli scriventi: fanno tutti la stessa vita, e questo entra nei testi. Lo scrittore che racconta il precariato scolastico è quasi un genere letterario. Non si tratta di merito, quindi, ma di metodo, di come viene alimentata la letteratura. Un altro genere in voga è il poeta-dottorando, che poi è un’altra condizione prevedibile, visto che in termini di capitale simbolico la poesia non esiste se non come ancella della carriera accademica. 

FC: Potrebbe secondo te essere problematico per la produzione letteraria, in particolar modo per quanto concerne quella poetica, che la maggior parte di chi scrive e pubblica in Italia si trovi più o meno sfacciatamente dentro quelle stesse istituzioni demandate a produrre la critica della produzione letteraria e/o a giudicarne la cosiddetta qualità, decidendo persino – anche in base a una certa rete di contatti – ciò che merita maggiore esposizione sugli scaffali delle librerie?

AFP: La maggior parte non direi proprio. Se con “istituzioni demandate a produrre la critica della produzione letteraria e/o a giudicarne la cosiddetta qualità” intendiamo le università, dentro di quelle, con potere decisionale, ci sono solo dei piccoli gruppi, assurti di fatto a piccoli potentati, che sì, condizionano lo sviluppo della poesia italiana e della sua ricezione. Ma come detto lo sbarramento a monte è molto forte: l’università promuove un’iper-competizione per cui sei educato ad anteporre il successo personale all’organizzazione collettiva; i posti e i fondi sono pochi; è gradita la conoscenza di un “introduttore” nel giro, o almeno una psicologia malleabile e scaltra abbastanza da riuscire nella costruzione di relazioni utilitaristiche e nel sopportare la pressione (delle psicologie incompatibili con il carrierismo universitario si parla davvero poco); i big già consolidati dirigono e posizionano eccetera. Quindi: esiste di certo un livello decisionale che orienta la poesia (con una dialettica interna, chiaramente, che in poesia spesso riflette quella tra lirici e sperimentali, detto non a caso con due parole pienamente novecentesche), ma il problema è proprio che la maggior parte di noi scriventi non ha vero accesso a quel giro. Non che sia desiderabile, anzi, ma di fatto la parte più importante del potere decisionale sulla poesia, quello che seleziona, storicizza, sposta i soldi, promuove e affossa le visibilità, trascende chi scrive. Se invece con “istituzioni demandate a produrre la critica della produzione letteraria e/o a giudicarne la cosiddetta qualità” non intendevi le università, non so cosa intendevi. Il mercato poetico è risibile e la scuola decisamente non ha potere decisionale. A scuola fai solo in parte un lavoro intellettuale-speculativo. Il grosso se ne va (deve) sul piano pedagogico e politico. Io punto a costruire con i ragazzi (e non su di loro) capacità introspettiva, coscienza collettiva e strumenti critici. Che sono l’opposto del pedigree spesso richiesto nei luoghi decisionali.

FC: Passando invece a altre questione, riflettendo sulla tua posizione sociale di professore nelle scuole. Come ti vivi il lavoro in rapporto ciò che fai al di fuori delle mura scolastiche?

AFP: Tendenzialmente, cerco di mantenere i due ambiti separati. Proprio per evitare il più possibile i momenti protagonistici, sia di fronte ai ragazzi sia di fronte ai colleghi. Poi, è inevitabile che i due ambiti si contaminino e che alla fine ciò che faccio fuori da scuola entri a scuola; ma, anche senza imporre steccati troppo rigidi (e con gli studenti anzi può essere importante anche far vedere che ci si può interessare di letteratura persino fuori dall’obbligo scolastico), vorrei essere visto a scuola per ciò che sono, o vorrei essere: un insegnante, magari anche un buon insegnante.

FC: Al di là dello stipendio, cosa è importante per te nel lavoro che fai? Reputi che il tuo lavoro sia in qualche modo utile a qualcosa o a qualcuno?

