Controstoria dell’alpinismo (Laterza 2024) è un’opera polemica. Fin dal titolo, i lettori sanno che Andrea Zannini scrive in risposta, in movimento oppositivo. Il libro è un pamphlet: agile, chiaro e preciso sul punto che vuole portare avanti. Che, ridotto all’osso, è una tesi «talmente semplice da essere schematica», ovvero la seguente:
l’alpinismo non è nato negli studi degli scienziati che nel Settecento “scoprirono” la montagna come problema scientifico […] la nascita di questa disciplina non venne neanche dalle imprese degli sportsmen inglesi che cominciarono a farsi condurre sulle cime delle Alpi da guide e portatori locali, né ebbe luogo nelle stanze dei club […]. L’alpinismo non è stato, insomma, un’“invenzione della borghesia”.
Zannini ci porta invece una prospettiva diversa: «L’alpinismo è un’attività di loisir, di ricreazione e anche di sfida e di competizione già praticata nelle valli alpine dagli stessi alpigiani, di tutte le classi sociali» (p. 7). Con queste parole, l’autore si pone in opposizione a una corrente storiografica che vede l’alpinismo come attività di ricreazione della borghesia cittadina, l’invenzione settecentesca che per prima portò alla scoperta delle cime. Zannini invita, invece, a ricontestualizzare, leggendo gli sviluppi settecenteschi (primo tra tutti, l’ascesa del Monte Bianco) alla luce di una più lunga storia di esplorazione delle alture portata avanti da chi, tra le alture, ci viveva.
Il libro è, a tutti gli effetti, una provocazione, in particolare rivolta a storici anglosassoni quali Peter Hansen, e il suo volume The Summits of Modern Man (2013). In reazione, Zannini mira a «scindere il concetto di verticalità da quello di modernità», sostenendo che la verticalità, «sia come caratteristica fisica dell’ambiente che come costante psicologica quotidiana», fu invece «la dimensione nella quale vivevano comunemente, giornalmente, e da millenni, gli abitanti delle Alpi» (p. 42). Per dimostrarlo, Zannini dichiara di adottare la voce, il «punto di vista interno» (p. 49) degli alpigiani, scrivendo la «storia dal basso» dell’alpinismo (p. 9), passando in rassegna vari esempi storici. Lodevole è in particolare il fatto che Zannini non si concentri solo sul Settecento, né solo sui quattromila, ma unisca a una rilettura degli episodi più noti anche approfondimenti su parti dell’arco alpino meno note in Italia (ad esempio, la salita al Triglav, simbolo della Slovenia), e irrobustisca la sua tesi partendo da esempi medievali e rinascimentali (tra i tanti, la salita al Rocciamelone del 1358).
In itinere, Zannini solleva anche domande chiave di metodo: cosa si intende quando si parla di un’ascensione come “prima”? E, soprattutto, che fonti sono state usate di volta in volta? Zannini suggerisce che l’accesso alle fonti sia proprio all’origine di una percezione distorta della storia dell’alpinismo: da un lato, perché molti storici contemporanei non leggono italiano, latino e tedesco, affidandosi dunque solo a inglese e francese, e dall’altro perché (e questo è un problema noto della storiografia in senso lato), molti valligiani e locali non hanno lasciato tracce scritte delle loro ascensioni. Per fare un esempio: della salita dei contadini di Tamsweg (nel Salisburghese) al Hochgolling nel 1791, abbiamo notizia solo perché un medico locale la annotò nel suo diario. Il fatto che, però, gli alpigiani non ritenessero di scrivere delle loro salite (lasciando, magari, un’incisione o un cumulo di rocce sulla cima) non viene interpretato come punto potenzialmente a sfavore della tesi, anzi, ma come prova che, per loro, la salita di una montagna non fosse tanto speciale. Di certo i valligiani conoscevano da secoli le tecniche per salire in montagna, e attrezzature quali ramponi, alpenstock, corde, occhiali. Il Settecento, quindi, aiuterà a diffondere l’idea e l’attività di salire le montagne, ma senza aggiungere «quasi nulla al patrimonio di esperienze che era proprio della gente di montagna da secoli» (p. 80).
Per contrastare l’appiattimento dei valligiani a un unico gruppo omogeneo, Zannini in primo luogo si impegna a diversificare la concezione delle popolazioni alpine: i montanari non sono, come li descrivevano i cittadini, un unicum, ma un gruppo sociale complesso e stratificato. Tra le professioni per cui le cime avevano una certa attrattiva, c’erano primi tra tutti i cacciatori e i cercatori di cristalli. Includendo nella storia dell’alpinismo anche le loro salite, come quelle di cartografi e membri del clero, si guadagna una prospettiva più ricca, precisa e completa sulle varie ragioni che hanno portato, nei secoli, a frangere le alture. Salite che spesso non sono state prese in considerazione, sostiene Zannini, poiché non rientravano nei modelli accettati.
