Questi appunti nascono dall’attraversamento delle campagne delle province di Cremona, Parma e Piacenza in sella a una
bicicletta Motobécane, nell’arco giugno-ottobre 2025.

La prima impressione è stata quella di un budino allo zabaione che torreggia sulle acque del fiume. La cupola a piastre metalliche, le scenografiche pale rosse, le finestre vuote e l’insegna «hotel» cui manca la prima lettera (dov’è finita?): il mulino-albergo di San Nazzaro sta lì, un oggetto come un altro, dimenticato lungo la strada che fila sfiorando l’argine, tra cuboidi color pastello e vecchie officine, in una provincia che non potrebbe essere qui come altrove. Dopo aver costeggiato le cave di ghiaia, planiamo in bici e decidiamo di esplorarlo. La porta principale è chiusa, la vegetazione spontanea lo circonda. Il retro dell’edificio si affaccia su una piscina azzurra in cui una scolatura verdognola ospita qualche rana confusa. Residui di un bancone, sdraio intaccate da muschio e umidità, tralicci con faretti pieni di ruggine. Entriamo nell’edificio dal davanti, dopo aver sbirciato attraverso finestre che danno su una sala da pranzo deserta, i cui temporanei occupanti (pernottare qui, a San Nazzaro?) li immagino aspirati da un’astronave. Scendiamo dei gradini che ci portano a un piano interrato, dove la luce dei telefoni illumina un disordine che ha il retrogusto dello sfacelo. Un paio di sedie da ufficio sfondate, un contatore di cassa con il carrello cristallizzato nella sua ultima corsa. Qualche segno di bivacco (bottiglie, lattine di birra, graffiti) introduce allo sguardo le spire di un vecchio ciclostile che si apre a fisarmonica, in mille giri tortuosi, ai nostri piedi: fogli contabili, un elenco infinito di dati risalenti a trent’anni fa. Seguendo i suoi avvolgimenti, come in una fiaba, l’attenzione va a una mensola poco lontana: lì, carte ancora più vecchie: lettere d’amore, un referto radiologico degli anni ’50 (fatto a Cremona, battuto a macchina, c’è un refuso). Forzo la porta blindata di una cella frigorifera, ci entro: piena di ragnatele, nessuna mummia padana. Pensiamo di salire, ma le scale di questa sezione di edificio sono murate. Ci spostiamo in altre stanze dove lo stesso set di elementi, gli stessi pezzi di puzzle incontrati negli ambienti precedenti sono montati in un modo diverso, ispirano una sensazione sinistra, sgradevole. Un gatto morto mette fine alla spedizione. Ho parlato, poi, pieno di entusiasmo, di questo mulino: a quanto pare, quando era in attività, godeva di un’aura ambigua, un vero Moulin Rouge fluviale.
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Mi lancio su viuzze golenali e provinciali disastrate, filo svelto su ciclabili fresche di asfalto, griffate «VenTo». Passo in mezzo a una campagna immobile; la mia velocità non la sposta di un dito. Mi oriento a vista, uso poco il telefono: preferisco fiutarlo da lontano, l’affiorare di un acquedotto, di un silos. I campanili sono uno diverso dall’altro, come per selezione naturale; ce li vedo, i loro antichi architetti, che si spiano a vicenda dalle più alte bifore, binocolo sul naso. I pensieri sono interrotti da conigli terrorizzati che mi tagliano la strada; da irrigatrici che mi stracciano (a volte, effetto collaterale: un arcobaleno). A San Daniele Po (ma la cosa capita spesso, per esempio all’ingresso di Isola Serafini), di fianco a una casa con le tapparelle abbassate, una barca schiodata fa da fioriera. Le barche, in questi territori liminali, divisi tra zolle coltivate e rive sabbiose, si prestano a tutto: le trovi buttate fuori dalla porta di casa, con dentro un gatto; rivestite da un telo di plastica fanno da cisterna per dei pomodori che crescono qualche passo più in là.

