Che un certo tipo di stampa (inter)nazionale abbia fatto del sensazionalismo e della morbosità la propria cifra espressiva è un presupposto essenziale da tenere presente se si vuole arrivare a capire a pieno cosa sia stato il caso Montesi: una vicenda di cronaca nera che, pur vecchio di settant’anni, continua a destare attenzione e a ispirare storie, tant’è che persino in una banale ricerca su Google si possono trovare pezzi recenti che ancora ne parlano. In tanti, da giornalisti a inquirenti, hanno provato a illuminare le cause della morte di Wilma Montesi, ventunenne ritrovata senza vita nella spiaggia di Torvaianica l’11 aprile 1953, ma ancora oggi esistono solo piste che si sono rivelate vicoli ciechi.
In Wilma(Il Saggiatore, 2024), ultimo lavoro di Silvia Cassioli, assistiamo a un’accuratissima ricostruzione storica dell’accaduto, volta da un lato a far emergere come la verità sia spesso in balia delle mire dei potenti, che per il proprio tornaconto possono manovrare affinché non emerga, e dall’altro a sollecitare chi legge a non cedere a facili interpretazioni o giudizi. Le piste da seguire per la ricostruzione del caso sono sfaccettate e molteplici e, come si avrà l’occasione di dire più avanti, coinvolgono personaggi noti e non. Partendo da una semplice ipotesi di pediluvio conclusosi in tragedia, e che dunque scagionerebbe la vittima da ogni accusa di immoralità, si arriva a speculazioni che vogliono Wilma o coinvolta nei giri della malavita romana, o addirittura amante di un certo “biondino”, la cui identità resta celata per un po’, venendo a galla solo in seguito come quella di Piero Piccioni (figlio dell’allora vicepresidente del Consiglio e tra i massimi esponenti della Democrazia Cristiana, Attilio Piccioni).
La realtà è complessa e Cassioli la restituisce tramite un crudo montaggio di articoli di quotidiani, atti giudiziari e interrogatori, in un vortice che tiene col fiato sospeso. Dato il ruolo significativo che i giornali hanno avuto nella (tentata) ricostruzione della vicenda, considerato che in varie occasioni hanno influenzato non poco il corso delle indagini, colpisce il discutibile modus operandi a cui si attennero nella narrazione dei fatti, dando spesso adito a speculazioni sulla vita privata di Wilma. Ecco che Cassioli, ispirandosi a rubriche esistenti e per restituire al meglio il tenore di certi interventi, crea ad hoc una testata giornalistica chiamandola “Come eravamo”, testata a cui fa riportare giudizi morali come «Erano gli anni ’50. Le ragazze cercavano di arrivare vergini al matrimonio» (p. 128) o, ancora, «Erano gli anni ’50. Non sempre ti veniva in mente che se non lo prendevi davanti potevi prenderlo da dietro» (p. 140). Anche se frutto della fantasia di Cassioli, queste speculazioni sono fortemente verosimili e nascono dall’esigenza di emulare lo stile e i contenuti di interventi reali che caratterizzarono il caso. Questi interventi erano volti spesso ad affibbiare una reputazione negativa a Montesi, e influenzarono l’opinione pubblica restituendo un ritratto della giovane che fosse in linea con l’idea che, in qualche modo, se la fosse andata a cercare (una sorta di victim blaming ante litteram). E infatti, sempre alla stessa testata, Cassioli fa riportare affermazioni di simile tenore: «Chi meglio di un docente di ginecologia per esprimersi sulla natura di un carattere femminile?» (p. 246), a corroborare l’idea che la supposta libertà sessuale di Montesi l’abbia condotta verso un destino infausto. Cassioli crea “Come eravamo” ma è abile nel distaccarsi da queste prese di posizione senza mai dirlo esplicitamente, optando per una struttura narrativa in cui gli stralci riportati sono sempre giustapposti e mai commentati esplicitamente, creando così linee narrative parallele e, a volte, salti temporali che si intrecciano tra loro con estrema coerenza.
