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After the Hunt e le rappresentazioni dello psichico

Lucia FaienzadiLucia Faienza
1 Dicembre 2025
in Cinema
1
after_the_hunt_film_recensione

A distanza di un anno da Queer (2024), Guadagnino torna sulle scene con After the Hunt- Dopo la caccia (2025). Va riconosciuto al regista un certo metamorfismo consapevole, ossia la capacità di fare proprie quelle soluzioni tecniche e sceniche che rimandano ad altri autori, anche se talvolta con esiti di maniera e che possono risultare poco autentici, come nel caso di Chiamami col tuo nome (2017), in cui l’autore celebra apertamente Bertolucci quale fonte di ispirazione primaria. In questo caso, a nostro avviso, il primo riferimento va al cinema di Lanthimos e in particolare a Il sacrificio del cervo sacro (2017), ma qui gli elementi non sono a servizio esclusivo dell’apparato estetico: i disturbanti suoni fuori campo che tagliano le inquadrature, le ellissi enigmatiche in cui avvertiamo che qualcosa è successo, l’immobilità densa di tensione dei primi piani, lasciano scivolare la storia in un crescendo incomprensibile sino a quando la verità non si rivela nella sua maschera brutale e primitiva. La somiglianza stilistica, inoltre, è rafforzata dall’ipotesto tragico a cui fanno riferimento le due storie. La tragedia, nel film di Guadagnino, scatena le sue Furie nella compostezza di una vita borghese, al cui centro questa volta c’è una rispettabile professoressa universitaria, Alma Imhoff (Julia Roberts). Alma è affascinante, carismatica, brillante…e lo sa. Sin dalla prima scena la vediamo circondata da colleghi e studenti adoranti, tra i quali si muove con leggerezza ma senza mai perdere il controllo e la centralità degli sguardi e della conversazione, manipolando sottilmente l’articolata rete di relazioni che la circonda. Figura apparentemente defilata è quella del marito di Alma (Michael Stuhlbarg), psicoterapeuta che osserva e “interpreta” ciò che vede. La coppia Alma/Frederick è interessante perché sdoppia il punto di vista del racconto: l’isteria e la realtà. Da una parte c’è una protagonista che sembra eterodiretta in maniera totalmente inconsapevole dal suo inconscio, come possiamo osservare dai tic, dai comportamenti rituali e ricorrenti che lasciano intendere un bisogno di “riempimento” o autoconforto – Alma, infatti, è sempre ritratta negli atti di fumare, bere o mangiare; dall’altra c’è Frederick che osserva il teatro che si dispiega davanti ai suoi occhi in cui tutti appaiono figuranti di un ruolo: la moglie e il suo collega in competizione per la cattedra che non nascondono la tensione-attrazione del loro rapporto; l’allieva prediletta che cerca di ritagliarsi uno spazio nell’esclusivo circolo di Yale. L’occhio disincantato di Frederick comprende che l’intellettualismo dell’ambiente accademico è l’alibi e lo strumento di manipolazione per sfuggire all’unica forma di verità che conta, forse: quella del Sé. Il rapporto sereno ma sopito tra Alma e il marito può avere anche un significato oltre la trama: Alma rifiuta le attenzioni sessuali dell’uomo – l’unico che riesce a svestire i personaggi dalla loro finzione – perché così facendo “resiste” simbolicamente all’interpretazione dell’analista che la riporterebbe sul piano del reale. Il personaggio al quale la donna sembra riservare più cura e attenzioni è proprio la sua allieva Maggie (Ayo Edebiri), di cui ammira – rispecchiandosi – anche la personalità che sa farsi strada in un mondo “maschile”.