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Come la gigantografia del biglietto da un dollaro, l’occhio di Dio dall’alto della facciata della chiesa dei Santi Nazaro e Celso domina su tutto quello che si stende al di sotto (In God we trust). Sotto, Stagno Lombardo, e il solito fondale piatto con i corrugamenti degli argini, i confini irregolari dei campi e le fosse dei bodri: una banconota spiegazzata. Approfittando della bella giornata vado a Stagno, via Brancere. Qui faccio sosta, per la prima volta, al piccolo cimitero dove so che c’è la cappella della famiglia Germani (porta chiusa, spio dai vetri). Le lapidi, nuove, sono dense di storie vecchie, ottocentesche (me ne aveva parlato Bianca): mogli infelici, un garibaldino caduto sul campo, un figlio morto giovane. Prima di andarmene metto una mano sul muro scaldato dal sole calmo di ottobre, in corrispondenza della tomba di Argento Germani. È un gesto istintivo, improvviso, un saluto e un omaggio al tempo stesso (di lui scriverò dopo; vorrei saperne di più). Mentre sono in sella mi viene incontro un rimorchio, nell’abitacolo due persone, che in questo mare di stoppie si tirano dietro una barca.

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Oggi Soarza, Villanova sull’Arda, San Pietro in Cerro, Cortemaggiore, Caorso, Monticelli, e da lì a Cremona. A Cortemaggiore mi sono fermato in via Cavour, a un bar-pasticceria sotto ai vecchi portici (ricordo improvviso di me bambino, tra questi colonnati: io e mio papà, mercatino delle pulci, mia delusione inghiottita per un paio di roboanti spalline da ufficiale napoleonico, lasciate lì, mai comprate). Ho ordinato un caffè macchiato, due fiamme (al cioccolato bianco e al pistacchio), un bicchiere di acqua frizzante. Tra Cortemaggiore e Caorso, vicino a un cimitero, una vespa mi si è infilata nei pantaloni e ha cominciato a pungermi come un’ossessa: freno di colpo, appoggio la bici contro la rete di un orto, attaccato a una casa mi slaccio la cintura e mi tolgo a razzo quello che posso, ribalto i pantaloni per fare uscire la vespa ma, chiaramente, non la trovo. Rimango così, in mutande, dolorante, a bordo strada, sventolando i pantaloni ribaltati in faccia alle macchine che vanno a Cortemaggiore, come in un nostalgico addio.
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Ho fatto un nuovo giro ad anello partendo da Cremona fino a Busseto, via Villanova sull’Arda, per poi chiudere con il ponte di San Daniele Po e il ritorno in patria, via il solito Stagno Lombardo. Possibile siano una sessantina di chilometri. Mi sono sentito come Magellano. Non avevo carta e penna con me, ho preso qualche appunto sul cellulare, nei due momenti in cui mi sono fermato in un caffè. A Villanova sull’Arda, al Bar Centrale, seduto a un tavolino di plastica azzurra «Motta», sotto un tendone oltre il quale osservo i fili di pioggia cadere. Ho bevuto un caffè macchiato e mangiato tre offelle; sacchetto di plastica sopra al sellino. Ogni tanto guardo la mia bici che si prende un po’ d’acqua. Aspetto che spiova per proseguire, se ce la faccio, fino a Busseto. Purtroppo, nello zainetto non ci stava altro e non ho nulla da studiare o leggere con me. Prima di andare a Busseto scopro e mi intrufolo nella villa agricola Pallavicino (XVIII secolo), visito tutte le stanze sui tre piani (molti mattoni impilati come panetti di burro, graffiti, botte gigantesca nella penombra del piano terra, tra fango secco e ragnatele: ingresso e uscita assicurati, tra rovi e muro perimetrale slabbrato, da una cassetta portabottiglie disposta da una mano gentile, a fare da gradino). Piove molto e me la cavo con il k-way. L’ingresso a Busseto: non poteva essere migliore. Mi riparo dalle ultime gocce sotto i portici solitari di via Roma, dove un passante ha impresso all’aria ingolfata tra le volte a botte un gradevole profumo di sigaro che si unisce all’umido della pioggia. Ora bevo un caffè macchiato al Caffè Centrale, con quattro piccoli biscotti, di cui tre sono baci di dama. Poi Polesine (pontile galleggiante, sette sedie vuote rivolte al flusso del Po, lieve tappeto sonoro di muggiti dall’altra sponda), Pieveottoville, e il ponte di San Daniele. Il mistero avvolge con le sue spire il quarto biscotto.