AFP: Siamo d’accordo sullo stipendio (comunque sotto la media europea), e mi riferivo a quello, implicitamente, nella prima risposta. Però la differenza di approccio a questo lavoro sta proprio nel superare questa soglia. Non parteggio per nessuna etica del sacrificio lavorativo (anzi, mi imbarazza e innervosisce), ma proprio perché quello che si fa a scuola è lavoro, nel suo senso negativo, solo in parte, mi infastidisce anche l’idea di fermarmi solo allo stipendio (pure fondamentale – non siamo ipocriti, e soprattutto siamo poveri). Certo, ci sono molte azioni del lavoro scolastico che ritengo completamente inutili, se non deleterie: il castello burocratico, che contribuisce all’aziendalizzazione della scuola, è cresciuto in maniera preoccupante in questi anni; così come ritengo ciò che concerne la “valutazione”, almeno per come la si intende al momento, lontano anni luce da ciò che mi piace della scuola, e che ritengo utile. Ci giravo intorno prima: la scuola pubblica è uno dei pochissimi luoghi in cui in maniera pressoché gratuita ci si può dedicare alla costruzione del proprio sguardo critico, della propria capacità introspettiva e relazionale, del proprio gusto estetico e del proprio pensiero logico e politico. Ricoprire il ruolo di chi stimola, facilita e guida in questo, per me, è decisivo. Non voglio essere retorico, non sto esagerando, credo davvero che sia un motivo per cui vale la pena esistere. Le relazioni significative che ho costruito con i ragazzi e le ragazze delle scuole in cui ho lavorato, il senso che ti dà di essere davvero rilevante per qualcuno, non l’ho trovato da nessun’altra parte, o quasi.



CAPITOLO II. educazione e crescita

FC: Quali sono le tue paure più grandi? Come le affronti o non le affronti?

AFP: Paure relative al lavoro di insegnante, giusto? Be’, la paura di fare qualcosa di sbagliato, sicuramente. Le classi scolastiche sono organismi davvero delicati: durante la lezione, quindi in contemporanea allo sforzo intellettuale, retorico e mnemonico che uno fa, bisogna tenere conto di 20-30 soggettività diverse e co-agenti (oltre che, per l’età in cui si trovano, particolarmente ricettive), quindi di una infinità di dettagli e asimmetrie che riguardano la classe sociale, il genere, la psicologia, il percorso didattico, le opinioni, le simpatie e antipatie reciproche, la sensibilità religiosa, la lingua, l’origine familiare, i disturbi d’apprendimento, le inclinazioni, i desideri, il mood del giorno, la noia, lo spinello prima della campanella, il lavoro a casa eccetera. Un’infinità. Intaccare questa scultura di vetro fragilissimo intervenendo male o fuori tempo è un attimo, un attimo rovinare l’esistenza di qualcuno. Questa sì è forse la mia preoccupazione più grande quando lavoro. Per questo dicevo della decostruzione. Bisogna sorvegliarsi, sapere che si sta incarnando un potere. E agire meta-convocandolo, manipolandolo in relazione alla dinamica che si compie in classe.

FC: Quanto di quello che fai fuori dalla dimensione lavorativa emerge in classe? Hai mai parlato di poesia contemporanea? Del tuo percorso poetico o di quello di altri tuoi amici e colleghi del mondo poetico? Come è andata?

AFP: A proposito del mio lavoro artistico ho già risposto. Quanto a quello degli altri, sì, mi capita di parlare di poesia contemporanea a scuola. Di solito quando introduco lo studio della poesia in seconda superiore, lo faccio mostrando in classe subito i modi “altri” di fare poesia – non solo quindi leggendo qualche poeta contemporaneo, ma mostrando anche l’asemico, il verbovisivo, lo slam. Credo inoltre che si debba parlare di più di poesia contemporanea, a scuola. Ma aggiungo: specie per gli insegnanti. Gli insegnanti sono in media debolissimi lettori di poesia (soprattutto contemporanea, ma non solo). La reiterazione di modelli di poesia davvero frusti – la poesia come confessione, come paesaggismo, “le emozioni”, “ciò che vuole dirci il poeta” – passa dagli insegnanti, ed è quindi in primis a loro che rivolgerei questo invito. Perché quanto agli studenti – soprattutto, come dicevo, se si insegna in scuole reali – bisogna anche avere l’umiltà di riconoscere che il discorso poesia proprio non li tange. Contemporanea o no che sia. Il contemporaneo quindi può servire, proprio, a far vedere che la poesia non è solo la nebbia agli irti colli. Ma credo anche che si debba un po’ rendersi conto dello spazio necessariamente limitato che occupa la poesia, nella vita delle persone. Questo spazio si può ampliare, migliorare, agire, va benissimo, sono d’accordo, ma anche la poesia come panacea dei guai scolastici mi cringia abbastanza. Altro protagonismo dei poeti, campioni mondiali in questo sport.

FC: Avverti una stranezza, una quasi-ambivalenza nella tua vita personale? Cerchi di tenere il più possibile divisi questi due piani della tua vita o, al contrario, cerchi di unirli quando ce n’è occasione?

