La serie Welcome to Derry che va in onda in queste settimane su HBO Max e in Italia su Sky, è il prequel del film IT, diretto da Andy Muschietti e uscito in due parti tra il 2017 e il 2019. Dietro lo sviluppo della serie c’è di nuovo il regista argentino, mentre alla produzione compare di nuovo la sorella maggiore Barbara. Tratta dal capolavoro di Stephen King, la serie racconta della cittadina di Derry, epicentro della vicenda descritta nel libro, andando a ritroso nel tempo e approfondendo molteplici sottotrame, costruendo una sorta di universo di IT. Alla parola “universo” dovrebbe esservi suonato un campanello d’allarme: ogni tentativo di estendere – o meglio sfruttare – una storia per estrarne un mondo più ampio si è rivelato, ultimamente, una pessima idea. Vedi i molteplici fallimenti Disney con l’esausta saga di Star Wars o il collasso di quell’enorme rutilante circo chiamato Marvel Universe, che, dopo scandali di attori fuori dal set e disastrosi flop al botteghino, sembra aver ridimensionato le sue mire colonialistiche sul nostro immaginario. Per non parlare dei tentativi di ampliamento dei mondi narrativi di Alien o Predator. I casi sono innumerevoli, in particolare in questa stagione crepuscolare del cinema e delle serie televisive. Ma ci sono delle eccezioni, in particolare quando il mondo che si vuole rappresentare esiste su carta fin dalle origini. È proprio il caso di IT, opera letteraria di più di mille pagine in cui King disegna una topografia del male memorabile e diventata spunto per innumerevoli opere del genere. Lo scrittore di Portland del resto è solito gettare il seme dell’orrore in un terreno ben contestualizzato, dove l’incubo mette radici profonde e si diffonde inarrestabile. Basti pensare a un altro dei suoi capolavori, Le Notti di Salem, o a Tommyknockers – Le creature del buio, dove centrale nella storia è la vita di una comunità e il suo lento e progressivo lasciarsi contaminare da una forza oscura. Nel caso di IT, la storia è ambientata in quella che potremmo definire la matrice di tutte le cittadine presenti nei più famosi romanzi di King, quella Derry, situata nella regione del Maine, che l’autore ha plasmato sui ricordi della sua città natale, Bangor. Qui si può ancora trovare ad esempio la statua del leggendario taglialegna Paul Bunyam: esattamente nello stesso posto e con fattezze simili la si trova nella Derry letteraria. Realtà e finzione si specchiano come nell’Upside Down della fortunatissima serie Stranger Things, che tanto deve alle opere di King e a IT in particolare. Eppure le probabilità che la serie Welcome to Derry risultasse un enorme flop erano molto alte e per svariati motivi. Innanzitutto la nefasta tradizione delle trasposizioni cinematografiche delle opere di King: un’enorme sequela di progetti fallimentari dovuti a budget limitati, mancanza di idee, sceneggiature e cast discutibili. Unici a salvarsi da questa sorta di maledizione, sono i capolavori Shining di Kubrick e Carrie di DePalma, oltre a film divenuti popolari come Le ali della libertà, Stand By Me e Il Miglio verde. Pochissimi titoli, quindi, si salvano, su oltre 65 trasposizioni realizzate fino a oggi. Di IT inoltre esistono già due versioni, una televisiva del 1990 e un’altra cinematografica in due capitoli, usciti tra il 2017 e il 2019. La prima, nonostante fosse diretta da un solido ma alquanto ordinario regista come Tommy Lee Wallace e fosse priva di star, seppe diventare negli anni un cult, grazie all’indimenticabile – quanto spaventosa – interpretazione di Tim Curry (unico attore di rilievo nella produzione) nel ruolo di Pennywise, il mostruoso clown divoratore di bambini. La sua prova fu talmente memorabile che, quando venne annunciata la nuova versione per grande schermo diretta da Andy Muschietti (che aveva sostituito in corso d’opera il più blasonato Cary Fukunaga e, fino ad allora, aveva diretto solo un apprezzato cortometraggio intitolato Mama) in molti si interrogavano se il film sarebbe stato all’altezza del cult anni novanta e su chi potesse raccogliere il testimone di Curry del ruolo del mostro. La scelta cadde su Bill Skarsgård, che optò per un pagliaccio più luciferino, ma che, tutto sommato, non sfigurò nel confronto con il precedente. La prima parte dell’opera di Muschietti ottenne un grande successo di critica e di pubblico, e, con i suoi 700 milioni di dollari incassati nel mondo, divenne l’horror di maggior successo di tutti i tempi. Diversa, invece, la sorte del seguito uscito nel ’19, che, nonostante un buon posizionamento al box office, venne stroncato dalla critica. Il regista, infatti, aveva inspiegabilmente optato per l’adozione di un registro quasi comico, con tante gag e poco vero horror, probabilmente nel goffo tentativo di emulare l’allora imperante “stile” fracassone dei film Marvel. Il risultato – anche per chi vi scrive – fu un film privo di una vera direzione, pieno di episodi slegati l’uno dall’altro e, che, soprattutto, lascia la cittadina Derry sullo sfondo, non più di una mera quinta degli avvenimenti.