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Avevamo da tempo in mente di esplorare Isola Serafini, una distesa di campi con qualche cascina a perdita d’occhio, qualche stalla, il tutto circondato da un ring interrotto, quasi come in Islanda. Scherzando ho chiamato l’isola, infatti, la nostra Islanda. Isola: il corso del Po, tra San Nazzaro e Monticelli si sdoppia: un’ansa segue il suo percorso serpentino, un braccio prosegue dritto: insieme delimitano una formazione insulare dalla vaga forma di cuore. L’isola si percorre, dicevo, da un mezzo anello sopraelevato (dal quale non sempre si vede il fiume), anello che consente una prospettiva a volo d’uccello. Se uno non sapesse di trovarsi su di un’isola, senza mappa o satellite, potrebbe percorrerla tutto il giorno senza trovare un’uscita dall’irregolare reticolato degli sterrati interni: l’unica via di fuga, infatti, è la via d’ingresso, il ponte che collega Isola Serafini a Monticelli, in corrispondenza di un sistema di chiuse che interessa il braccio più dritto del fiume. Su ogni cosa aleggia un tempo morto, e tutto è morto, a parte la trattoria Cattivelli, dove è approdato un pullman di anziani; ma siamo vicini al ponte: il resto dell’isola è gonfio come un palloncino, e non si incontra nessuno. Su qualche casa il cartello «Zona soggetta al controllo del vicinato», con allusione a un fucile da caccia sul quale poco volentieri viene lasciata depositarsi la polvere. Abbiamo seguito la strada alta fino a che non è pian piano naufragata nelle zolle erbose al bordo di un campo; da lì, scesi di sella, ci siamo arrampicati tra i rovi per raggiungere un’altra strada laterale, nascosta da un argine interno e chiusa (semichiusa, ce ne siamo accorti dopo), sul nascere, da un cancello. Percorrendo questa strada privata, ampia, in terra battuta e ghiaietto, con tanto di segnalatori stradali, siamo finiti in un’area di dragaggio (suppongo): lì, lontana, si intravvedeva la chiatta «Erika». Abbiamo lasciato le biciclette vicino a un tronco bruciato (in vista le schegge, le spaccature in cui si è fratturata la base e che ne hanno causato il crollo) per camminare incuriositi verso questo specchio di acqua chiusa, una sacca di fiume inglobata nelle sabbie insulari che ci si apriva davanti come l’interno di un cratere. In effetti, l’aspetto del paesaggio era lunare: terreno sabbioso con praline argillose, sassi piccoli e arrotondati crocchiavano sotto le scarpe. Impronte di cane, molte di uccelli, che zampettano soprattutto sui piccoli strapiombi franosi. Sole. Silenzio. Ogni tanto il colpo di coda di un pesce, che echeggiava sulla superficie della Luna, e arrivava agli astronauti insieme all’illusione felice e orgogliosa di avere scoperto qualcosa.

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L’altro ieri abbiamo fatto la strada verso Busseto. Siamo tornati col buio della notte fonda, tra luce di luna e cimiteri di campagna. All’una eravamo a Cremona. Una tappa è stata Sant’Andrea, circolo Acli (chiuso) in una scuola elementare stile ventennio. Tavoli da sagra con incerata, erba finta, resti di grigliata, alle porte di legno affissi volantini elettorali sorpassati dagli anni. Siamo andati a vedere il Po a Polesine (profumo di timo nell’aria) e, dopo aver fatto un paio di ore prima, a Busseto, un aperitivo a suon di culatello e vino bianco fresco in ciotola, a Zibello, verso le dieci di sera, ci siamo fatti sedurre da un ampio vecchio bar al centro del paese, con la sua targa luminosa «Musetti Caffè» e la sua gestione asiatica, che, come è ovvio, arriva anche qui, vicino ai ruderi di un’ennesima scuola fascista. Tutto arriva dappertutto, e può creare stupore e perfino esotismo. Dopo una birra (Corona, con limone) e un bargnolino e un amaro, in sella verso la notte.