Nel corso del film, però, il rapporto tra Alma e Maggie mostra di avere più nuance e sfaccettature rispetto a quello tra docente e allieva, arrivando a configurarsi come una vera dualità: se Maggie prova un misto di ammirazione e attrazione per Alma, della quale desidera disperatamente il riconoscimento, dall’altra anche Alma ha bisogno delle attenzioni e della fiducia di Maggie per nutrire il proprio narcisismo. Ma il desiderio dell’Altro si rivela essere desiderio di essere l’Altro: il rimando al tema del doppio è alluso già nel nome della protagonista, Alma, che sembra rimandare al celebre capolavoro di Bergman, Persona (1966). L’analogia non si ferma al nome delle protagoniste, ma riguarda anche il tema della somatizzazione dell’isteria: la protagonista di Bergman è l’infermiera di un’attrice còlta da un’improvvisa paralisi mentre è impegnata nella recitazione dell’Elettra, la nostra Alma è colpita invece da improvvisi tracolli dovuti all’ulcera gastrica. Entrambe soffrono di un trauma che emerge gradualmente, attraverso la progressiva assimilazione dell’altro dentro di sé. Quest’incontro per Alma non è affatto facile e rappresenta il cuore drammatico della vicenda: quando Maggie le confiderà un abuso di cui è stata vittima, la professoressa uscirà dai panni di mentore per alzare un muro di ostilità e diffidenza.

Mentre il rapporto tra le due si deteriora, Guadagnino amplia lo sguardo anche verso le generazioni a cui appartengono rispettivamente le due donne, e soprattutto quella della professoressa (in cui rientra, verosimilmente, lo stesso regista). Alma, infatti, pare portatrice non solo di sé stessa ma anche dei limiti e delle idiosincrasie della cultura in cui è cresciuta tra i quali spiccano, in particolare, una forma di verticismo di pensiero e di assolutismo morale. Quest’ultimo, se da una parte contrassegna l’ipocrisia della donna, dall’altra le impedisce di relazionarsi con le persone da una posizione che non sia gerarchica. L’apparente orizzontalità relazionale con i propri studenti, che la rende popolare e amata a Yale, cede infatti non appena si entra nel terreno dell’Altro: quando una studentessa le riporterà il “paradosso di Ulisse” e quindi la centralità dell’altro per comprendere sé stessi, Alma reagirà con veemenza assumendo che l’altro ha solo un valore simbolico. Uscire dal campo della metafora, quindi dai gorghi dell’astrazione, per entrare in quello umano, ovvero del reale: un problema che, ci lascia intendere il regista, non riguarda solo la sua protagonista, ma tutta la loro generazione. Dall’altro lato c’è la Gen-Z che, partendo da un rovesciamento dei codici e dei binarismi (sessuali, morali, valutativi), sembra vittima di un nuovo assolutismo di pensiero. Infatti la decostruzione sistematica del “vecchio mondo”, lo stesso che ha prodotto i pilastri su cui si fonda la cultura dei maestri, avviene a sua volta in modo dogmatico, restando impermeabile all’autoriflessione.

Mentre la storia accelera verso la conclusione si sgretolano le personae, rivelando delle individualità fragili, divise, e in fondo meschine e arriviste alla stessa maniera. L’incubo di Alma, infatti, cesserà in seguito al suo ricovero in cui confesserà al marito-psicanalista il terribile segreto che ha nascosto per decenni dentro di sé: quest’incubo, scopriremo, rivela gli stessi contorni della ragazzina egoista e ricattatrice che Alma ha ritrovato in Maggie. Il ritorno alla realtà viene presentata come la fine di un’allucinazione, ma quanto segue ha una connotazione ambigua e in parte sospesa: probabilmente l’intento è quello di lasciare le conclusioni, assolutorie o meno, alla valutazione dello spettatore. Pur sottraendosi al giudizio del demiurgo, il regista nel finale sofferma brevemente l’inquadratura su alcune immagini-video trasmesse dal computer di Alma dove si mostrano gli incendi che stanno divampando violentemente in un’altra parte di America. È difficile non leggere nel contrasto tra gelo e fuoco la metafora di un mondo diviso, in cui trovano spazio solo conflitti senza sintesi, pulsioni che diventano materia incandescente o rimangono inerti, ricoperte da strati di neve.

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Tags: Andrew GarfieldAyo AdebiriIngmar BergmanJulia RobertsLuca GuadagninoYale
Lucia Faienza

Lucia Faienza

Lucia Faienza è ricercatrice in Letteratura italiana contemporanea presso l'Università degli Studi dell'Aquila. Le sue passioni più durature sono i romanzi, il cinema e Bach- non necessariamente in quest'ordine.

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Comments 1

  1. María José Furió says:
    2 settimane ago

    Brillante.

    Rispondi

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