AFP: Credo di aver già risposto, più o meno. Aggiungo: nessuna stranezza o ambivalenza. Scrivere e insegnare sono due attività molto diverse, con qualche punto in comune (di cui è centro, alla fine, proprio l’applicazione e la costruzione dello spirito critico, e una certa attenzione al linguaggio se ciò che si insegna è la letteratura). Bene tenere le sfere separate per quanto riguarda il ruolo di se stessi, il proprio nome e il proprio ego; giusto avvicinarle se può avere un’utilità pedagogica. Mi sembra raro, però. Davvero: a scuola ci occupiamo di tutt’altro. Più vado avanti più mi convinco che la scuola non è un ambito intellettuale, o non principalmente. Grazie a Dio.



CAPITOLO III. cattivi e buoni maestri

FC: Ti reputi un buon maestro? Che differenze trovi tra fare il professore e fare il maestro, inteso qui nel senso più largo del termine in ambito scolastico?

AFP: La parola “maestro” credo mi piaccia solo se associata a leggendari monaci Shaolin, al maestro Muten. Un maestro-asceta, l’arte marziale come superamento del dominio delle leggi terrestri sul corpo, una lama cinese che riflette le nuvole, una tartaruga sovradimensionata. La parola “professore” invece non mi piace mai. Questo per dire che non so se sono un buon maestro, perché non cerco di esserlo. Se parliamo di scuola, punto a essere, al limite, un innesco, un acceleratore di particelle critiche. Parlando di poesia, uno che scrive.

FC: Esistono invece, secondo te, i maestri in ambito poetico? Ti è capito di incontrarli e/o di porti tu in quest’ottica con qualcun*?

AFP: Non so se esistono perché non li ho mai cercati. Anzi, provo una certa insofferenza verso le posture reverenziali, inchino al Poeta che passa e labbra pendenti al suo Verbo, che non può essere dissipato, va raccolto in un calice, in una canestra. (Sostituisci Poeta con Professore e Verbo con Ultimo paper, poi, e il risultato non cambia). Ci sono molti poeti e poete che stimo, certo, poeti e poete senza la cui lettura non avrei imparato molte cose sullo scrivere, e anche sul rapporto tra scrivere e vivere. Molti di loro sono morti, altri sono vivi. Li seguo, leggo, apprezzo, ascolto. Alcuni di loro hanno ricambiato l’interesse, mi hanno letto, ascoltato e magari anche apprezzato, e gli apprezzamenti sinceri io me li appendo sempre nella bacheca della memoria, perché ne sono contento e ci tengo. È un fatto di umani che si cercano. Ma non ho mai voluto mettermi alla destra di nessuno, perché significa un po’ mettersi al servizio. Non so che dire, non è il mio modo di fare, semplicemente.

FC: Per quanto ti riguarda invece ti è capitato più spesso di incontrare buoni o cattivi maestri? E come ha influenzato la tua vita questa cosa?

AFP: Come sopra. Non so identificare “i maestri”, né ho particolare interesse (e neanche loro, se penso a chi penso). Persone che scrivono cose che mi piacciono, sì. Persone che mi hanno dato consigli importanti, offerto prospettive, spinto a fare, ricambiato lo sguardo, anche. Quindi in generale posso dire di aver avuto più influenze positive che negative da chi è più avanti nel percorso. Provo anche gratitudine, verso molti/e, ma non amo i santini. C’ho solo quello di Totti nel portafoglio.



CAPITOLO IV. pubblico e politico

FC: Che valore ha per te il politico? Che differenza poni rispetto alla politica? Ritieni di essere trasparente nella tua appartenenza a entrambi questi aspetti in classe come nella vita?

AFP: Più che un valore, per “politico” intendo una necessità. In quanto umani, si sta necessariamente nel politico. La rimozione del politico a scuola, esemplificata dal famoso adagio “in classe non si deve fare politica”, mi sembra la conseguenza di una serie di fattori intrecciati: la progressiva accettazione, negli ultimi decenni, dell’apolitico e dell’aideologico non solo come condizioni possibili (non lo sono) ma anche desiderabili; la progressiva tecnicizzazione degli insegnanti, spinti sempre più spesso a essere dei burocrati dell’apprendimento; la scuola come tendenziale roccaforte di una sinistra tutta astratta e sentimentale, che chiamare socialdemocratica è già un complimento, ed è in verità moralista e cripto-capitalista (anche se va detto che con Valditara la coscienza di destra-destra si sta facendo sempre più spazio – ne viene fuori un quadro ancora peggiore). Ciò che davvero viene estromesso dal discorso scolastico, quindi, non è la politica (che, come l’ideologia, è connaturata all’umano, quindi ai suoi gesti e alla gestione delle aggregazioni, compresa la scuola), semmai la classe. “Non fate politica con gli studenti” si può facilmente tradurre con “Non mettete in luce le contraddizioni del capitale”. Come posso esimermi, quindi, dal disobbedire? 😊 Poi, certo, non sono così ingenuo da non rendermi conto che esiste una lunga trafila di sottotesti che bisogna attivare oppure no con avvedutezza: le divergenze di opinione tra gli studenti, il ruolo dei genitori, il ruolo dei colleghi eccetera. Ma, appunto, non è solo un fatto di opinione. Io tematizzo l’esistenza necessaria della politica, la scuola come spazio politico e contraddittorio, la carica politica (azionata o subita) dei testi e delle materie che insegno, direttamente con gli studenti. Sulle questioni e opinioni politiche singole, poi, certo, riprendo il ruolo di interlocutore e maieuta. Ma cedere alla depoliticizzazione della scuola scientemente architettata negli ultimi decenni sarebbe un gigantesco errore.

