L’idea è semplice: un giovane professore annoiato scopre, nella biblioteca della casa di campagna di un amico, un libretto di un autore romantico mai sentito nominare neanche per sbaglio, che contiene assurdamente tutti i versi più celebri della poesia francese del tardo Ottocento prima che siano stati scritti dai loro stessi autori.
Aggiungiamo qualche nome (Vincent Degraël è il giovane professore; Il viaggio d’inverno il titolo del libro misterioso; Hugo Vernier, il nome dell’autore sconosciuto che non compare in nessuna storia della letteratura) e abbiamo il nocciolo di Il viaggio d’inverno, racconto di Georges Perec edito per la prima volta nel 1979 e ora pubblicato da Quodlibet con un sequel uscito dalla penna di Jacques Roubaud, Il viaggio d’inferno (traduzioni, rispettivamente, di Gianni Celati e di Ermanno Cavazzoni).
Nel racconto di Perec l’ipotesi che prende piede e agisce come una potentissima calamita paranoica lungo il pugno di pagine del testo è che molti degli scrittori più blasonati della letteratura francese siano dei gran farabutti che hanno saccheggiato e plagiato l’opera di un geniale, ombroso scrittore rimasto sconosciuto. Ce n’è abbastanza per fare perdere la testa al protagonista: ustionato da questo terribile sospetto, il suo destino sarà marchiato da ricerche furiose lunghe quanto la sua vita.
Questo caso di filologia fantastica prende, fin dalle prime righe, il ritmo del giallo storico. Siamo nel 1939: Degraël si segna su un quaderno la lista degli autori che avrebbero rubato i loro versi famosi dal Viaggio d’inverno (tra gli altri: Rimbaud, Mallarmé, Verlaine, Lautréamont), ma scoppia la guerra, la casa di campagna con la relativa biblioteca viene bombardata, il libro sparisce, svanisce ogni prova, si intensifica l’ossessione che farà del professorino Degraël una vittima dell’utopia di far saltare il canone letterario.
In sostanza, entra in azione quella Storia con la “S” maiuscola che Perec, nel suo W o il ricordo d’infanzia chiama, con un gioco di parole, «l’Historie, avec sa grande hache» (acca/ascia), quella Storia responsabile di aver reciso con un taglio netto, nel secondo conflitto mondiale, anche la famiglia e l’infanzia dell’autore. Il viaggio d’inverno non è solo la cronaca di un enigma bibliografico che ribalta il mondo della letteratura francese dell’Ottocento; è anche un racconto sottilmente autobiografico che ha una sua grazia malinconica.
Leggere Perec richiede spesso di sintonizzarsi verso microscopici rimandi impliciti (solo così si coglie, per esempio, vista la sua reticenza, la velata autobiografia sparsa nei suoi scritti): Hugo Vernier il fantomatico autore del Viaggio d’inverno, sarebbe nato (nel 1836, cioè cento anni prima di Perec) e morto in paesi che iniziano per “V”, come il suo cognome, mentre la sua opera esce dai torchi di una tipografia il cui marchio inizia per “H”, come il suo nome («Hervé Frères»). “H” e “V”, oltre a essere le iniziali invertite di Victor Hugo (col quale Hugo Vernier, proprio per questo motivo, viene confuso all’interno degli epistolari letterari), sono anche le iniziali dell’unico autore ottocentesco non esistente che compare in questo racconto: Hippolyte Vaillant.
Jacques Roubaud, amico fraterno di Perec e compagno di scorribande letterarie e combinatorie nel gruppo francese di scrittura sperimentale dell’Oulipo, ha scritto nel 1992 con il suo Il viaggio d’inferno (Le voyage d’hier, in originale) una suite del Viaggio d’inverno, una continuazione cronologica (qui siamo nel 1980) che è la prova di come una storia possa vivere oltre il proprio autore e proliferare in altre menti. Basti dire che nel testo di Roubaud ogni dettaglio del racconto originario viene amplificato, trasformato in un’occasione per estenderne l’arco temporale (nel passato e nel futuro) e geografico, arrivando, tra cavillosità frastornanti e arguti avvitamenti, al punto di fare incontrare lo stesso Perec (nel 1980 ancora vivo: morirà il 3 marzo 1982, pochi giorni prima di compiere 46 anni) con il figlio di un suo personaggio.
Giocando a sognare l’esplosione di un codice (questa vicenda di un plagio impossibile è la traduzione narrativa di un paradosso che l’Oulipo registra come «plagio per anticipazione»), di viaggio in viaggio, se ne crea così un altro, di codice: scrivere diventa un gesto condivisibile, socializzabile, una gara scanzonata e uno scherzo che sfiora continuamente la morte e la follia, in nome della sottoscrizione di alcune premesse inaggirabili, che fanno da regole del gioco (ci si muove dentro al mondo d’invenzione del racconto, se ne rispetta l’universo di possibilità).
Un’ultima considerazione. I due testi escono oggi, come dicevo, nelle traduzioni inedite di Celati e Cavazzoni, i quali firmano anche una coppia di postfazioni appaiate alle rispettive versioni. Questa è un’occasione per tornare alle parole di Celati, al suo amato Perec e all’ombra di un personaggio di Hermann Melville, Bartleby lo scrivano, il cui silenzio si deposita su tutte queste pagine, e sui casi degli uomini che raccontano.

G. Perec, J. Roubaud, Il viaggio d’inverno/Il viaggio d’inferno, trad. di E. Cavazzoni e G. Celati. Macerata. Quodlibet, 2025, 80 pp., € 12.