Certo, la scrittrice non rinuncia a qualche personale incursione in cui fa dire ai personaggi chiamati in causa cose perlopiù quotidiane e perciò irrilevanti per la ricostruzione del cold case, ma che danno movimento a un patchwork ben congegnato. Pur affidata in larga misura all’assemblaggio dei documenti storici, la narrazione è animata da una tecnica diegetica che si basa sull’imitazione dello stile dei frammenti riportati. Così, anche quando è Cassioli a parlare, non ci sono fratture stilistiche e il flusso discorsivo non si interrompe, facendo in modo che si distinguano con chiarezza le incongruenze tra quanto apparve sui giornali e ciò che di diverso o di contrario dissero i testimoni.
Leggere Wilma è un anche viaggio nella storia di una mentalità, nello specifico quella italiana degli anni Cinquanta; mentalità in cui una ragazza era degna di rispetto solo se vergine e castigata. Le perizie svolte dai medici legali furono orientate, in parte, a verificare lo stato fisico di Montesi, per escludere o confermare potenziali violenze sessuali, e anche, come sarà poi chiaro, ad affibbiare alla vittima una reputazione negativa. L’inaspettata attenzione mediatica riversatasi sull’episodio invogliò una moltitudine di persone (ma, almeno riferendoci ad alcune di esse, è meglio dire “personaggi”, data l’estrosità dimostrata in seguito all’accresciuto successo mediatico: «Ed ecco che entra in scena una nuova protagonista: la Fama, o diceria. In Italia è la Fama, e non Sherlock Holmes, a dominare la scena», p. 177), forse talvolta in cerca di notorietà, a recare la propria testimonianza: le parole di chi asserì di avere visto Wilma sul treno verso Ostia, di averla adocchiata in macchina verso Capocotta o, addirittura, impegnata in certi giri di droga, lasciarono supporre una rete di connessioni altamente improbabili. Nonostante la modesta estrazione sociale della giovane, l’idea che potesse essere legata a personaggi di spicco dell’alta borghesia romana si fece comunque largo, creando nella ricostruzione della vicenda più confusione che chiarezza, alimentando i sospetti, popolari e non, sull’eventualità che Wilma potesse avere una seconda vita. Ecco che i sospettati e le figure coinvolte nello scandalo, a eccezione dello zio Giuseppe, hanno nomi celebri – come ad esempio il già menzionato Piero Piccioni.
Si esce dal libro turbati ma anche edotti su cosa sia stata la società italiana in un’epoca in cui partiti politici come DC e PCI erano ancora al centro del dibattito socio-culturale, e capaci di condizionare le sorti delle indagini. Non servì a niente cambiare gli attori incaricati delle indagini, non servì a niente la loro meticolosità: il caso restò irrisolto, ma in compenso conobbe ampia diffusione anche fuori dalla Penisola e destò l’interesse di scrittori come Gabriel García Márquez e George Simenon, le cui parole risuonano tra le altre usate dall’autrice per raccontare “il caso”.
Cassioli non sembra voler suggerire una potenziale soluzione. Piuttosto pare essere alla ricerca di un filo logico – ricerca in cui, nel corso della lettura, si è molto coinvolti, ma che è destinata a rimanere frustrata in quanto, date le piste così diverse fra loro, sembra che non si possa arrivare a una conclusione ragionevole e i dubbi che vengono sollevati fin dall’inizio persistono fino alla fine. Una frustrazione certamente voluta dall’autrice che, come anticipato poc’anzi, sembra piuttosto volere restituire un quadro dell’accaduto senza prendere una posizione netta, delineando così la complessità degli eventi che restano, in Wilma, a cavallo tra realtà e finzione. Un lavoro di sicuro equilibrio tra fonti diverse, che, a poco a poco, ci fa comprendere come mai «Per lei tremò davvero tutta Roma» (p. 48).
Wilma sarà presentato sabato 29 novembre, alle ore 19, alla libreria Alaska, ad Affori, Milano. Insieme all’autrice, Silvia Cassioli, ci sarà il nostro Giacomo Raccis.

Silvia Cassioli, Wilma, il Saggiatore, Milano 2024, 528 pp. 24,00€