A complicare le cose, si pone anche il problema dato dall’aver utilizzato le fonti letterarie per scrivere la storia, dando per vere le affermazioni della letteratura di viaggio, e romantica in seguito, della montagna come locus horribilis prima e del sublime poi. Il ruolo della letteratura per la storia dell’alpinismo è, come si vedrà, fondamentale: tra tutti, Zannini sottolinea il ruolo chiave della salita al monte Ventoso di Petrarca, e identifica come colpevole di tale rilettura Paolo Lioy, nella sua lectio del 1886 a Venezia, quando era da un anno presidente del neonato CAI. Scegliendo l’episodio delle Familiares come momento fondativo dell’alpinismo, Lioy trasforma un momento letterario (e soprattutto allegorico) in racconto d’ascensione. Così facendo, viene scelto come avo degli alpinisti uno scrittore, nel Risorgimento anche importante in quanto annoverato tra i padri della letteratura italiana, rimuovendo però dal racconto gli altri personaggi: nell’epistola petrarchesca si parla di un vecchio pastore che aveva accompagnato il poeta, e che per di più era già salito in cima molti anni prima. Questo tipo di operazione è il prototipo di quella che, per Zannini, è la riscrittura di classe della storia delle montagne e della loro frequentazione.
Le dinamiche della questione di classe, e di come sia stata appiattita dalla riscrittura dei cittadini, vengono sottolineate in particolare dal caso esemplare della prima salita al Monte Bianco, del 7 agosto 1786, compiuta da Michel-Gabriel Paccard e Jacques Balmat des Beaux, entrambi abitanti di Chamonix, all’epoca sotto i Savoia. La borghesia cittadina, incarnata da Horace-Bénédict de Saussure, viene osannata nella riscrittura della salita al Bianco, ma, ci dice Zannini, è stato del tutto eliminato il ruolo della sua controparte montana: la salita più nota, quella del 1787 a cui partecipò il ginevrino, non era che la terza. La narrazione che si impose, tuttavia, è quella della collaborazione tra lo scienziato, cittadino de Saussure, la mente dell’ascesa, e il locale Balmat, le gambe. Vengono in fretta tralasciati i tentativi – una dozzina – effettuati tra il 1760 e il 1786, e la trentina di persone coinvolte, di varie categorie, dove, in aggiunta agli “scienziati-alpinisti” della città, si trovano portatori, mulattieri, cacciatori e cercatori di cristalli, oltre che guide locali. Paccard, in particolare, in quanto figlio del notaio locale, laureato in medicina, e rampollo di buona famiglia, è una figura scomoda, rappresentante di una classe montana benestante, e anche in quanto egli stesso promotore di alcuni dei tentativi di ascensione al Bianco con un sistema di salita “alla leggera” – tentativi che rimasero sotto silenzio e divennero noti solo con la pubblicazione del suo diario. I valligiani, dunque, non salgono in montagna solo perché pagati dai cittadini, per una ricompensa, ma hanno motivazioni proprie. Diventa anche interessante, dunque, considerare che la salita al Monte Bianco sia stata presa come exemplum assoluto della storia dell’alpinismo, lasciando invece da parte la storia delle salite al massiccio del Monte Rosa, le cui salite furono guidate da locali e valligiani di Gressoney.
Da un punto di vista stilistico, va detto che Zannini, a tratti, non è immune da una scrittura ad effetto. In chiusura al primo capitolo scrive, in modo volutamente provocatorio, che «le Alpi e gli alpigiani si meritano finalmente una storia post-coloniale» (p. 10). Contestualizza quindi la scelta della categoria post-coloniale con un parallelismo tra i conquistadores e «i solerti borghesi e aristocratici europei che inventarono le Alpi tra Sette e Ottocento», in quanto entrambi si presero il merito della “scoperta” di terre che incognite non erano affatto (p. 10). Su questo punto sarebbe interessante vedere uno sviluppo più esteso sul ruolo coloniale del governo italiano centrale (Savoia prima e repubblica poi) verso le zone montane marginalizzate: in chiave locale, includendo anche gli Appennini, o, pensando alle spedizioni del Duca degli Abruzzi, le catene montuose africane e himalayane.
Infine, l’augurio da porgere al libro è che possa pienamente entrare nel dibattito, internazionale certo ma per lo più anglofono, a cui si risponde e si oppone: che possa quindi essere tradotto in inglese, e ampliare le fonti accessibili ad appassionati e addetti ai lavori non italofoni. Rischierebbe altrimenti di rimanere, come le storie degli alpigiani di cui parla, una fonte nascosta.

Andrea Zannini, Controstoria dell’alpinismo, Roma-Bari, Laterza 2024, € 18, 208 pp.