FC: Concludendo, ci tornano ora in mente alcuni versi del Poeta che recitano: «Io non dico il privato è politico / dico anche il privato è politico». Ecco, da questo punto di vista, è mai emerso nel tuo lavoro o in altre sedi un certo indirizzo politico? Senti che il tuo privato sia in qualche modo anche politico?

AFP: Dicevo della necessità della politica, dunque: anche il privato è toccato dal politico. La stessa idea di privato ha un’origine politica. Da questo punto di vista, credo che l’impasse contemporanea sia esemplare: il capitalismo ha talmente colonizzato le coscienze che la barriera con cui trinceriamo il privato in una bolla di consumo e benessere individuale è diventata spessa come un muro di cinta. Rompere questa barriera è forse una delle sfide più difficili del contemporaneo. Intanto, comunque, non si fa mistero delle proprie opinioni. Io non ne faccio, e mi sembra questa una pudicizia imparentata con quella scolastica di cui dicevo sopra. Mi sento da tempo vicino a una prospettiva marxista e non l’ho mai nascosto né a lavoro, né sui social, né nelle presentazioni di poesia. Occorre però chiarire un solido but. Anzi due: 1) il discorso è diversissimo per quanto riguarda la scrittura; la poesia-denuncia, la poesia-manifesto sono forme di scrittura estremamente deboli. Perché sono appiattite sul messaggio e possono essere solo confermate o respinte dal lettore, che in entrambi i casi non fa un’esperienza di lettura significativa, qualcosa che lo sposti; 2) anche la politica può essere usata come etichetta identitaria. Questo risponde a un bisogno psicologico più che politico. Che non giudico, e cerco di comprendere, anche perché non voglio guardarlo dall’alto in basso e dirmene completamente esente. Non si tratta quindi di essere marxisti, nel senso di essere affiliati a un gruppo, sbloccare la skin marxista su Fortnite; si tratta di proporre idee o rilanciare idee che condividiamo. Una cosa che si sottolinea sempre poco, secondo me, della filosofia marxista, è che è trasformativa. È bottom up, è un esperimento. Questo è il contrario dell’identitarismo. Ho idea che questa cosa possa funzionare per renderci quantomeno la vita più vivibile. Ma non so né come si fa, né pretendo possa farsi da oggi a domani, né so se andrà bene. Non mi fido della militanza priva di spavento. 

FC: Pensi altresì che il privato debba assumere o assume già per te una posizione sul piano politico? Ritieni che l’esposizione politica debba trapelare maggiormente nel pubblico (qui inteso come il poetare e tutto ciò che ne ruota intorno) piuttosto che nel privato (qui inteso come il lavoro di insegnante, poiché mediaticamente meno esposto)?

AFP: Credo di essere stato abbastanza esaustivo nella risposta precedente. In sintesi: l’esposizione per me conta relativamente, soprattutto l’esposizione social, perché che lì si cada in un meccanismo identitario (l’identità è la specifica merce dei social) è molto frequente. Conta, quello sì, la coscienza (legata alla prassi, è ovvio). A scuola si lavora con e sulle coscienze, ne consegue che il politico (sempre per via maieutica ed esplorativa) non ne può essere escluso.



CAPITOLO V. sì o no

Ulteriori domande rappresenteranno il 5° e ultimo capitolo di quest’intervista. Riprendendo la struttura proposta da Pasolini in Comizi d’amore, sostituiremo al tema del sesso la tematica della poesia. Ti verrà quindi chiesto di rispondere e/o commentare quanto più brevemente alle seguenti affermazioni. [è gradito anche un semplice SI o NO]:

Schifo o pietà?

la poesia come schifo? NO

la poesia come pietà? NO

La vera Letteratura?

la poesia come sesso? NO

la poesia come hobby? NO

la poesia come onore? NO

la poesia come successo? NO

la poesia come piacere? NO

la poesia come dovere? NO



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