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Questi miei giri e i morti: sento a volte, tornando da solo nel buio, la stratificazione delle vite, delle generazioni che hanno calcato questo territorio rimasto, sembrerebbe, quasi uguale a sé stesso mentre loro sono scivolate via, come mangiate dalla notte. Ogni tanto ci si imbatte in qualche mazzo di fiori finti, legato con del fil di ferro a un palo, a un cartello a bordo strada, un ricordo ma anche un monito: in fondo è solo per caso se sono ancora sui pedali. Ci sono anche cippi antichi, vaghi oggetti di risulta sopravvissuti al metamorfismo stradale e edilizio, come quello di Sommo con Porto, che ricorda un fatto di sangue (l’assassinio di Carlo Poli) avvenuto, nel 1929, «qui», dove fischiano svelte le mie gomme, mentre ci passo, o come la lapide di Casalsigone, che ricorda i due giovani fratelli Rizzi, morti nella prima guerra, nella ritirata di Caporetto e a causa di una valanga.

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Incontro interessante a Stagno Lombardo, qualche tempo fa. Decido di fermarmi al bar, sono le 19.30. All’inizio pensavo di fare una volata senza neanche mettere un piede a terra, stile pescecane, e ricollegarmi alla mia rotta di ritorno. Ma l’idea di abbrutirmi, di concedermi il lusso turpe di un aperitivo in paese mi conquista (stessi cedimenti sporadici in zona San Giuliano piacentino). Plano rasente un gazebo, sotto al quale parlano due persone. Mi tolgo la molletta da bucato (in legno) che mi pinza i pantaloni salvandoli dalla catena (vezzo estetico-pratico, imparato da Beppe), e uno dei due, un anziano, mi fa: Ah, te gh’èt el ciapìin (“ciapìin”, molletta, da “ciapàa”, prendere). Capisco che può nascere qualcosa di interessante, ordino uno spritz alla barista (la seconda dei due), e mi siedo con lui. Si chiama Fabrizio, ha meno anni di quelli che dimostra. Nato a Brancere, frazione che conta una decina di case distese linearmente lungo la breve strada che porta a Stagno Lombardo; questa distanza, tuttavia, come ci tiene a precisare Fabrizio, gode dei fulgori dell’epica. A Brancere c’erano solo tre donne, e una era mia sorella, mi fa. Da qui una specie di ratto delle Sabine in salsa micro-padana ai danni di Stagno, e l’origine mitica di sempreverdi livori. Fabrizio ha passato tutta la vita in un raggio di un paio di chilometri. Non posso non chiedergli notizie di un luogo che è una mia privata ossessione, condivisa con pochi amici: Cascina Alluvioni. Inserto goticheggiante nel niente dei campi, posto fuori posto e fuori tempo, vincoli delle Belle Arti e mancanza di fondi privati la fanno galleggiare in una decadenza incantata. Salta fuori che Fabrizio ha vissuto a Cascina Alluvioni per nove anni, come contadino. Mi racconta la storia del vecchio proprietario, Argento Germani, della sua passione per la caccia in Africa, di cui, fino a vent’anni fa, potevano ammirarsi i frutti tassidermizzati in una stanza dei trofei persa nel cuore della cascina. Uomo dall’eleganza anglosassone, Argento Germani aveva il volto venato di signorilità, gentilezza, malinconia. Sua l’iniziativa di traslare le spoglie dei propri cari, dalla piccola cappella che sembra un uovo alla coque in mezzo al campo aperto su cui dà la vecchia limonaia, al cimitero di Brancere. Fabrizio era presente, nei giorni di apertura delle tombe e traslazione dei corpi. Ricorda il dagherrotipo di una bambina, vestita di bianco. Mi racconta storie che non trascrivo. Ci diamo appuntamento, per la stessa ora, allo stesso posto, in un qualunque giorno del nostro futuro, ma ovviamente non ci siamo più visti.
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Oggi, a San Giuliano piacentino, guardavo la mia ombra, in bicicletta: dall’argine proiettata sui campi, da una strada contro un muro in mattoni. Quanto mi è piaciuto riconoscermi in un’ombra in movimento: questo, mi sento, un’ombra passeggera, scostante, misteriosa, imprendibile, viva e scomparsa. Per strada, ai bordi della carrozzabile sfagliata, frantumata dalle ruote dei mezzi agricoli, c’era il corpo di un coniglio morto. Ho visto il suo pelo soffice rosso, e un riflesso nei suoi occhi aperti, neri e freddi. Ho pensato, pedalando, alla sua vita. Oltre questo argine piantumato, il mondo non conosciuto. Mi sono chiesto se non è meglio aspettarsi qualcosa di più, e mi sono detto di no.