In pochi quindi si sarebbero aspettati di vedere affidato ancora a Muschietti il progetto ambizioso – e targato HBO – di una miniserie intitolata Welcome to Derry e che avrebbe fatto luce sulle origini del clown mutaforme e delle sue malefiche influenze sull’intera popolazione del paese. Ma fin dal primo episodio è evidente come il regista argentino abbia imparato la lezione e corretto il tiro, dando il giusto spazio al vero protagonista della serie: la città stessa e i suoi sinistri abitanti. Ambientata nel 1962, 27 anni prima degli avvenimenti raccontati nel romanzo, la serie descriva la provincia americana ipocrita e perbenista del dopoguerra. Ma dietro all’innocua monotonia di un paese come tanti, le cattive abitudini sono dure a morire. Razzismo e bullismo prosperano tra l’indifferenza di cittadini paralizzati dalla paura, quell’emozione di cui IT si nutre e che lo rende più forte. A farne le spese è subito un ragazzino all’uscita di un cinema, che chiede l’autostop e sale sull’auto sbagliata. Ne segue uno dei prologhi più disturbanti visti recentemente nelle serie televisive. Rispetto alla precedente opera cinematografica di IT, Welcome to Derry si contraddistingue, infatti, per una maggiore crudezza visiva e atmosfere più da horror “adulto”. Ciò non preclude incursioni nel genere adventure, in particolare nel trattamento del filone narrativo dedicato al gruppo di ragazzini (i precursori della banda dei perdenti che affronterà IT 27 anni dopo), che inforcano le loro bici per cercare di risolvere il mistero di un pluriomicidio nel cinema di Derry e per cui è accusato ingiustamente il padre di una di loro. Ma a rendere memorabili gli episodi rimangono le apparizioni di IT, mai banali e ripetitive, pur essendo, schematicamente, circa due a ogni episodio. Muschietti è stato in grado di trasformare Derry in una sorta di dungeon in cui le trappole per gli eroi si celano dietro ogni sorriso o apparente momento interlocutorio. L’usurato stratagemma del jump scare è qui utilizzato con parsimonia, anche se non mancano momenti in cui la serie cade in ingenuità o soluzioni un po’ pigre. Sia chiaro: Welcome to Derry presenta diversi difetti e la staffetta tra più registi non aiuta a rendere l’opera coesa. Ma Andy e la sorella Barbara Muschietti hanno saputo sviluppare non solo un autentico mondo rispettoso dell’opera originale di King, ma sono andati oltre, inserendo un’ulteriore filone narrativo che vede protagonisti l’esercito statunitense e un soldato dai poteri psichici misteriosi, di nome Dick Halloran, lo stesso personaggio presente nelle pagine di The Shining. L’ambizione quindi di intrecciare le storie di due dei capolavori del maestro dell’horror è per ora stata premiata con risultati al di sopra di ogni aspettativa: Welcome to Derry è attualmente l’horror col maggior numero di streaming in US nel 2025 e su Rotten Tomatoes viagga su un notevole 80% di soddisfazione da parte del pubblico. Dati a dir poco incredibili e che promettono di accendere questo finale di anno, con l’arrivo sulla piattaforma Netflix dell’ultima attesissima stagione di Stranger Things. Due opere molto simili, con tanti ragazzini in bicicletta e due mostri in grado di infestare l’immaginario degli spettatori per ancora molto tempo.







